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Fabio Stassi: «Scrivere è come pendolare»

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In una sera di Natale la Morte va a trovare Charlie Chaplin nella sua casa in Svizzera. Il grande attore e regista ha passato gli ottant’anni ma ha un figlio...

In una sera di Natale la Morte va a trovare Charlie Chaplin nella sua casa in Svizzera. Il grande attore e regista ha passato gli ottant’anni ma ha un figlio ancora piccolo e vorrebbe vederlo crescere accanto a sé. In un lampo di coraggio Chaplin propone un patto alla Vecchia Signora: se riuscirà a farla ridere si sarà guadagnato un anno di vita. Inizia così un singolare balletto con la Morte, e quella notte a salvarlo non sarà la tecnica consumata dell’attore ma la comicità involontaria che deriva dagli impacci dell’età. La questione però è solo rinviata: anno dopo anno, a Natale, la Vecchia tornerà a reclamarlo e bisognerà trovare il modo di suscitarle almeno una risata. Nell’attesa dell’incontro fatale Chaplin scrive una lunga e appassionata lettera al figlio. Vuole raccontargli la storia vera del suo passato, quella che nessuno ha mai ascoltato, ed ecco che dalle sue parole scaturisce l’avventura rocambolesca di una vita e il ritratto di un’epoca rivoluzionaria.

 

Fabio Stassi (Roma, 2 maggio 1962), di origini siciliane, vive a Viterbo e lavora a Roma presso la Biblioteca di Studi Orientali de La Sapienza. Scrive le sue opere viaggiando in treno. Ha esordito con Fumisteria, pubblicato dalla GBM nel 2006, con cui ha vinto il Premio Vittorini opera prima 2007. L’anno seguente ha pubblicato per Minimum Fax È finito il nostro carnevale. Il suo terzo romanzo, La rivincita di Capablanca, esce nel 2008 e si aggiudica il Premio Palmi 2009 e il Premio Coni per la narrativa sportiva 2009. Nel 2010 pubblica sempre con Minimum Fax il libro Holden, Lolita, Zivago e gli altri. Piccola enciclopedia dei personaggi letterari (1946-1999). A fine ottobre del 2012 esce per Sellerio L’ultimo ballo di Charlot con cui, nel 2013, vince il Premio Selezione Campiello 2013, il premio Cielo D’Alcamo, il premio Caffè Corretto-Città di Cave, il Premio Alassio Cento Libri un autore per l’Europa e il Premio Leonardo Sciascia Grotte di Racalmare.

 

Il libro che ti ha portato alla finale del Premio Campiello, L’ultimo ballo di Charlot, è il racconto di uno spirito umile, inquieto, poliedrico e vagabondo. Quanto c’è di Fabio?

Tutto parla di noi, anche semplicemente il modo in cui si usano le parole. Il tono della voce ci rivela. E un romanzo è sempre una voce.  Io, la mia, questa volta, l’ho impastata con quella di Chaplin, nel vano tentativo di nasconderla. Ma sapevo già, da un esercizio mimetico precedente sui personaggi letterari in cui avevo riprodotto in prima persona duecento voci diverse, che in definitiva era sempre la mia che usciva fuori. A guardarlo bene, un ritratto dice molte più cose di chi lo ha fatto piuttosto che di chi vi è raffigurato. Nel mio Charlot c’è naturalmente molto che mi riguarda: l’inquietudine, la provenienza umile, l’attrazione per le avventure picaresche, e forse anche una certa inguaribile attitudine malinconica di fondo…

Sappiamo che scrivi sul treno che prendi ogni giorno per andare al lavoro. È un luogo in cui ti concentri in solitudine o in cui ascolti anche le storie dei pendolari?

Il treno è il luogo dove passo più tempo. Ho imparato ad adoperarlo, a interpretarlo, come un moltiplicatore dell’immaginazione. Il movimento non è soltanto una metafora necessaria, ma una condizione favorevole. Del resto, scrivere è come pendolare. Ogni frase ne chiama un’altra, e la sfida è proprio questa: riprodurre un movimento. Non è un caso se si usa questa parola anche nella musica. Dico sempre che sommando tutti i binari di strada ferrata che ho percorso nella mia vita, ogni giorno, anche se quasi tutti sulla stessa tratta, avrò fatto almeno venticinque volte il giro del mondo. Un presupposto ideale per tentare di scrivere storie picaresche. L’altro requisito è la solitudine. Ma inevitabilmente il treno è un luogo più umano della terraferma, perché si condivide tutti la stessa fatica, e le stesse offese: la durezza degli orari, i ritardi quotidiani, il senso d’abbandono… per questo negli scompartimenti di un treno si creano amicizie durature e indivisibili. Ma questa è una ricchezza. Di storie ne ho sentite tante. Le prime sono le facce della gente, la mattina presto, tutto quello che raccontano anche senza parlare. E poi ormai i miei compagni di viaggio mi conoscono, e rispettano il mio silenzio quando ho un quaderno o un libro aperto sulle gambe.

Come scrittore, ti ha formato maggiormente la letteratura o le persone che hai avuto modo di incontrare?

La letteratura è stata e continua a essere la mia prima e più grande esperienza. Non c’è una differenza enorme, per me, tra il passare del tempo con un personaggio di romanzo o andare a bere una birra con un amico. Mi piace ascoltarli entrambi. Incontrare alcuni personaggi, così come incontrare alcune persone, è stato decisivo e ha sicuramente cambiato la mia vita.

Spesso introduci elementi irreali accanto a personaggi realmente esistiti. Oltre a questo espediente narrativo, c’è un altro filo conduttore che lega i tuoi romanzi?

Non so, mi accorgo che ci sono cose che tornano. Una ricerca, forse, di musicalità sia nello stile che nella struttura. L’importanza che do ai finali, alle chiuse. E molti temi: la perdita della speranza, l’irregolarità, la disubbidienza, la migrazione.

In un’intervista hai paragonato la letteratura al gioco degli scacchi, in quanto entrambi rimandano all’idea di bellezza e di perfetta costruzione. Chi è per te lo scrittore che realizza in maniera impeccabile l’apertura, la conquista del centro e la chiusura?

Ce ne sono stati molti. Giocatori di grande potenza e precisione, e sarebbe noioso elencarli tutti. Io amo soprattutto quelli il cui gioco era un affare tragico, di vita o di morte. Fitzgerald, per esempio. Il grande Gatsby è una partita perfetta. Apertura magistrale, conquista del centro attraverso il dispiegarsi largo e inarrestabile dei temi, e scacco finale, con quel senso di inevitabilità e di necessità che solo le storie veramente riuscite sanno dare.

Esistono autori metodici che redigono scalette e riesaminano le molteplici stesure. Altri invece che amano la scrittura istintiva. Tu quali passi segui?

Il metodo, l’unico metodo possibile, è scrivere. Da una parte, forse è meglio non farsi tagliare troppo le gambe dai dubbi e dall’insicurezza, e scrivere con una specie di scellerata incoscienza. Poi viene il tempo della revisione, della riscrittura, delle correzioni: le scalette sono infinite, in uno sforzo inesausto di simmetria e di senso. Non si finisce mai, ma, come una volta sentii dire a Saramago, in una conferenza, bisogna arrendersi all’imperfezione.

Il tuo stile si avvicina di più al barocchismo classico o all’asciuttezza contemporanea? E qual è quello che tu ammiri da lettore?

Quello che va evitato, in tutti i casi, è il compiacimento. Scrivere è uno sforzo di non compiacimento, e questo è molto difficile, soprattutto in Italia. Forse è più facile compiacersi se si è barocchi, ma ci sono eccezioni che amo come quella di Gesualdo Bufalino. Lui gli aggettivi li sapeva usare, e li sapeva posizionare, ma era uno scrittore inarrivabile per la consapevolezza che aveva di sé e per il suo orecchio assoluto, che non ha epigoni. Man mano che cresco come lettore, sono attratto sempre di più dagli scrittori asciutti, purché non perdano la fiducia nel potere visionario delle parole. Mi piace molto Coetzee. Mi piace chi tenta un equilibrio impossibile tra la forza etica di uno stile scarno e duro e al tempo stesso mantiene una lingua irregolare, svelta ma imprevedibile, piena di combinazioni e di associazioni mai sentite prima. Da questo punto di vista, il maestro resta Fenoglio.

Preferisci la comodità dell’eBook o sei nostalgicamente affezionato al profumo della carta?

Sono affezionato al libro, è pur sempre l’oggetto più tecnologico che esista. Ma non disdegno neppure i kindle. Non ha importanza come, e dove, importa che non si smetta di leggere, di esercitare questo muscolo atrofizzato che è la nostra fantasia, e di cui ognuno è dotato. Pensare per immagini, diceva Calvino. Ma è necessario pensare con le proprie immagini, non con quelle degli altri. E non c’è modo migliore per riabituarsi a produrle che leggere. Paradossalmente, noi che nelle immagini siamo immersi abbiamo perduto quasi del tutto questa capacità. Tenere in allenamento la propria immaginazione è riappropriarsi di uno spazio di libertà che ci è stato tolto. Anche i personaggi dei romanzi dovremmo raffigurarceli con i nostri occhi, non con quelli vicari di una riduzione cinematografica. Non voglio che il mio Gatsby somigli a Robert Redford o a Leonardo Di Caprio, per quanto bravi e rispondenti. È il mio specchio che sto lucidando, quando leggo.

C’è qualcuno a cui affidi la prima lettura (nonché il primo giudizio) delle tue opere?

Garcia Marquez affermava che si scrive per farsi leggere dagli amici. Io sono stato molto fortunato, ne ho due, tre, che mi seguono da sempre, che mi conoscono, e che ascolto con attenzione. Di loro, della loro competenza, della loro severità, del loro occhio, mi fido ciecamente. L’amicizia è il miglior editing che conosco.

Quando si ottengono molti rifiuti dalle case editrici, credi che l’auto-pubblicazione possa costituire un’alternativa?

No, la sconsiglio sempre. È inutile e si può anche cadere nelle mani di commercianti senza scrupoli, che proliferano su ambizioni spesso sbagliate, prodotte da questa indecente spettacolarizzazione di tutto. È appena stato pubblicato un libro molto divertente e molto amaro di Giuseppe Culicchia: E così vorresti fare lo scrittore. Ne consiglierei la lettura a tutti quelli che nutrono questa aspirazione. In certi casi, potrebbe essere un antidoto salutare, e un vaccino.

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