Pensate ad una esistenza in cui non c’è più bisogno di disegnare un palloncino rosso in una pagina del diario una volta al mese. O in cui potete lanciarvi con il paracadute da svariati chilometri di altezza perché avete tendenze suicide, e non per dimostrare che potete essere persone normali anche “in quei giorni lì” (e qui forse, senza andare troppo per il sottile, ci sarebbe davvero da rinchiudere il pubblicitario e costringerlo a spiegare una volta per tutte il suo concetto di normalità).
Si, stiamo parlando proprio di questo, del ciclo mestruale, ed è già liberatorio poterlo scrivere per esteso senza dover ricorrere a tutti gli eufemismi in cui in genere si incappa quando si tocca questo tasto. Che poi in genere avviene per esigenze di mercato, quando ti sbattono in televisione la prova dell’assorbenza. Con il rischio che, visto il tabù intorno a quest’argomento, i bambini crescano pensando che da un certo punto in poi le bambine debbano ricominciare ad usare il pannolino.
Tutto questo può finire. Si parla sempre più spesso nelle comunità scientifiche della possibilità di eliminare del tutto il ciclo. Si può fare, davvero. In quante si saranno chieste il perché di quell’inutile sofferenza mensile. Che cavolo, si fa di tutto per non rimanere incinta, e oltretutto si soffre pure una volta al mese. Oltre al danno (eventuale), la beffa. In quante avranno sognato il ciclo a comando, del tipo: io so quando voglio figli, e solo allora sarò felice di saltare da treni in corsa o canticchiare il jingle “un, due, tre, che grande idea: l’umido passa e non esce più”. E per il resto del tempo, libertà. Già poco più di mezzo secolo fa è avvenuto il grande cambiamento: la pillola. Che, oltre alla funzione di contraccettivo, svolge anche un’utile funzione sociale. Perché un uomo quando si programma le ferie o concorda il primo appuntamento, si limita a fare un paio di telefonate. La donna no. Per prima cosa lei guarda il calendario e dentro di sé si augura che almeno questa volta siano regolari. La pillola se non altro ha eliminato questa sensazione da terno al lotto: so perfettamente quando potrei aggredire senza motivo chiunque mi si avvicini, e quindi sono in grado di regolarmi. Per inciso, questo comune stato di nervosismo pre-mestruale non autorizza comunque battute altamente irritanti come “c’ha le cose sue”, per liquidare in due parole qualunque lamentela.
Eliminare il ciclo, dunque. In realtà, dibattiti scientifici a parte, qualunque donna faccia già uso della pillola può raggiungere lo scopo semplicemente ingerendola tutti i giorni della settimana senza pausa. Chiaramente, sempre passando prima per l’avallo del ginecologo. Si possono leggere anche su siti Internet opinioni contrastanti sull’argomento, in particolare sulla discussione ancora in corso riguardante l’esistenza o meno di conseguenze negative alla soppressione del ciclo. Ad esempio, quello della ginecologa Leslie Miller dell’Università di Washington: www.noperiod.com
Oppure quello della psichiatra Susan Rako che ne analizza i rischi: www.susanrako.com
Sembra tutto fantastico, non è difficile immaginare quante donne nel mondo approfitteranno nei prossimi anni di questa possibilità. Ma poi l’occhio cade sul titolo di un saggio di un certo Elsimar M. Coutinho, un ginecologo – uomo – brasiliano. Questo il titolo della sua opera: “Is mestruation obsolete?”, ovvero, “Le mestruazioni sono obsolete?”. E qui scatta l’orgoglio femminista: obsoleta a chi? Possibile che si possa arrivare a considerare qualcosa che ha sempre fatto parte della natura – e che ha sempre caratterizzato nel bene e nel male la femminilità – un concetto superato? Questo fa vedere nuovamente tutta la questione sotto un’altra luce. Sarebbero davvero disposte le donne a stravolgere radicalmente la loro natura per star dietro alla frenesia della vita moderna? Insomma, qui non si parla di rifarsi le tette, ma di iniziare una guerra di ormoni. Guerra che il corpo umano non aveva previsto di dover combattere. Interruzione o non interruzione, pillola o non pillola. Per una volta, forse, sarebbe meglio restare come mamma ci ha fatto. Interiormente, almeno.
