Chi di noi vorrebbe Franti come compagno di banco? Io no. Era un po’ di tempo che ci pensavo e ci ripensavo poi mi è capitato per le mani un numero del settimanale “L’Espresso” della scorsa settimana. C’era un articolo di Umberto Eco del 1973 che riprendeva l’Elogio di Franti da lui scritto dieci anni prima. Rileggendolo e ampliandolo, Eco fa coincidere con Franti tutte le forme di libertà e di intelligenza progressiste nel nostro paese. Per Eco nel 1973, ma l’articolo è stato ripubblicato proprio in questi giorni, “Franti faceva una riapparizione gloriosa con la Lettera a una professoressa dei ragazzi di Barbiana” di Don Milani, era ancora lui a scrivere nei “Quaderni Piacentini”, teneva banco nelle assemblee del ’68 e si incarnava in Valpreda, accusato innocente della strage di Piazza Fontana: “il nuovo Franti è emaciato e torvo, e torvamente zoppica; amato visceralmente da una madre grigia e spettinata e da una zia piangente, scavezzacollo anarchico, non tira palle di neve ma fa il ballerino, il che è peggio. Gli identikit lo accusano, i tassisti lo inchiodano alle sue responsabilità”.
Ma siamo sicuri che le cose stanno proprio così? Siamo sicuri che abbia senso riferirsi a Franti per mostrare come il mondo dovrebbe essere? Siamo sicuri che i ragazzi di Don Milani e Don Milani stesso siano dei Franti? Siamo sicuri che un anarchico idealista come Valpreda sia stato un Franti? E gli intellettuali che hanno creduto nella possibilità di cambiare il mondo, magari ingenuamente, erano dei Franti? Non sarebbe il caso di fare un’altra scelta? Non è che siamo di fronte a un colossale equivoco che dovrebbe essere spazzato via?
Eco, che è un eccellente professore e un intellettuale amato da moltissimi allievi, non ragiona in termini narrativi. Anche i suoi romanzi sono giochi letterari in cui lui è il primo a non credere come rappresentazione della realtà: nomina nuda tenemus, scrive nel Nome della rosa. Così anche L’elogio di Franti è gloriosa ideologia filosofica, grande riflessione intellettuale, ma povera immedesimazione narrativa. Tutti sanno chi è Franti nel libro Cuore: il cattivo. E tutti hanno avuto accanto a scuola almeno un Franti. Io ce ne avevo un paio, non so spiegare in modo intellettuale e filosofico come andavano le cose, so solo che i miei erano di buona famiglia, insopportabili, da non incontrare, coalizzati contro i deboli, pronti a fregarti. E nei romanzi veri gente così la ritrovi facilmente. Prendiamo per esempio Uriah Heep, il finto amico di David Copperfield: certo, non è Franti, è un tipo umano del tutto diverso, eppure è un altro che è meglio non avere tra i piedi. Tiriamo un sospiro di sollievo quando viene sconfitto. Oppure prendiamo Felice Natale, inventato da Ammaniti nel romanzo Io non ho paura: “Felice Natale era il fratello maggiore del Teschio. E se il Teschio era cattivo, Felice lo era mille volte di più”. Che importa, se poi veniamo a sapere che è un povero diavolo? Anche il protagonista della storia è un ragazzino sfortunato con i genitori che organizzano uno strampalato rapimento nella miseria degli anni ’70. Solo che Felice Natale ha ficcato un bambino “nel buco” e il nostro protagonista invece cerca di salvarlo.
Per Eco, il libro Cuore rappresenta un “turpe esempio di pedagogia piccolo borghese, classista, paternalistica e sadicamente umbertina”. Sarà pure vero, non discuto, ma lui non ne vede la versione più semplice: parla di ragazzi che vanno a scuola. Intrisi dei valori del loro mondo. Patetici e ridicoli talvolta come siamo tutti noi. Generosi e forti nei rari momenti in cui alziamo la mano per difendere o per costruire qualcosa. È troppo poco vederlo così? Ma è innanzi tutto un romanzo, pedagogico quanto si vuole, ma che non avrebbe mai attratto i lettori se non fosse stato un’opera capace di narrare la vita qual è.
Una certa fascinazione intellettuale ci può prendere sempre di fronte a Franti che ride sulle disgrazie altrui. È il fascino del noir, del cattivo che piace, di Hannibal Lecter, The Cannibal. Ma anche quando cresci, quella risatina nella vita vera (e nei romanzi che aspirano a raccontarla come è per davvero) mette un brivido. È il ghigno del Joker di Batman che uccide con il sorriso sulle labbra, del responsabile della strage di Utoya o del cinema di Denver. A pensarci bene gli eredi di Franti nella narrativa di oggi sono i criminali della Banda della Magliana narrati da Giancarlo De Cataldo. Intriganti e perfino simpatici, basta non incontrarli mai per davvero. Ci sono pure nella vita vera. Si nascondono dove meno te l’aspetti. Non vorrei dirlo – ma non posso tacerlo – è Franti pure Berlusconi quando fa Cucù alla Merkel o le corna nelle foto dei presidenti. Un Franti fortunatissimo, arricchito, potente, ma che come al solito non crede in niente e non tralascia nessuna occasione pur di ridacchiare. Oggi fa le feste con le veline, lasciato libero e arricchito illegalmente come tanti. E anche nel terrificante massacro della scuola Diaz, dentro ai caschi dei poliziotti che picchiano e umiliano i ragazzi innocenti, io ci vedo più di un Franti. Perché bisogna essere davvero cattivi per spaccare la testa alla gente, ordini o non ordini. E ogni volta speri che venga fuori a difenderti un Garrone, il ragazzone grande e grosso ma buono, anche lui incomprensibile per le ricerche semiologiche ma semplicemente così nella vita vera. E nei romanzi. Pedagogia o non pedagogia lui, quando appare, ti riscalda il cuore.
Se qualcuno vuole ancora cambiare il mondo, o più modestamente vuole rispondere con la buona politica ai disastri che ci circondano, spero fortemente che abbia il volto di Garrone, non quello di Franti. Almeno nella vita vera, almeno nei romanzi che cercano di raccontarla.
Per questo è venuto il momento di dimenticare Franti, di lasciarlo alle pagine della narrativa, anche se non sappiamo spiegarci perché è cattivo. Lasciamolo nel mistero incomprensibile che qualche volta avvolge la vita delle persone e le fa essere tremendamente diverse da come le vorremmo.
