Una cosa siamo riusciti a saperla: a febbraio uscirà il nuovo libro di Salvatore Niffoi, Premio Campiello 2006. Fino ad allora non concede interviste.
Mintonia per sopportare la delusione si rifugiava nelle nenie della nonna. E anche noi. Canta, mannai, canta!
“Scrittore rapace, fulmineo nel calarsi a ghermire la preda, e altrettanto nel risalire a dominare gli spazi. Scrittore di razza“ di quelli che quando scrivono pare che abbiano uno spartito davanti, e quando li leggi ti cantano dentro. “Che descrive con pochi tratti di micidiale incisività le sue prede, con una sorta di straniata e nera comicità, e insieme con la pietà di chi non è estraneo, anzi ne fa visceralmente parte.”
E allora dov’è lui dov’è?! Dietro Battista Graminzone, impiegato in pensione scrivano per necessità e poi per passione, alla ricerca di un perché i suoi paesani ad un certo punto la fanno finita.
”Ad Abacrasta di vecchiaia non muore mai nessuno, l’agonia non ha fottuto mai un cristiano. Gli uomini quando sentono la Voce si slacciano la cinghia e se la legano al collo “Ajò! Preparati che il tuo tempo è scaduto!” Solo questo dice Battì! Poi allunga una mano invisibile e ti porta via”
Dov’è?, ed esistono davvero Bernardu Solitariu, Pascale Prunizza, Beneitta Trunzone? E davvero Boronzella Coro ‘e cane, non poteva amare perché aveva fatto voto che la sua roba doveva seguirla nella tomba. La chiamavano così perché non dava acqua a povero, a tavola mangiava sempre la stessa cosa: pane crasau, una fetta di casizzolu, un uovo crudo e un frutto di stagione. Ma al pranzo del battesimo dov’era madrina, assaggiò una fetta di prosciutto di cinghiale.
”Chi l’ha preparato?” ”Ilariu Lathone…” Da allora “…ogni volta che incontrava Ilariu le veniva l’acquolina in bocca, la notte faceva strani sogni e si svegliava al mattino tutta agitata… Ma per non darsi a Ilariu prese a mangiare senza regole e in poco tempo s’ingrassò come una scrofa. Morì alla fine, svenata che la stanza sembrava un paiolo di sangue. E nel suo testamento dopo l’elenco dei beni… in pieno possesso delle facoltà… lascio in eredità a Ilariu Lathone…”
Questo volevamo chiedergli. E davvero Babbu Ziropu aveva deciso di non mandare i figli a scuola perché la cultura vera era quella dei campi e per comunicare col prossimo il dialetto era meglio di ogni vocabolario?
”Il troppo sapere porta solo machighine… E la storia poi sempere uguale: su riccu sempere riccu, su poveru sempere poveru!” Aveva massacrato i figli a cinghiate a giorni alterni “Così la ferita non fa crosta!” per togliergli quella voglia di “annusare il culo del mondo con un naso diverso dal suo”, perché aveva saputo che erano andati in piazza per la festa del santo patrono a guardare i saltimbanchi e la ballerina Gigina. ”A cantare e saltare lo sanno pure i muli! Le titte e le altre cose le mostrano solo le bagasse, ricordatevelo!” Però lo trovarono così informato sull’evento, che “gli venne il sospetto che anche lui avesse partecipato allo spettacolo.”
Volevamo sapere se è lui, lo scrittore Niffoi, che realizza in via Toscanini numero 1 ad Orani in provincia di Nuoro piatti e vasetti con la tecnica Raku di antichissima ceramica giapponese del XVI secolo. Ad occhio e croce potrebbe esserlo, è del ’50, mio nipote lo scrittore, ci dice qualcuno a telefono. Quello con le metafore diverse, le storie dei nonni, le storie di oggi che sanno comunque di antico in quella terra lontana. Quello che sa stare accanto al fuoco e raccontare raccontare ai vicini che si portano le sedie da casa ed hanno ognuno una pena diversa, qualcuno del paese da sfottere una comune sorte da dividere e comunque raccontare raccontare seduti alla luce incerta di un lume una candela, sugli sgabelli i gradini delle case i sassi giù giù fino a Omero. E allora canta Niffoi canta! Le vite strappate alla violenza, l’amore di Mintonia e Micheddu, la loro sorte di banditantes in una terra arida e cruda. Canta Niffoi canta! Con le parole di Barbagia che se anche non le capisco so che sono quelle giuste. Canta! Con le movenze da tragedia greca, il coro alla fine, a corona di ogni capitolo:
Canta mannai canta!
E s’imbidia e sa zelosia
vatini sambene e disarmonia
Nella ripetizione del dolore e del lamento, nei gesti sempre uguali che danno conforto, catarsi, alle beghine di chiesa come a tutti noi. Canta Niffoi canta! che non c’è più un coro ed un fuoco intorno a cui parlare la sera. Un ritornello l’abbiamo ma non dà conforto, quello di un bambinotto in tv che per venderci un panettone ci canta un motivetto a qualsiasi ora del giorno, ma non dà conforto.

