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Emmanuel Dongala e Hwang Sok-Yong

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È la prima volta che traduco in veste ufficiale per il Festivaletteratura di Mantova (6 – 10 settembre 2006), ero venuta qui qualche anno fa come volontaria e avevo tradotto...

È la prima volta che traduco in veste ufficiale per il Festivaletteratura di Mantova (6 – 10 settembre 2006), ero venuta qui qualche anno fa come volontaria e avevo tradotto un piccolo incontro con la stampa di Alice Sebold, poetessa americana famosissima all’epoca con il suo libro Amabili Resti. Era stato bello incontrarla e conoscerla: una donna minuta, timida con occhi azzurri pieni di dolcezza e di determinazione che si illuminavano tutti appena una domanda le dava modo di parlare della sua ricerca sulla lingua, sul ritmo, sulle parole.
Quest’anno mi hanno chiesto di tradurre, tra gli altri, Emmanuel Dongala del Congo Brazzaville ed Hwang Sok-Yong della Corea del Nord.

Il festival di Mantova è sostenuto da un esercito di volontari animati da una disciplina ferrea e un rigore tutto nordico. Basta aprire il libretto del programma per sentirsi girare la testa. Il primo evento della giornata è alle 9 del mattino, La Colazione con L’Autore, e l’ultimo alle 22.45. Ogni quarto d’ora nei diversi punti della città iniziano conferenze, incontri, chiacchierate in parallelo e in successione. E i festivalieri si avventurano a piedi o salgono sulle biciclette e pedalano di qua e di là, trafelati. Ognuno stringe in mano il programma e una mappa di Mantova, ognuno nel programma ha segnato un suo personalissimo itinerario. (Si scambiano saluti festosi: “scusa scappo, ma ho l’evento che mi aspetta.”)
Il primo giorno inizio a lavorare alle 17.45 e così ho tutto il tempo di girovagare per le strade della città non troppo comode con i loro selciati di ciottoli appuntiti e i marciapiedi strettissimi. Accanto all’ingresso di chiese, palazzi, chiostri, cortili, un cartello bianco e azzurro, aggiornato costantemente, annuncia il tipo di incontro, l’ora di inizio, il nome dell’ospite e del moderatore. Capannelli assembrati davanti ad un ingresso segnalano l’inizio imminente e la prossima apertura dei cancelli. Il pubblico, educato, compito, ascolta attento, assorto, prende nota, fa domande accalorate poi via si risale in sella alla volta del prossimo appuntamento.
I mantovani dalla soglia dei bar guardano compiaciuti quel pedalare energico, entusiasta, quell’involarsi tra le braccia della cultura e mormorano “e poi dicono che a Mantova non succede mai niente…e questo lo chiameresti niente?”
P.zza delle Erbe, P.zza Sardello, pzza Leon Battista Alberti sono un tappeto di ristoranti con tavoli all’aperto gremiti: la segreteria del festival distribuisce buoni gialli a coloro che hanno la tessera Autore. Molti ristoranti locali hanno un accordo con il festival e in cambio del talloncino giallo ti ammaniscono, chi con prodigalità munifica chi con elegante parsimonia, un menù completo dove svettano i maccheroncini all’anatra e il luccio con polenta.
La tessera Autore spetta a chi lavora per il Festival. Ho trovato la mia in albergo insieme a vari omaggi: un taccuino moleskine, una salsa di melone giallo, così mi siedo in p.zza Erbe più che altro per riposare le gambe, per vedere lo scintillio dei bicchieri nel sole e per guardare la piccola folla seduta ai tavoli attorno. Quasi tutti hanno tra le mani il libretto del programma, chi appunta, chi sottolinea, chi commenta, tra i possessori del libretto prima di sedersi al tavolo corre un piccolo sorriso di intesa.

Apro anche io il mio libretto. Quando la responsabile delle traduzioni mi ha detto quali autori avrei tradotto, per interviste individuali o incontri con il pubblico, ha pronunciato i nomi con tanta sicurezza che non ho avuto il cuore di dire che non li avevo mai sentiti.
L’incontro delle 17. 45, leggo, è alla Cappella di Palazzo del Mago
Emmanuel Dongala con Massimo Cirri. La Stella del pastorello. Incontro dai nove agli undici anni.
“È un evento per ragazzi” ha detto l’organizzatrice. “Sarà divertente, lui deve essere spiritosissimo”.
“Ed esattamente cosa succede?” chiedo io.
“Niente lui leggerà una favola. Noi consigliamo sempre ai nostri interpreti di leggere almeno due libri degli autori che tradurranno.” E così in libreria di Emmanuel Dongala ho trovato due libri. “Jazz e vino di palma” e “L’uomo di vento” il primo è una raccolta di racconti, il secondo un romanzo. Avrei voluto leggere un terzo volume che figurava nel catalogo “Jhonny Mad Dog” sui bambini soldato in Congo, ma ovunque abbia chiesto mi hanno risposto desolati che non era ancora arrivato.
Leggo i racconti, leggo il romanzo. Leggo anche L’ospite di Hwang Sok – Yong, il coreano. Sono tentata spesso di accantonarlo, quest’ultimo, tanto fa male.
Lontano sembra il dolore di Alice Sebold o almeno così diverso dal dolore di questi libri che scortecciano il cuore con il racconto delle atrocità di guerre lontane. La letteratura ha un suono cupo. Il ritmo, la forma non offrono consolazione alcuna, sembrano non potere nulla, incapaci di lasciar intravedere seppur un minimo senso dietro tanto orrore.
Pure in Dongala c’è dell’ironia, un’eco magica. Di lui, mentre mi appresto a chiedere informazioni su come arrivare a Palazzo del Mago so che è nato nel Congo Brazzaville, diverso dall’altro Congo (ex –Zaire) della cui nera tenebra Conrad ci ha riempito il cuore. Ha lasciato il Congo durante la guerra civile e ora vive negli Stati Uniti, grazie all’intervento di Philiph Roth, e insegna Chinica alla Bard University.
Prima di leggere i suoi libri avevo di lui l’immagine di un uomo buono, un vecchio nero dallo sguardo saggio e distaccato del cantastorie ora invece qualcosa, non so dire cosa, mi dice che incontrerò un uomo scanzonato, che con astuzia dall’astuzia ha imparato a difendersi. Un uomo d’Africa con cui sarà possibile intendersi, con cui sarà possibile ridere, perché senz’altro, come ha detto l’organizzatrice, è un uomo dotato di grande senso dell’ironia, ma da cui qualcosa di indefinibile ci separa.

Mi incammino verso Palazzo del Mago. Nome suggestivo pieno di promesse. Un cameriere mi ha indicato vagamente la direzione, ho dimenticato di portare la mappa con me pensando che non ce ne fosse bisogno. Sarà forse perché molti luoghi vengono aperti solo in occasione del festival comunque ogni persona a cui chiedo punta il dito in una direzione diversa. Passa quasi un’ora prima che io arrivi a P.zza San Leonardo: un piazzetta medievale, che si apre come una radura delle fiabe alla fine di una serie di vicoli immersi nel silenzio. Ci sono casette a due piani rosa e beige oltre alla chiesa di San Leonardo, nel mezzo un palco e una platea di sedie blu di plastica.
Palazzo del Mago è in angolo con una piccola scalinata di accesso. Un’ondata di caldo si è abbattuta in questi giorni su Mantova, un vento caldo fiacca le membra. Sui gradini della chiesa e in quelli di Palazzo del Mago sono accasciati sparuti volontari: esausti e sorridenti in maglietta azzurra: stanno facendo le prove per l’evento all’aperto. Mi siedo anche io sugli scalini troppo stanca per chiedere cosa succederà qui nella piazza o l’origine del nome del palazzo. Nel silenzio assoluto del pomeriggio, interrotto solo di tanto in tanto dallo stridio del microfono per le prove, io e i volontari fissiamo lo sguardo nel vuoto. Quale genitore avrà energie e crudeltà sufficienti per trascinare qui il proprio figliolo, mi chiedo. D’un tratto il silenzio della piazza è rotto dal motore di una macchina, che cerca di farsi largo nel minuscolo spazio lasciato sgombro dalle sedie. La macchina si ferma sotto il sole, tutti gli sguardi sono rivolti alle portiere come in un film western dove i cowboys dalla veranda del saloon aspettano di vedere i volti che emergeranno dalla diligenza chiusa arrivata nel solleone del mezzogiorno.
Ne esce un uomo alto, nero, imponente che si guarda attorno leggermente sorpreso, come a disagio lui così grande e scuro in uno spazio così esiguo, con le pareti delle case che rifulgono di un rosa luminoso. E dietro di lui escono donne di varie altezze e di varie età. La sua editrice (Epoché specializzata in autori africani), la traduttrice del racconto e una signora con i capelli bianchi leggerissimi come una nuvola. Si guardano tutti attorno un po’ impacciati, sotto lo sguardo inebetito dei volontari. Poi l’editrice prende il controllo della situazione e conduce spedita il drappello su per le scale di Palazzo del Mago. Si apre una porta laterale che immette in uno spazio di broccati rossi e di freschissima ombra: la cappella del palazzo. Emmanuel Dongala la infila rapido. Io mi unisco al drappello. Emmanuel Dongala sembra molto più giovane dei suoi sessentacinque anni: ha una carnagione luminosa color cioccolata, il passo atletico. Indossa una camicia a mezze maniche a strisce azzurre e beige che cade morbida fuori dei pantaloni nella stessa tonalità di beige. Sebbene sembri curarsi poco dei discorsi attorno a lui, il suo sguardo attentissimo affilato passa al setaccio ogni cosa e registra ogni dettaglio mentre la sua bocca si apre ogni tanto in un fragorosa risata, che tuttavia non riesce a nascondere un’espressione di leggera contrarietà che gli aleggia sul viso. Non ha apprezzato che lo abbiano portato qui per primo, troppo per tempo, nella piazza ancora vuota. Sarebbe voluto scendere dalla macchina e trovarsi circondato da un nugolo di bambini festosi ed invece è dovuto correre su per le scale da solo nel più assoluto silenzio. È contento che il sole implacabile gli abbia offerto un pretesto per rifugiarsi nella frescura della cappella.
Come una sposa che, tradita dall’impazienza, si ritrovi sull’altare ad aspettare il futuro marito Emmanuel Dongala si siede in un angolo in attesa che arrivino i suoi bambini e lascia che le donne che lo accompagnano si occupino del resto.
Quando sono andata a presentarmi mi ha stretto la mano con vigore e mi ha chiesto “Lei è Massimo Cirri?” La sua editrice lo ha interrotto con un’espressione stupefatta “Ma è una donna non vede?” Dongala l’ha fissata con sguardo interrogativo e lei ha spiegato rabbonita “Massimo è un nome di uomo” Dongala ha sorriso e si è stretto nelle spalle con una smorfia di ironia e di fastidio come a dire “E allora? Conosce per caso un europeo che sappia distinguere il maschile o il femminile di un nome africano?”
L’editrice quasi a scusarsi si affretta a sfilare dalla borsa una busta e dalla busta dei fogli che mi porge. È il racconto che leggerà, è in italiano, mi dice e mi presenta la ragazza che lo ha tradotto dal francese. “The traitor” prorompe Dongala dall’angolo buio della cappella da dove emerge il luccichio beige del suo completo. E la sua risata fragorosa riverbera nella cappella, che intanto, nel giro di pochi istanti, si è riempita di bambini. Altro che caldo. Se ne stanno seduti, anche loro come i festivalieri adulti compiti, assorti, lo sguardo intimidito pieno di aspettative.
Su un tavolinetto allestito all’ingresso una ragazza ha disposto i libri di Dongala e controlla i biglietti. Un genitore arriva trafelato con il suo bambino: dice che non ha potuto comprare il biglietto in anticipo e chiede, con voce emozionata, se per caso, miracolo volesse, c’è ancora un ingresso per suo figlio che muore dalla voglia di entrare. Il biglietto c’è e il genitore lancia un grido di gioia.
Una signora presenta don Walter: “è lui che dovete ringraziare, bambini, per avere messo a disposizione il locale”. Don Walter dice ridendo: “ragazzi vi prego solo di una cosa: non sputate le gomme per terra che dopo non riusciamo a staccarle, se proprio non ce la fate a tenerla in bocca, mettetela nell’orecchio del bambino vicino.”
I bambini ridono, un po’ sorpresi, perché hanno capito che don Walter dice sul serio e si guardano attorno allarmati per vedere chi mastica lì attorno, non fosse mai che si ritrovino con le orecchie ingommate.
Ed ecco si inizia. Il vero Massimo Cirri è arrivato, sorridente e pacioso e molto allegro, siamo seduti noi tre sul podio. E i bambini ci tengono gli occhi puntati addosso. Occhi grandi, enormi, spalancati, dove dentro sembra di vedere già ondeggiare il mare e soffiare il vento e scuotersi gli alberi della storia che si appresta ad essere narrata.
Emmanuel Dongala è seduto alla mia destra. Lo guardo di sottecchi: sul suo viso si alternano, come in un cielo tropicale nella stagione delle piogge, il buio più nero a sprazzi di luce intensissima. Ride e poi il suo sguardo si fa serissimo e brucia ogni dettaglio, sembra che misuri il rischio e il piacere e il pericolo di ogni gesto attorno.
Massimo Cirri si rivolge ai bambini e dice con il suo fare bonario e coinvolgente. “Bambini oggi il piatto è davvero ricco: non solo ascolterete la storia ma poi potrete fare tutte le domande che vorrete.”
I bambini annuiscono seri, seri.
Allora si procederà così: ED leggerà l’incipit e poi dal secondo capoverso Massimo Cirri continuerà la lettura.
Dongala si alza in piedi, in mano stringe un foglio dove a matita ha segnato gli accenti sulle parole per sapere come pronunciarle. I bambini lo guardano alto scuro sul podio. Nella penombra di raso rosso della cappella sembra lui il mago. Avvolto in un invisibile mantello nero il signore del palazzo attacca “La piccola fiammiferaia aveva camminato talmente tanto nel gelo invernale che crollò a terra per la fatica…” . Dalla piccola platea si leva un brusio: “ma come? la piccola fiammiferaia? già la conosco…”. Ma è il mormorio di un istante poi in sala scende il silenzio. I bambini tornano ad ascoltare fiduciosi ciò che il mago dice nella sua strana lingua: sono bambini mantovani, una genia a parte, il festival lo hanno succhiato con il latte. È difficile da seguire l’italiano del mago. E i bambini lo guardano affascinati come se da quelle parole bizzarre che loro conoscono, ma che suonano così diverse adesso con una musicalità tutta francese, si nascondesse un segreto, lo spiritello della storia. Dongala racconta della piccina che per scaldarsi accende i fiammiferi e alla luce degli zolfanelli vede il viso dolce della nonna. La nonna la prende in braccio e si levano in volo. La piccina vede una stella nel cielo e chiede alla nonna di lasciarla avvicinare all’astro. E lì Dongala si ferma, guarda i bambini attenti e ride, ride il mago sul palco, ride di sé, della sua pronuncia, di quelle parole sgangherate, ride e i bambini lo guardano seri mentre la sua mano scura segna il tracciato della stella nell’aria, una rotta diversa che si allontana dalla favola che conoscono, la lingua si fa più moderna, la materia più dolorosa, si addentra in un cielo che non offre riparo. E la sua mano si leva, si leva nell’aria che risuona della sua risata ed è Massimo Cirri a continuare, seduto sulla sedia quasi invisibile. I bambini ascoltano la storia della bambina che lascia la nonna e sale sulla stella. Alla guida della stella c’è un bambino, un pastorello africano, che le dice di tenersi forte perché faranno il giro della terra e mentre girano ci sono balli e canzoni a bordo e raccolgono un bambino aborigeno dell’Australia, una bambina cinese in una risaia, una bambino di una favela di Rio. Si divertono a bordo i bambini e fanno roteare e volteggiare la stella nel cielo. Le fanno fare le capriole. E ballare il rock, il reggae, la rumba e il valzer e i bambini tirano fuori le matite e tracciano un arcobaleno. Alla fine fanno fermare la stella in un punto in cui, alla periferia della via lattea, la vista spazia su tutti i pianeti che ruotano attorno al sole. “E quella stella, legge Massimo Cirri in chiusura, che, secondo le stagioni, si vede spesso brillare di sera, non molto distante dalla costellazione di Orione, è la loro stella.”

La piccola platea sorride felice, deliziata, immaginano di poter salire anche loro su una stella a fare baldoria, sai come si divertirebbero lassù lontano dagli sguardi dei grandi. Sognano e fantasticano e ridacchiano ma la storia non è finita. Il mago sa che loro sono bambini grandi, che capiscono che dietro ogni favola c’è una verità crudele da stemperare. Il mago pensa che sia meglio così, che sia meglio che imparino a guardare le cose e la voce di Massimo Cirri continua. E dice che il mattino del primo dell’anno le radio di tutto il mondo, ognuna nella sua lingua, annunciano la morte di cinque bambini: in Europa una ragazzina assiderata nella neve, in Africa ai confini del Sahara un bambino morto di fame e di sete. Nel deserto dell’Australia un piccolo aborigeno morto vicino ad un campo di cercatori d’oro, in Cina una ragazzina annegata in una risaia e un ragazzino ucciso dalla polizia in una favela di Rio.
Il viso dei bambini è contratto. La mano del mago si è abbassata, ora ciondola al suo fianco, e abbassandosi è come se avesse steso un manto di gelo nell’aria, come se la coda della stella avesse disperso i suoi frammenti di ghiaccio nella sala. Tutti i bambini sono al loro posto; solo due piccole in prima fila sono state portate via: erano davvero troppo piccole e ridevano tra loro. A destra tre bambine in seconda fila, hanno ascoltato attentissime e ora nei loro occhi c’è una serietà che inquieta.
I bambini mi guardano con occhi supplici, sperano che anche io sia una maga e che dalla manica della mia casacca possano uscire delle stelle. Semplici stelle per volare raso terra o solo da far brillare nel palmo della mano, ma senza morti, senza freddo, né fame, né abbandoni.

“Bene ora tocca a voi bambini” dice Massimo Cirri cercando con la sua voce stentorea di risollevare gli animi. In sala tutti tacciono, anche gli adulti. Per un istante immagino che la perplessità sia dovuta al fatto che non sono riusciti a seguire il racconto. Non hanno capito la storia. Intanto tre, quattro bambini si sono alzati, in fila, esitando, salgono i pochi scalini che portano sul palco. Guardano il mago di sottecchi quasi temendo che lui li possa avvolgere e nascondere nelle pieghe del suo invisibile mantello. Si accostano a Massimo Cirri che porge loro il microfono. Il primo bambino ha gli occhi enormi e nel fondo c’è un lucore di lacrime. “Perché muoiono?” chiede in un bisbiglio. Temo che da un momento all’altro si metta a piangere e tutta la sala lo seguirebbe. Il mago si fa scuro. “Beh muoiono ognuno per una ragione diversa: uno muore perché non ha niente da mangiare, un altro perché la polizia lo insegue, un altro perché cade la neve ed ha freddo.”
Gli occhioni del bambino sono ancora più grandi, ancora più luccicanti. Aveva sperato in una parola di conforto, in una parola che cancellasse quella chiusa. Invece niente. Aspetta ancora un istante Annuisce. Poi lentamente dà le spalle e scende. Un altro bambino afferra il microfono, un piccolo terremoto, gli occhi asciuttissimi chiede: “E la nonna dove è andata?” Emmanuel ride con la sua risata fragorosa, ride e dice che la nonna deve essere ancora in orbita attorno alla terra. Forse per liberarsi della malinconia i bambini infilano una dietro l’altra domande pratiche puntigliose: quanti anni hanno i bambini della stella? E cosa mangiano e come si capiscono se vengono da paesi diversi? E come si chiamano? E come pagano le cose che comprano? (Massimo Cirri commenta: questo bambino da grande farà il commercialista e quest’altro l’agronomo e quest’altro il matematico) Ed Emmanuel Dongala ride, ride. Si diverte ad inventare risposte: parlano una lingua che conoscono solo i bambini, dovunque si fermano ci sono frutti squisiti e dolci e acqua. E nel mondo della stella non c’è bisogno di soldi, ride il mago e aggiunge che sulla stella non si pagano tasse.
E andava veloce la stella? E quanto è durato il viaggio? Fammi pensare non lo so quanto è durato il viaggio perché la stella non va dritta, si ferma, volteggia, si avvita su se stessa. Può andare veloce o pianissimo. Ad esempio quando è passata sopra Mantova ha rallentato perché voleva vedere i bambini riuniti ad ascoltare la loro storia. Vi hanno contato e poi hanno continuato.

E un bambino salta sul palco festoso. Ve lo dico io cosa succede, come finisce la storia lo so io come va a finire la storia. Ed emozionato, eccitato, felice di avere una versione allegra che renderà tutti contenti: loro non sono morti, no vivono sulla stella, sono stati gli adulti a mandarli lassù, perché sanno che lì staranno bene.
E una bambina il viso serio e quieto gli chiede: “Lei ha avuto problemi da piccolo?” Tutti ridono, Massimo commenta che da grande farà la psicoanalista, il mago per un istante rimane immobile, si ritrae sulla sedia, poi dice “gli stessi problemi che hai tu piccola mia”
Ma tra le domande contabili e l’interesse per le sorti della nonna la domanda sempre ritorna: “ perché muoiono i bambini? Perché muoiono?” E alla fine il mago accetta di fare il mago, si arrende alla richiesta di dispensare formule magiche al posto della verità, forse coglie qualcosa nello sguardo che gli rivolge Massimo Cirri che ha una figlia di sette anni seduta in sala e che già si è messa in fila per fare la sua domanda.
Emmanuel leva il braccio nel buio del palco. “Stasera quando fa buio alzate gli occhi e guardate le stelle, ne vedrete una molto luminosa e se guarderete bene li vedrete: i bambini non sono morti, ma giocano lassù nella stella”
Un sospiro di sollievo corre per la sala. I bambini levano lo sguardo al soffitto, qui dentro è già buio e chissà che non si veda la stella. Rassicurati sulle sorti degli abitanti della stella riprendono le loro domande puntigliose: e Dongala risponde con impegno, con inventiva, dice che tante cose le ha dimenticate. “Devo chiederlo ai ragazzi, dovrò chiamarli e farmi raccontare come stanno le cose.” Perché sulla stella c’è un telefono. E ride il mago della sua piccola magia, come se ognuna delle sue risposte fosse un tocco di bacchetta magica con cui arricchire la sua stella, equipaggiarla di telefono e di frigorifero e di microonde. Per un istante si lascia andare, scompare il buio dal fondo dei suoi occhi, ci crede anche lui adesso al suo gioco. “Devo chiederlo ai ragazzi” Il mago ride, estrae mondi dal suo cilindro.
Ci sono momenti però in cui il mago si rabbuia, quando gli chiedono della sua terra lontana su cui corrono tante voci: “Perché i bambini uccidono in Africa?” “E perché in Africa ci sono tante guerre?” Chiedono i bambini con lo stesso tono con cui hanno chiesto “e che fine ha fatto la nonna?”
E il mago: “Chi te lo ha detto? I bambini non uccidono, a volte quando c’è la siccità uccidono gli animali e le guerre sono ovunque, e le fanno gli adulti per le loro misteriose ragioni, in europa, in libano, in america” E adesso è Dongala a lanciare uno sguardo a Massimo Cirri. Come a dire cosa sono queste storie dell’africa che raccontate? Dongala dice che in Africa nascono bambini, si ride, si balla. La gente si sposa, è felice. Da piccolo, racconta, nel villaggio, non c’era la radio, non c’era la televisione e sua madre gli raccontava le favole locali. È stato solo dopo al liceo che ha scoperto la tradizione occidentale e le favole di Andersen.
“E ne scriverai un’altra di storia? Continuerà questa storia?” Chiedono i bambini che il festival lo hanno preso con il latte. “Se volete sì, se mi dite che la leggerete la scriverò”
Ma quando un bambino di nuovo chiede, come anche gli adulti talvolta non si stancano di chiedere sperando in una risposta che cambi il corso degli eventi, che cancelli ciò che non vogliono sapere, quando un bambino piccolo ripete ancora “Perché muoiono?” Il mago pensa che la migliore magia sia la verità e ripete “Uno muore di freddo, uno di caldo, uno perché non ha nulla da bere, un altro perché lo insegue la polizia”

Il tempo del mago è scaduto. Alcuni bambini si avvicinano con i loro taccuini, bambini che il festival lo hanno succhiato con il latte. “Cosa vogliono?” mi chiede in un sussurro Emmanuel Dongala. L’autografo rispondo. E lui rimane un secondo esterrefatto. Poi prende la penna e comincia a firmare e intanto ride, il mago ride.

La sera i bambini si accorgono che seduti nelle piazze illuminate è difficile vedere il cielo e impossibile riconoscere le stelle. Le luci dei concerti, l’incanto della sera, li avvolgono e li proteggono; ma nelle orecchie rimane un eco delle parole del mago. “Uno è morto di fame, uno di sete, uno inseguito dalla polizia.” “Ma ha detto che ne scriverà un’altra, che la storia continua” pensano i bambini “quindi i ragazzi della stella torneranno, riprenderanno i loro volteggi nel cielo.” Le magiche armi dell’infanzia contro le parole nere del mago.

Quanto a Hwang Sok-Yong e al suo dolorosissimo libro, L’ospite, leggo che la struttura si ispira ai riti sciamanici che venivano praticati per debellare il vaiolo, l’ospite appunto, che falciava migliaia di vite nelle campagne della Corea. Gli elementi magici, morti che tornano, fantasmi che raccontano la guerra civile in Corea, arrivano sempre all’improvviso e, con la loro crudeltà, tolgono il fiato, lo spezzano. Leggo che nel 2005 è stato candidato al premio Nobel per la Letteratura e che ora è docente universitario a Londra. Ogni giorno alle 15.30 mi sono presentata all’appuntamento per tradurre i suoi incontri, individuali o di gruppo, con la stampa. Ma lui non è mai venuto. Al suo posto arrivava solitaria la responsabile stampa della casa editrice a scusarsi: “Ce l’aveva quasi fatta, è arrivato fin sulla porta dell’albergo, ma poi non se l’è sentita… oggi non se la sente, forse è per via dell’inglese, ha promesso che domani sì, domani alla stessa ora ce la farà.”

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