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I “Late paintings” di de Koonings: attraverso l’astrattismo, la riconciliazione con la carne

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Il punto è che con l’arte astratta ciò che vedi non lo riesci a nominare. È una sorta di inghippo psicologico. Sai benissimo cosa provi, cosa senti, cosa intuisci...

Il punto è che con l’arte astratta ciò che vedi non lo riesci a nominare. È una sorta di inghippo psicologico. Sai benissimo cosa provi, cosa senti, cosa intuisci di fronte a un quadro astratto ma non riesci a dirlo. E dunque, se non riesci a dare un nome, una parola, paradossalmente anche la sensazione non esiste.
È quello che mi ha sempre fatto impazzire di fronte ai quadri astratti. Sono insieme talmente precisi e sfuggenti che te ne innamori senza riuscire a spiegartelo.
Willelm de Kooning (1904-1997) è un caso leggermente diverso: fa parte di quella corrente che viene definita Espressionismo astratto. Ancora più complicato? No, è paradossalmente più semplice, in quanto la forma è sempre stata per de Kooning la base per ulteriori sviluppi ma rimane – anche se deformata, scomposta, reinventata – riconoscibile.

Il movimento dell’espressionismo astratto contribuì a spostare l’attenzione mondiale sull’arte dall’Europa agli Stati Uniti a partire dagli anni ’30 grazie ai grandi Arshile Gorky, Jackson Pollock, Mark Rothko, Barnett Newman e lo stesso de Kooning. La cosa appare farsesca in quanto proprio questi pittori erano giunti in America ma avevano origini europee. De Kooning, ad esempio, era olandese ed era approdato negli USA clandestinamente facendo l’imbianchino per guadagnare. Poi provò a vivere solo di pittura: “Mi ci volle un po’ di tempo per passare da questa fase di ‘pittore della domenica’, in cui lavoravo per la maggior parte del tempo e dipingevo di tanto in tanto, a una fase successiva in cui il tempo consacrato alla pittura era maggiore di quello dedicato a lavori occasionali. È stata un’evoluzione graduale, legata soprattutto al mio atteggiamento mentale. Mi imponevo di dire a me stesso ‘Innanzi tutto sei un artista, gli altri lavori ti servono solo per guadagnarti da vivere’. Scelsi dunque di essere un artista: non era facile, ma la mia situazione spirituale ne trasse giovamento”. Ovviamente da allora non smise. È nota la sua adorazione per Duchamp, che ritiene grande quanto una corrente a se stante, e la sua amicizia e stima per Gorky, al quale è stato spesso paragonato. È affascinante leggere le parole dei pittori, sono impregnate di filosofia e poesia e aiutano a capire i loro lavori. In questo senso vale la pena leggere “Appunti sull’arte” (nella bella edizione delle Miniature dell’editore Abscondita, 11 euro), nei quali de Kooning stesso dice: “Forse la mia natura è più di romanziere che di poeta, ma in ogni caso ho sempre amato le parole nella pittura. Ritengo che le forme dovrebbero poter suscitare le stesse emozioni di un’esperienza concreta. Ad esempio, mi sento molto felice quando vedo che l’erba è verde. Un tempo, dipingere una figura umana rossa o blu era un gesto molto audace; oggi credo che sia altrettanto audace dipingerla color carne”.

A Roma è possibile ammirare nel bello spazio del Museo Bilotti, all’Aranciera nel mezzo di Villa Borghese, fino all’11 febbraio 2007, ben 16 tele di de Kooning, molte delle quali esposte per la prima volta, realizzate tra il 1981 e il 1998. L’evento è curato da Julie Sylvester e realizzato in collaborazione con The Willem de Kooning Foundation di New York.
Le opere sono dipinte nell’ultimo periodo dell’artista e sono decisamente diverse da tutta la precedente produzione. C’è chi ha detto che il fatto che de Kooning si fosse liberato dal vortice dell’alcolismo lo avesse reso più luminoso e disteso nell’utilizzo del colore: il tratto non appare più nervoso e ansioso, carico di vibrazione e spettri (ogni sua tela precedente era come se esplodesse di reconditi significati, e in effetti lui usava dipingere sopra precedenti lavori). Oppure c’è chi ritiene che l’ultima fase della sua produzione artistica risentisse per contro dell’incedere impietoso dell’Alzheimer, che avrebbe tolto vivacità creativa e intellettiva a lui proprie.

Di certo le opere in mostra non hanno nulla dell’espressionismo astratto, sono pure astrazioni. Qui la forma, seppure esiste, diventa linea e materia colorata, stesa in gradazioni e tonalità sfumate che si rincorrono come in giochi leggeri e bambineschi. Il bianco in apparenza predomina. Non è un bianco realizzato grazie all’assenza del colore ma è creato dal colore stesso, ad assecondare la teoria secondo la quale il bianco è l’insieme di tutti i colori mentre il nero ne è l’assenza (cosa che chi dipinge sa che è materialmente l’opposto: provate a mischiare tutti i colori e avrete il nero più profondo e inquietante). E più che di predominanza di bianco, si può tranquillamente affermare che è il rosa che predomina, un tentativo onnipresente di rosa, quello della carne di cui parla, per cui i quadri possono anche essere interpretati come voluttuose rappresentazioni della grazia e delle sinuose forme femminili. Le stesse forme sembra si siano evolute dalle celeberrime opere “Women” -che hanno portato all’attenzione de Kooning per la ferocia con la quale rappresentava le creature indecifrabili e dotate di ghigni mostruosi, tanto da farlo sospettare di omosessualità – come per riconciliarsi con esse.

“Sono più libero. Mi sento più me stesso, in quanto possiedo con maggior pienezza i miei mezzi espressivi. Almeno lo spero. Ho l’impressione di conoscere meglio ciò che sto facendo. Non si tratta di un’accettazione dei propri limiti, ma di una valorizzazione delle proprie possibilità: accettando ciò che possiedo, posso realizzare cose meravigliose”. Questi pensieri tolgono, se ci fossero, i dubbi sul valore del genio creativo che prescinde da situazioni di dipendenza o di malattia, al limite le usa.
E per tornare al punto iniziale, è sempre de Kooning che ribadisce:
“È stata senza dubbio la parola a introdurre l’arte nella pittura. L’unica certezza riguardo all’arte è che si tratta di una parola. Tutta l’arte è così diventata letteraria. Non viviamo ancora in un mondo in cui le cose sono chiare ed evidenti in se stesse. È interessante notare come tutti coloro che si propongono di liberare la pittura dai discorsi sulla pittura, ad esempio, non fanno altro che parlarne. Non ci troviamo tuttavia di fronte a una contraddizione: l’arte in sé è la parte muta in eterno, di cui si può in eterno parlare “. Ma non è vero: l’arte dipinta da de Kooning nei suoi “Late paintings” appare come una femminile sinfonia luminosa.

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