Un Ak49 con cui seccai Melania Mazzucco

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Insomma non mi poteva dare nessuno la colpa per quello che era accaduto. Io non c’entravo niente. Alla presentazione di quel libro della Mazzucco io volevo andarci.

Insomma non mi poteva dare nessuno la colpa per quello che era accaduto. Io non c’entravo niente. Alla presentazione di quel libro della Mazzucco io volevo andarci. Allora perché questi sensi di colpa? Avevo trascurato qualcosa?
La storia era iniziata così. Avevo visto sul sito della Rizzoli che Melania Mazzucco faceva una presentazione alle galleria Colonna. L’annuncio diceva che era per le diciotto. Perfetto. Avrei fatto a tempo ad accompagnare mio cugino a togliersi il gesso a una gamba. Ma mentre entro in macchina un odore nauseante mi soffoca. Santa miseria, il gatto. Gli hanno fatto la pelle. Qualcuno dei vicini, sicuramente. Quei figli di puttana me lo hanno buttato in macchina per dispetto. Era un po’ che lo puntavano. Ma diavolo mi ero sbagliato di grosso: avevo pestato una cacata. La cosa era peggio di quanto credessi. A nulla valsero le imprecazioni, ormai il più era fatto. Tutti i pedali e buona parte del tappetino erano imbrattati. Era stupefacente quanta fosse. Quei cosi malefici. Cani del cazzo, pensai. Loro e le loro padrone defecano ovunque. A un tratto avrei fatto carte false per un’arma. Così mentre mi cambiavo le scarpe inizio a convincermi che avrei potuto fare un salto dal caccia e pesca e comprare un bel cannone con cui spaccare il cranio a tutte quelle befane e ai loro cagnetti. Ma non ci voleva un cannone qualunque. I miei pensieri assunsero da subito una dimensione chiara su quale arma mi sarei dovuto procurare. La più venduta ed efficiente del mondo: l’Ak 49 Kalashnijova. Un’arma infallibile e perfetta per una vera strage di massa pensai. Cavolo è sul mercato dal 1948 e ancora ci si diverte qualcuno come un matto a far saltare la testa ai bei ragazzoni americani giù in Iraq. Perfetta. Con quella potevo abbattere tutte le teste che volevo. Signore Iddio che potere. Le vedevo crollare a terra una ad una e io con in bocca un bel sigaro da sergentone americano e con un ghigno da Oscar.
Quando mi ripresi dal quel magnifico sogno ero già per strada. Guardai l’orologio. Stai calmo…non preoccuparti c’è tempo è stato solo un piccolo contrattempo.
Ma sul Lungo Tevere andò nuovamente tutto all’aria. A un centinaio di metri davanti a me una fila enorme di macchine. Rallentai lentamente al segnale di un tizio della stradale. Cosa diavolo era accaduto? Un’altra cosa non l’avrei retta.
– Senta buon uomo mi scusi…che accade, che altro c’è?
– Non si preoccupi. è tutto in ordine. Un piccolo incidente. – Il tizio della stradale era evidentemente provato. Gocce di sudore sul collo e un viso livido lo tradivano.
– Oh avanti…a me può dirlo. Sono un giornalista. Lavoro per una delle maggiori testate. Coraggio…che accade?
Il tizio, mandò giù uno gnocco di saliva poi disse:-Senta due giapponesi sono state investite…
– Due turiste…due guappo turiste?
– Come? Sì, sì due turiste giapponesi sono state investite da una lancia Thesis. Dio mio è uno spettacolo orrendo!
– Va bene grazie.
Ci volle mezz’ora prima di arrivare nel punto dell’incidente. C’erano quattro o cinque coperte a terra pregne di sangue, segno evidente che i corpi erano stati dilaniati. Mentre la lancia Thesis aveva il cofano conficcato sul tronco di un albero. La targa aveva il simbolo del comune. La macchina era di qualche politico. L’autista – un povero cristo in giacca e cravatta – era seduto sul marciapiedi con il viso sconvolto.
– Non le ho viste… mi dovete credere maresciallo, lei mi deve credere.
Urlava singhiozzando. Era evidente, era nella merda fino al collo e il poveretto avrebbe dovuto sbrigarsela da sé.
Ma torniamo alla storia. Parcheggio dietro Piazza del Popolo. Il più era fatto ora solo una lunga passeggiata mi divideva dalla libreria. Ma dentro di me ancora covava l’idea dell’Ak 49. Ringraziai il cielo che da quelle parti non c’erano armerie. Perché l’idea mi venne repentina anche lì e alla vista di quello schifo di via. I negozi di ebrei ai lati delle strade erano pieni di coppiette in calore. Ce ne erano incredibilmente troppe e venivano a ondate di tre quattro alla volta. Tutte insieme pronte a cavalcare fino in fondo la stupenda idea che a questo mondo non si è soli, ma uniti nel puro spirito dell’amore. Vi giuro sono pazzo da ricovero, perché come vi dicevo mi venne anche lì l’idea di sforacchiarli per bene. Una bella strage il giorno di san Valentino e tanti saluti. Quel quattordici febbraio sarebbe stato ricordato con una lapide enorme sulle mura di Piazza del Popolo e con un po’ di buona volontà sarebbe anche stato giorno di lutto nazionale.
Ma sentivo che ancora una volta stavo divagando. Melania Mazzucco, tieni la testa su Melania Mazzucco. All’angolo presi uno di quegli autobus elettrici, mi sentivo troppo agitato avrei potuto rimetterci il miocardio. Sono malato di cuore a certe cose devo badare. E non ha nessuna importanza se ho ventitre anni e un passato da atleta olimpico. Per quanto mi riguarda potrei rimanerci secco anche con una bella emozione. Voi rideteci su pure ma io mi porto sempre dietro il mio epitaffio.

Più o meno a mezza strada prendemmo una buca enorme. Strade dannate. E tutti noi sappiamo di chi sia la colpa. Roma è ormai un formicaio del cazzo e le strade non reggono più. Veltroni poi sa il fatto suo. Continua ad aprire la casa del cinema, della letteratura e di quello che gli pare senza ricordarsi che le strade per arrivarci sono totalmente impraticabili. Chi cazzo se ne frega del cinema dico io. A me non è mai fregato niente e se è per la letteratura io i libri me li leggo a casa. Tutti questi quarantenni e cinquantenni ingrassati nel seno di questa città che non muoverebbero il culo nemmeno volendo e lui, il nostro affezionatissimo sindaco ne faceva parte… Mentre mi lanciavo in quei pensieri l’autobus frenò e io piombai nelle braccia di un bestione. Santo cielo pensai ecco l’anticristo che mi è venuto a prendere. Un quarantenne totalmente distrutto dall’obesità che mi guardava con un ghigno tremendo sotto due baffetti maliziosi sul volto. Ero fregato. Lui forse sapeva leggere nei miei pensieri? Aveva capito tutto, era certo. Ma perché ero così accanito con i quarantenni?
Alla prima fermata mi lanciai fuori dall’autobus ormai c’ero quasi, pochi minuti e avrei intervistato la Mazzucco. Ma mentre camminavo pensai che anche lei faceva parte dei quarantenni. Dio mio. Pensai che una tra le ossessioni tipica dei quarantenni sono i pompini. Almeno in letteratura è così, c’è poco da fare. Prendete l’ultimo libro di Veronesi: Caos Calmo…Be’ di tutta quella storia iniziale io ero stato totalmente risucchiato da quella scena del pompino. E il primo libro di Baricco…Castelli di Rabbia…anche lì…miseria quella scena non me la toglierò mai dalla mente. Dovrò reincarnarmi un paio di volte prima di riuscire a spurgarmi. Ma il punto era davvero questo? Forse davvero intendevo chiedere alla Mazzucco se l’apice di una certa sua estetica era simboleggiato da un pompino? Altrimenti cos’altro…chi erano veramente questi quarantenni scrittori? Gente troppo giovane per aver fatto qualche protesta giovanile consistente e troppo vecchia per essere cresciuto con la disillusione della playstation. Gente che vive con tante di quelle illusioni in tasca pensai. Poveri ingenui…Non sanno come ruota il baraccone.

Quando entrai sapevo già dove si trovava la sala conferenze. Scesi al piano inferiore. Attraversai il settore saggistica e arrivai nella sala conferenze. C’era giusto qualche persona dentro. Ma nulla dava l’idea che tra breve si sarebbe dovuta tenere una conferenza. Così guardai sulla soglia della sala dove c’era un cartello in bella vista all’inizio della sala a cui non avevo dato troppo peso. Solitamente riportano il libro da presentare. Questa volta però il cartello recitava:

PER CAUSE ESTERNE ALLA FELTRINELLI
PURTROPPO NON E’ STATO POSSIBILE
EFFETTUARE L’INCONTRO FISSATO
CON MELANIA MAZZUCCO.
La direzione

Cazzo di giuda! Era andato tutto per aria. Tanta fatica per niente…per un cartello della Feltrinelli. L’ntervista era saltata, tutti erano stati avvertiti. Io solo me ne stavo lì davanti. Nessuno dico nessuno, sembrava interessato a quel cartello. Non occorsero altri segnali. Era ovvio che eravamo in zona di guerra. Quella maledetta scrittrice. Tutte uguali. Tanto hanno un mostro di casa editrice alle spalle che gli frega a loro. Be’ a me invece fregava. Iniziai a pensare al caro e vecchio Kalashnikov. Solo che questa volta serviva una versione superiore. Qualcosa con cartucce infinite e bossoli per lo meno da trenta mm. Il modello Pkm sembrava perfetto.
Iniziai a immaginare di far fuori tutto quello che mi capitava a tiro. Tutto volava per aria insieme a quei maledetti libri sulle pareti. Era magnifico. Cassieri sbudellati, commesse con la testa spiccata dal corpo e clienti che tentavano di nascondesi alla meno peggio. Ma non c’era modo di salvarsi. Prima o poi li trovavo tutti e li fucilavo a sangue freddo. Creparono in ventisei in quella sala. Poi con gli ultimi colpi mi feci sotto a un cartellone che ritraeva il volto della Mazzucco. Sorrideva… lei aveva il coraggio di sorridermi in faccia. Ecco il punto di tutta quella maledetta questione. Lo sforacchiai per bene, poi poggiai l’arma a terra e risalii al piano superiore. Porca miseria devo essere un maledetto malato, perché ad un tratto iniziai a pensare che l’avevo commessa davvero quella strage. La vendetta di un ventenne su quei malefici e arrivisti quarantenni. Iniziai a far finta di essere un commando speciale che aveva adempiuto ai suoi sporchi ordini. Niente di più, pensavo, che sporchi ordini.
Così mi incamminai verso l’uscita, mentre da dentro la sala conferenze vedevo uscire del fumo e sentivo le urla delle persone dilaniate. Quel modello Pkm è fenomenale. Una vera arma da rappresaglia. Ma non ci fu modo di uscirne pulito da quella storia. Già a metà strada mi presero tremendi sensi di colpa. Mi presero allo stomaco. Soffro di ulcera come il vecchio Joyce. Dovetti tornare a casa e mettermi a scrivere per capire che ero un fottuto malato di mente e che quella storia era stata tutta una truffa. Una mia truffa. C’ero cascato di nuovo. Senza saperlo mi ero derubato con fantasticherie e quant’altro. Senza volerlo non mi ero mantenuto lucido e uno di quei quarantenni mi aveva fatto la pelle. Ero spacciato, povero idiota che sono.

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