Art is everything. Daniel Egnéus e la poesia del quotidiano

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È sempre piacevole tornare nella propria città dopo un po’ di tempo. Così come è rassicurante ritrovare le cose proprio come le si erano lasciate, recuperare in poco tempo...

È sempre piacevole tornare nella propria città dopo un po’ di tempo. Così come è rassicurante ritrovare le cose proprio come le si erano lasciate, recuperare in poco tempo le proprie abitudini ed i propri tempi, prendere nuovamente confidenza con luoghi che si conoscono da una vita. Ma altrettanto piacevole è trovare qualcosa di nuovo, avvertire piccoli segni di una crescita dal punto di vista culturale. Vivendo a Roma questa sensazione la si ha ogni giorno. È una città di grande respiro, in tutti i sensi. Basta camminare, guardarsi un po’ intorno per trovare monumenti con una storia secolare alle spalle, musei, mostre ed incontri interessanti, piazze bellissime o scorci suggestivi. Palermo, invece, non è proprio così. Città bellissima sì, ma né curata a dovere nè sfruttata in tutte le sue potenzialità, e non particolarmente ricca di avvenimenti o appuntamenti culturali. Ogni tanto, però, c’è anche qualche nota positiva. Che dà l’idea di come parte della città avverta la necessità di andare oltre ed ampliare i propri confini. Domenica sera sono andata con un mio amico in un locale che ha aperto da poco, PaLab (Palermo/Laboratorio), spazio espositivo – o meglio, come amano definirlo i suoi promotori, una sorta di contenitore culturale – adattato a galleria d’arte, ristorante, caffetteria e a sede di laboratori creativi sia per bambini che per adulti. Si tratta di un’associazione culturale che promuove la cultura e le culture in ogni sua forma ed espressione, ed è, essa stessa, cultura multiforme sia perché valorizza il locale e tradizionale sia perchè favorisce il dialogo con espressioni culturali altre, lontane e, a volte, remote, per arricchire e arricchirsi, proprio come è destino della Sicilia, da millenni crocevia di culture. Il progetto è molto interessante. Come del resto l’idea (qui ancora troppo poco sfruttata) di coniugare “cibo” e “cultura”, per nutrire non solo il corpo ma anche lo spirito. Si va per un caffè, un aperitivo o una cena, ed insieme si possono ammirare opere di artisti contemporanei. Nel mio caso, la collettiva di Luca Diffuse, Daniel Egnéus e Mariella Tesse, intitolata La città intima, costituita da una serie di disegni a china, espressione di una street art tutta palermitana proprio perché nata in cammino, sulle e per le strade di Palermo, le sue piazze, i suoi spazi pubblici, i suoi palazzi. Mentre il tempo scorre e i nuovi stili di vita, i nuovi comportamenti sociali, propri dell’era digitale, mettono radici nel quotidiano di ogni cittadino palermitano e di ogni cittadino di qualsiasi metropoli quotidiana. Ennesima prova di come, nel panorama contemporaneo, il binomio architettura-arti visive stia rivelandosi sempre più vincente. Con la tendenza a reinventare lo spazio ed a rappresentare la realtà in cui viviamo in modi sempre diversi ed innovativi.

Si tratta di disegni bellissimi. Che rappresentano scene di vita quotidiana sapientemente rivissute e filtrate a livello artistico, per arrivare agli occhi di chi guarda in un modo tutt’altro che ordinario. Unendo lavori non troppo diversi tra loro nella misura in cui si rifanno alla vita di tutti i giorni, da cui si parte e cui si fa riferimento in tanti modi differenti. Così, ho scoperto due architetti – Luca Diffuse (definito il Wu Ming dell’architettura italiana, particolarmente interessato a tecnologie digitali, comportamenti e linguaggi artistici innovativi) e Mariella Tesse – ed un artista molto promettente (anche se, in realtà, già affermato e riconosciuto professionista nel mondo della pubblicità e dell’illustrazione di moda), Daniel Egnéus. Creatore dello stile “quotidiano-straordinario”, Egnéus è un illustratore svedese che vive in Italia e lavora anche per il mercato britannico e scandinavo. Autore di pubblicità di successo e di disegni che, spesso e volentieri, finiscono sulle copertine di libri e riviste. E proprio questi lavori sono incredibilmente affascinati. Pur nella semplicità dei soggetti raffigurati, ti irretiscono, ti colpiscono in un qualche modo. E ti conquistano. Le figure stilizzate, i colori, gli accostamenti. Nella quotidianeità che l’illustratore svedese contempla e ritrae a suo modo, c’è qualcosa di particolare, o meglio, di straordinario. Ed i suoi disegni non sono mai uguali. In quanto ciò che interessa di più è disegnare la vita di ogni giorno, con uno stile mutevole così come lo stato d’animo che si ha di volta in volta e che non può non riflettersi su ogni creazione dell’artista. Perché ci sono tante cose da raccontare in mille modi diversi, e tutto quello che circonda l’artista diventa immagine. Immagine immediatamente recepita e tradotta sulle tele. Il disegno a volte è rapidissimo e corre via velocemente, come se avesse vita propria; altre volte, invece, si fa tortuoso, con repentini allungamenti e ripiegamenti, che costringono chi voglia seguirlo a “cambiare continuamente marcia”. Ed a volte l’occhio si perde, per poi recuperare la visione dell’insieme e riprendere il controllo. Destinato a sfuggire nuovamente. Egnéus ricorre spesso ad un mix di accelerazioni, rallentamenti, fibrillazioni e cesure. Conferendo immediatezza e densità visiva ad ogni particolare, che mantiene la propria peculiarità nonostante sia parte integrante di un tutto. L’idea è quella di un’arte fine a se stessa. Semplice, disimpegnata. Senza particolari pretese. Che ritragga la vita di ogni giorno, in modo che ognuno vi si possa ritrovare. Sia che comunichi qualcosa – suscitando sensazioni particolari, ricordi o associazioni mentali – sia che costituisca puro piacere visivo. Con la consapevolezza che chi fa arte ha un privilegio unico: pensare, lavorare, disegnare, creare per costruirsi dei luoghi dove poter rimanere da soli e, se si vuole, trovare sicurezza e rifugio ogni qualvolta se ne senta il bisogno. Lontano da tutto e da tutti. In una dimensione che è assolutamente personale ma in cui poter scegliere se fare entrare qualcuno o meno.
Credo che ognuno nel disegno sviluppa la propria mitologia dopo un po’. A me piacciono molto gli animali e la natura, e quindi sia gli animali che gli alberi trovano sempre un modo per entrare nei miei disegni. La natura per me é un punto di riferimento molto forte, per cui quando mi sento triste o preoccupato me li disegno per sentirmi vicino alle cose che mi danno sicurezza. Oppure per visualizzare i miei sogni a occhi aperti, gli sfioramenti leggeri, pesci enormi o il volo. Mi piace quando i disegni riescono a definire delle sensazioni o le registrazioni della vita senza mettere nessun valore. Non mi piacciono gli effetti visivi solo per avere una reazione dallo spettatore, il disegno che ti dice quello che devi provare, mi piace l’ambiguità e la leggerezza senza sentimentalismo o senza mettere una morale.

Molto interessante anche il suo blog in cui, oltre che pubblicare i suoi disegni (anche quelli appena fatti, bozze destinate a diventare lavori o semplici schizzi destinati a rimanere tali), l’artista svedese parla anche di sé. Cosa molto affascinante, perché chi fa arte ha sempre la capacità di risultare straordinariamente interessante per chi si limita a guardare dall’esterno. E di volta in volta si impara qualcosa su Daniel, sia come uomo che come artista. Come il motivo per cui tenda involontariamente a ritrarre le ragazze con la testa china verso il basso; il piacere di viaggiare, esportare i suoi lavori e mettersi costantemente in discussione; l’amore e l’attenzione per le piccole cose, fonte inesauribile di ispirazione proprio perché suscettibili di rendere ogni uomo così straordinariamente normale.
Più che l’assomiglianza del viso sono importanti per me i movimenti ed i gesti. Faccio spesso caso al fatto che nei miei disegni quasi nessuno abbia lo sguardo alzato (questo vale per i ritratti). Hanno quasi tutti lo sguardo abbassato, il che rende i volti più malinconici e sensuali. Come se io non ci fossi nella stanza. Un tipo di voyeurismo volendo. A me piacciono molto i gesti quotidiani che ognuno di noi ha fatto mille volte, lavarsi i denti, allacciare le scarpe, dormire e così via, gesti che sono diventati quasi invisibili per abitudine. Gesti e atteggiamenti che mi trasmettono qualcosa di chi mi sta accanto. Le mani e la postura di una persona che mi piace mi trasmettono sempre tante emozioni.

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