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Il nome dei personaggi secondo Flannery O’Connor

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Delikatessen, una rubrica di ghiottonerie per tutti i curiosi della scrittura. In poche appetitose righe, estratte dalle opere dei Maestri, ecco sistemate come su una tavola imbandita o sul bancone

Delikatessen,
una rubrica di ghiottonerie
per tutti i curiosi
della scrittura.
In poche appetitose righe,
estratte dalle opere dei Maestri,
ecco sistemate come
su una tavola imbandita
o sul bancone
di una pasticceria,
le sfiziose e succulenti
ricette
che gli scrittori
inventano per servire
al meglio
le loro pietanze.

La nominazione per prima

A prima vista non sembra il tema più importante per chi racconta. Per scrivere una storia bisogna mettere insieme tante cose, persone, luoghi e nominarli. Ma qui si intende proprio il dare nome e cognome a un personaggio per poterlo chiamare oltre che “ehi tu”, in modo più garbato. Tipo Ulisse, Alice o Peter Pan, per fare dei nomi poco impegnativi, si fa per dire.
Ma anche a seconda vista (?) la cosa non sembra importante perché il nome di un personaggio, come d’altronde il titolo, si possono certo decidere con calma dopo aver scritto tutta la storia. Per il titolo d’accordo. Ma per il nome no. E’ meglio di no.
Scrivere “Dei bigodini di gomma verde le germogliavano ordinatamente sulla testa, e, sotto, la faccia era liscia come cemento armato, per via d’una pasta al bianco d’uovo che le cancellava le rughe mentre dormiva” senza pensare che questa donna sia solo ed esclusivamente la signora May del racconto Greenleaf è impossibile sia per noi che per Flannery O’ Connor che l’ha scritto.

Istruzioni per l’uso

Nel caso dei racconti di Flannery O’ Connor, i brani sono scelti con lo scopo di mettere in risalto direttamente il punto di vista dei personaggi sul loro “destino nominale”. Essi stessi ci confidano cosa vuol dire chiamarsi in un certo modo ed essere chiamati con quel preciso nome.

Il suono dei nomi

da Il raccolto (The Crop), scritto prima del febbraio 1946, pubblicato per la prima volta in Mademoiselle, aprile 1971. pag. 40-41 Tutti i racconti, Flannery O’ Connor, volume primo,Bompíani, 1994. Traduzione di Marisa Caramella.

… “Lot Motun,” scrisse la macchina, “chiamò il suo cane.”
La parola “cane” fu seguita da una brusca pausa. La signorina Willerton era bravissima con la frase d’attacco. “Le frasi d’attacco,” diceva sempre, “le venivano… di botto! ” “Di botto, ecco!” diceva, e faceva schioccare le dita. “Di botto!” E su di esse costruiva il racconto. “Lot Motun chiamò il suo cane”, le era venuta automaticamente, e rileggendola la signorina Willerton decise che non solo Lot Motun era un buon nome per un mezzadro, ma anche che chiamare il cane era proprio la cosa giusta da fare, per un mezzadro. “Il cane drizzò le orecchie e si avvicinò strisciando a Lot.” La signorina scrisse l’intera frase prima di accorgersi del proprio errore: due “Lot” nello stesso paragrafo. Suonava male. La macchina da scrivere tornò indietro scricchiolando e la signorina Willerton cancellò con tre x la parola “Lot”, e con un’altra x la parola “a”. Poi inserì un “gli si” prima di “avvicinò”. “Lot Motun chiamò il suo cane. Il cane drizzò le orecchie e gli si avvicinò strisciando.” C’erano anche due “cane”, pensò la signorina Willerton. Ummm. Suonavano meglio che non due “Lot” comunque, decise.
La signorina Willerton era una grande sostenitrice di quella che chiamava “arte fonetica”. Affermava che l’orecchio sapeva leggere quanto l’occhio….

Fatti per ingannare

da La vita che salvi può essere la tua (The Life You Save May Be Your Own) Pubblicato per la prima volta nella Kenyon Review, primavera 1953. pag. 163 Tutti i racconti, Flannery O’ Connor, volume primo, Bompiani, 1994. Traduzione di Ida Omboni.

… “Signora,” disse, “oggigiorno la gente ne fa di tutti i colori. Io posso raccontarvi che mi chiamo Tom T. Shiftlet e che vengo da Tarwater, nel Tennessee, ma voi non mi avete mai visto, prima d’ora: come potete sapere che non sto mentendo? Come fate a sapere che non sono Aaron Sparks e che non vengo da Singleberry, Georgia, o che non sono George Speeds di Lucy, Alabama, o Thompson Bright di Toolafalls, Mississippi?”
“Io non so niente, di voi,” brontolò la vecchia, irritata.
“Signora,” incalzò lui, “la gente non ha scrupoli a mentire. Forse, la miglior cosa che possa dirvi è: sono un uomo. Ma ascoltate, signora,” esclamò, e fece una pausa, per concludere in tono ancora più minaccioso e solenne, “che cos’è un uomo?”

A immagine e somiglianza

da Brava gente di campagna (Good Country People)
Pubblicato per la prima volta in Harper’s Bazaar, giugno 1955. pag. 8-9 Tutti i racconti, Flannery 0′ Connor, volume secondo, Bompiani, 1994. Traduzione di Ida Omboni.

Il suo vero nome era Joy, ma appena aveva compiuto i ventun anni e si era allontanata da casa, l’aveva fatto cambiare legalmente. La signora Hopewell era sicura che ci avesse pensato e ripensato, finché aveva scoperto il nome più brutto di tutte le lingue. Dopo di che, era andata a far cambiare il suo bel nome, Joy, senza avvertire la mamma fino a cose fatte. Il suo nome legale era Hulga.
Quando la signora Hopewell pensava al nome di Hulga, le veniva in mente il grosso scafo nudo di una nave da guerra. Lei si rifiutava di usarlo. Continuava a chiamare la figlia Joy e la ragazza rispondeva, ma solo per un riflesso meccanico… Considerava il suo nome un affare personale. Sulle prime, l’aveva scelto puramente in base al suono sgradevole, poi la genialità della sua perfezione l’aveva colpita. Vedeva il nome lavorare come Vulcano, brutto e sudato, che restava sempre nella fornace e dal quale, presumibilmente, la dea era costretta a recarsi, quando la chiamava. Lo considerava il suo più alto atto creativo. Uno dei suoi maggiori trionfi era che sua madre non fosse riuscita a trasformare la sua carne in Joy, ma il trionfo supremo era l’essere riuscita a trasformarsi in Hulga…

Un cognome una stirpe; due cognomi una stirpe di troppo

da La veduta del bosco (A View of tbe Woods) Pubblicato per la prima volta nella Partisan Review, autunno 1957. pag. 97 Tutti i racconti, Flannery 0′ Connor, volume secondo,Bompiani, 1994. Traduzione di Ida Omboni.

… Mary Fortune si fermò, col viso sopra il suo. Due occhi incolori affondarono in due identici occhi incolori. “Ne hai avuto abbastanza?” Il vecchio alzò lo sguardo sulla propria immagine: era ostile e trionfante. “Le hai prese,” gli disse la bambina. “Da me.” E aggiunse, calcando le parole: “E io sono una ‘vera’ Pitts.”
Nella pausa che seguì, Mary Fortune allentò la stretta, e il vecchio le artigliò la gola. Con un improvviso guizzo d’energia, riuscì a voltarsi e a invertire le posizioni, in modo da esser lui ad affondare lo sguardo nel viso che era il suo, ma che aveva osato chiamarsi Pitts. Sempre con le mani strette alla gola della bambina, le sollevò la testa e la batte una sola volta, duramente, sulla pietra che, per caso, vi stava sotto. Infine, scrutando il viso dove gli occhi, stravolgendosi lentamente, avevano l’aria di non prestargli più la minima attenzione, affermò: “Non c’è un’ombra di Pitts, in me.”

Sacro e profano

da Malattia mortale (The Enduring Chill) pubblicato per la prima volta in “Harper’s Bazaar”, luglio 1958. pag. 119 Tutti i Racconti, Flannery 0′ Connor, volume secondo, Bompiani, 1994. Traduzione di Ida Omboni.

“E’ stato gentile a venire,” disse. “Questo posto è incredibilmente squallido. Non c’è una persona intelligente con cui parlare. Lei che ne pensa di Joyce, padre?”
Il prete alzò la sedia e la tirò più vicino al letto. “Devi gridare, ” avvertì. “Sono cieco da un occhio e sordo da un orecchio.” “Che ne pensate di Joyce? ” ripeté Asbury, più forte.
“Joyce? Joyce chi?”
“James Joyce, ” precisò Asbury, con una risata.
Il prete spazzò l’aria con la grossa mano, come se fosse infastidito dai moscerini.
“Mai visto”, dichiarò. “E adesso sentiamo: le dici le preghiere al mattino e alla sera?” Asbury era confuso. “Joyce era un grande scrittore”, spiegò, dimenticandosi di gridare.
“Non le dici, eh?” fece il vecchio. “Be’, non imparerai mai a esser buono, se non preghi regolarmente. Non possiamo amare Gesù se non gli parliamo.”…

 

Flannery O’ Connor
Americana di evidenti origini irlandesi (a proposito di nomi). Nasce nel 1925 a Savannah, Georgia, e muore nel 1964 a Milledgeville, Georgia. Ha scritto: La saggezza del sangue (Wise Blood), 1952, romanzo; Il cielo dei violenti (The Violent Bear It Away), 1960, romanzo. Dal 1971 i suoi racconti sono raccolti nel libro Tutti i racconti di Flannery O’ Connor (The Complete Stories of Flannery O’ Connor.

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