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Uscire fuori dai pali

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«Oh, ma tu che tieni da guardare? Eh, che ti guardi, me lo dici?». Continuo a guardarlo ma non gli rispondo. «Per caso sei muto? Ti ho chiesto che ti guardi. So’ bello? È per questo che mi guardi?».

«Oh, ma tu che tieni da guardare? Eh, che ti guardi, me lo dici?».
Continuo a guardarlo ma non gli rispondo.
«Per caso sei muto? Ti ho chiesto che ti guardi. So’ bello? È per questo che mi guardi?». Il cortile del palazzo si riempie delle risate dei quattro amici all’ombra del balconcino del primo piano.
Li ho visti arrivare e li fisso, affacciato alla finestra della cucina. Li fisso, col pallone fra le mani, li fisso. Fisso soprattutto Lorenzo, con la sua inconfondibile cresta di capelli biondi e una freccia nera disegnata sulla fronte.
«Ti piaccio, eh?», chiede.
Io non gli rispondo. Lo fisso, ma non rispondo. Lui forse non lo sa che io parlo poco.
«Entra dentro e gioca a palla con mammina». Gonfia il petto e se ne va con gli amici.
Seguo curioso il gruppetto allontanarsi e Lorenzo mi fa un cenno con la freccia che ha in testa come a dire “Ci rivediamo”.
Rientro in casa e mamma con espressione assente mi accarezza e cerca di stringermi in un abbraccio. Io mi allontano veloce e mi chiudo in camera.
La sento dirmi che andrà dal fruttivendolo all’angolo, che devo rimanermene buono a casa e non aprire a nessuno.
Prendo il pallone e vado alla finestra della cucina ad aspettare.
È inverno, fa buio presto. Il cortile del palazzo è deserto e silenzioso. Si vedono il bianco e il giallo delle poche lampadine accese negli appartamenti. Il bianco e il giallo sono da sempre i colori che preferisco, perché le cose bianche e le cose gialle mi entrano nella testa e mettono ordine.
Lorenzo torna. Gli amici non ci sono più. Lascia sbattere il cancello alle sue spalle. Mi vede e invece di salire a casa sua gira verso la porta di casa mia.
«Albertino, mi fai entrare?». Gli apro perché forse è venuto a giocare con me.
Lorenzo entra rapido, si muove nella cucina, si guarda intorno tenendo le mani nelle tasche del giubbino. Si avvicina, sputa sul pavimento e mi afferra il viso con la mano. Stringe forte.
«Ma me lo dici che cazzo ti guardi ogni volta dalla finestra? Che vuoi, eh?». L’alito di birra mi entra nel naso.
«Hai capito che tu a me e agli amici miei non ci devi guardare?», sposta la mano sul collo e stringe.
Poi allenta la presa e mi ordina di seguirlo fuori. Dice che ha cambiato idea, vuole giocare con me. Io lo so che mamma si arrabbierà se esco mentre lei non c’è, però forse lui adesso vuole giocare.
Lo seguo sul retro del palazzo dove non vado più da qualche mese.
Attraversiamo la cantina che sembra abbandonata. C’è puzza. Puzza di polvere, di pipì, di vomito.
«E muoviti scemo», Lorenzo mi dà uno spintone perché ho rallentato.
Sbuchiamo nel vicolo stretto dove la puzza è più forte. Però si vede meglio, perché in cielo brilla la luna e ci sono le stelle. Il giallo forte della luna e quello più tenue delle stelle mi pizzicano gli occhi. Da lì si spostano al cervello e mi bisbigliano che sono fortunato, niente mostri, niente insetti, adesso si gioca.
«Ora facciamo che tu ti metti in fondo, davanti a quel muro. Io ti tiro le pietre e tu le devi parare». E ride.
Non mi sembra un bel gioco, io voglio giocare col pallone. Lorenzo mi prende per il braccio e cerca di portarmi davanti al muro che chiude il vicolo. Comincio ad agitarmi perché io, con le pietre, proprio non ci voglio giocare.
«Stai calmo Albertino, vedrai che questo gioco ti piace», dice Lorenzo, e intanto continua a trascinarmi. Io cerco di inchiodare i piedi, ma lui mi prende anche l’altro braccio. Il mio pallone finisce a terra e rotola lontano. Lorenzo mi spinge contro il muro. «Stai fermo Albertino» poi va a raccogliere i sassi ai bordi del vicoletto.
«Albertino, mettiti dritto, stai attento che tiro». Ride.
Guardo il mio pallone, non rotola più, è fermo accanto alla porta della cantina che sembra abbandonata.
Il cuore mi batte forte. Mi tremano le gambe. “Papà”, dico nella mia testa. “Mi scappa la pipì”. Tremo, la pipì me la faccio addosso. Guardo il giallo della luna e delle stelle.
“Lorenzo, voglio tornare a casa”, dico dentro di me. Una pietra mi colpisce la testa. Io cado. A terra c’è una specie di melma. Ragni, scarafaggi e vermi usciranno dal loro nascondiglio.
Lorenzo continua a ridere. “Il pallone, voglio il mio pallone!”, mi dico nella testa.
«Albertino, dai rialzati, devi stare più attento. Tu sei in porta, se un giocatore tira verso di te tu devi farti trovare pronto, devi parare, altrimenti lui fa gol».

Papà ha deciso finalmente di insegnarmi a giocare a calcio. Dice che sono piccolo, ma io voglio giocare con il pallone che mi hanno regalato all’ultimo compleanno. In realtà non sono piccolo, ho 12 anni, però mi comporto come se ne avessi qualcuno in meno. Certi dottori hanno detto che soffro di una forma di disturbo del comportamento.
Tutti i pomeriggi, mentre mamma pulisce, io aspetto papà alla finestra con il pallone in mano. Lo vedo arrivare e mi metto a fissarlo mentre attraversa il cortile, con la sua borsa dell’ufficio e la cravatta allentata, perché è estate e la camicia e la cravatta lo fanno sudare. Lui mi vede, mi strizza l’occhio, dà un calcio a un pallone immaginario e poi esulta. Quel gesto mi fa divertire. Butta la borsa a terra, si fa tutto il giro del cortile, correndo e alzando le braccia al cielo come fanno i calciatori. Allora io comincio a ridere, rido tanto, rido forte, e mamma capisce che papà è tornato.
Mi siedo a tavola accanto a papà e lo fisso in silenzio tenendomi il pallone sulle ginocchia e aspetto con pazienza che finisca gli spaghetti, così poi andremo nel vicolo dietro casa dove io mi metterò in porta e lui tirerà i rigori.
«Albertino para questo!», papà prende la rincorsa e tira. E io imparo a parare. Quando cado poi mi rialzo. E rinvio, verso papà.
Allora lui si sistema di nuovo il pallone davanti ai piedi, mi guarda e mi dice
“Non così rigido Alberto! Piega un po’ le gambe. Punta i piedi verso la palla e solleva leggermente i talloni da terra, in questo modo avrai più slancio!”
“Così?”, gli chiedo senza dirlo, mettendomi in posizione. Lui scuote la testa e dice
“No, non ci siamo!”, ma non ha la faccia arrabbiata.
Si avvicina e mi sistema i piedi, “Punte dritte in avanti, ti ho detto, in avanti verso l’avversario. E guardalo bene, il tuo avversario”.
Tutti i pomeriggi di giugno sono così, con papà che mi insegna a parare i rigori, e anche quelli di luglio e di agosto. Sono sicuro che pure a settembre, prima della scuola, papà mi insegnerà a parare i rigori.
Mamma mi spiega che papà deve partire, deve andare a lavorare in un paese lontano dal nostro. Papà parte e io divento triste. Mamma mi assicura che potrò giocare a pallone con gli altri ragazzi del palazzo. Loro diventeranno miei amici. Io mi metto alla finestra della cucina, col pallone fra le mani, a guardare il grande spazio vuoto del cortile. Aspetto che torni papà. Lorenzo, quello del secondo piano, ha tanti amici. Magari un pomeriggio verranno a chiedermi di giocare a pallone e io gli farò vedere come sono bravo a parare i rigori.

Arriva un’altra pietra. Sbatte sulla spalla sinistra. Alzo la testa e vedo Lorenzo che raccoglie una, due, tre pietre. Le sposta da una mano all’altra. Le pesa. Le guarda. Poi guarda me e si prepara a tirare. Mi asciugo gli occhi. Lui tira. E mi colpisce di nuovo. E di nuovo tira. Ma sbaglia, perché io adesso mi sono alzato e metto le mani come quelle di un portiere che aspetta fra i suoi pali. Ho le gambe piegate e le punte dei piedi dritte verso il mio avversario. Punto verso di lui. Lo guardo. Lo guardo deciso. Lo fisso. Il giallo della luna e delle stelle entra nella testa e mette ordine. E gli paro il pallone. Lo blocco e me lo tengo stretto fra le mani. Lorenzo è sorpreso.
I palloni sono tutti dalla mia parte, pronti a essere rimessi in campo. E io lo rimetto in campo il pallone che mi è rimasto stretto fra le mani. Rinvio, forte, e Lorenzo non sa come si parano i rigori. Il pallone gli finisce in faccia e sento un verso di dolore. Esco dai pali della porta e raccolgo e tiro tutti i palloni che trovo.
«Smettila, smettila, ALBERTO…».
Ma io non smetto e tiro, tiro. Rinvio. Rinvio. Rinvio verso papà.

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