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Denis Johnson – Jesus’ Son (Einaudi – Stile libero)

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I racconti dello scrittore americano Denis Johnson, pubblicati dalla Einaudi nella collana Stile libero (p.112, £. 16.000) descrivono un’umanità “deragliata”

I racconti dello scrittore americano Denis Johnson, pubblicati dalla Einaudi nella collana Stile libero (p.112, £. 16.000) descrivono un’umanità “deragliata”, che spende la propria solitudine in mezzo a droghe pesanti, bar squallidi e desolati quartieri metropolitani. Un’umanità che in preda al panico di vivere non riesce a distinguere cosa sia giusto e cosa sbagliato, ma che continua comunque a vagheggiare il miraggio di una possibile salvezza, di un mondo dove esista veramente la parola “felicità”. Johnson descrive i suoi personaggi, le sue storie con un stile scarno e asciutto che affonda come la lama di un coltello dentro il male di vivere contemporaneo. Alla fine della lettura i suoi racconti ci lasciano un retrogusto amaro. Un retrogusto che ha il sapore della verità.

Il primo uomo lo incontrai mentre tornavo a casa da un ballo alla Veterans of Foreign Wars Hall. I miei due compari, mi avevano portato fuori. (…) Noi tre avevamo formato un gruppo, ma alla base c’era qualcosa di sbagliato, qualche fraintendimento non ancora venuto alla luce, così continuavamo a stare in compagnia, a girare per i bar e discutere tra noi. In genere, quel tipo di falsa coalizione si scioglie dopo un giorno o due, ma la nostra andava avanti da più di un anno. Poi successe che uno fu ferito mentre scassinavamo una farmacia, e noialtri due lo si depose sanguinante all’ingresso posteriore dell’ospedale, così lo arrestarono e i legami si dissolsero. Gli pagammo la cauzione, poi fu prosciolto da tutte le accuse, ma noi c’eravamo aperti il petto mostrando i nostri cuori vigliacchi, non si può restare amici dopo un fatto del genere.

Quella sera alla Veterans of Foreign Wars Hall, mentre ballavo con una donna, l’avevo spinta contro il grosso condizionatore d’aria, l’avevo baciata, le avevo slacciato i pantaloni e ficcato dentro una mano. Fino a circa un anno prima era stata sposata con un mio amico, e avevo sempre pensato che sarebbe successo, prima o poi, ma il suo nuovo fidanzato, un uomo magro, intelligente e meschino verso il quale, per giunta, provavo un complesso d’inferiorità, arrivò da dietro l’impianto, ci guardò incazzato e le disse di uscire e salire in macchina. Temevo che sarebbe passato all’azione, ma scomparve, come lui, con la stessa rapidità con cui s’era materializzato. Trascorsi ogni secondo del resto della serata a chiedermi se sarebbe tornato con degli amici, per creare una situazione dolorosa e umiliante. Avevo con me una pistola, ma ecco, non l’avevo mai usata prima. Costava pochissimo, ero sicuro che, se solo avessi premuto il grilletto, mi sarebbe scoppiata in mano. Così, mi sentivo ancor più umiliato, mi immaginavo la gente – sempre uomini che parlavano a donne – dire: “Aveva una pistola, ma non l’ha nemmeno estratta”. Bevvi il più possibile finché l’orchestrina western non smise di cantare e suonare, e si riaccesero le luci.

Coi due compari tornai alla mia piccola Volkswagen verde, e lì scoprimmo l’uomo di cui avevo cominciato a parlarvi, il primo uomo, che dormiva profondamente sul sedile posteriore.

E questo chi è? – chiesi ai miei amici. Ma nemmeno loro l’avevano mai visto prima.
Lo svegliammo, e lui si mise a sedere. Era un omone, non tanto alto da toccare il tettuccio con la testa, ma davvero grosso, con una faccia dura e capelli rasati. Non voleva uscire dalla macchina.

L’uomo si indicò le orecchie e la bocca, facendoci intendere che non poteva sentire né parlare.

Che si fa in una situazione come questa? – chiesi.
Beh, io salgo. Spostati! – disse Tom al tizio, e si sedette di fianco a lui.

Io e Richard ci sedemmo davanti. Tutti e tre ci girammo verso il nostro nuovo compagno.

Lui indicò dritto di fronte a sé, poi si appoggiò una guancia sulle mani: andare a dormire.

Vuole un passaggio a casa, – dissi.
‘mbeh? – disse Tom. – E dàgli ‘sto passaggio! – Tom aveva tratti marcati, e il suo umore sembrava sempre peggiore di quanto fosse realmente.

Col linguaggio dei segni, il passeggero ci mostrò il tragitto. Tom riferiva le indicazioni, dato che io non potevo tenerlo d’occhio mentre guidavo. “Qui a destra…a sinistra…vuole che rallenti…sta cercando la casa” ecc.ecc.

Andavamo coi finestrini abbassati. La tiepida sera primaverile, dopo i mesi gelidi dell’inverno, era come uno straniero che ci soffiava in faccia. Portammo il passeggero in una strada residenziale, dove le gemme spingevano per uscire dai rami e i semi vagivano nei giardini.

Era grosso come uno scimmione, quando uscì dalla macchina iniziò a dondolare le braccia come se stesse per mettersi a camminare sulle nocche. Percorse il vialetto di una casa e bussò alla porta. Al primo piano s’accese una luce, e qualcuno scostò una tenda, poi la luce si spense. Il tizio tornò alla macchina e batté la mano sul tettuccio, prima che io potessi riavviare il motore.

Si stese sul cofano della mia VW, come per fare il morto.

Forse ha sbagliato casa, – suggerì Richard.
Non posso partire con lui steso lì, – dissi io.
Parti, – disse Richard, – e inchioda sui freni.
I freni non funzionano, – disse Tom a Richard.
Il freno a mano sì, – li rassicurai.

Tom era impaziente: – Devi solo mettere in moto, e lui cade giù.

Non voglio fargli male.

Alla fine lo alzammo di peso e lo sistemammo sul sedile dietro. Si accasciò contro il finestrino. Ed eccolo di nuovo tra i piedi. Tom fece una risata sarcastica. Tutti e tre ci accendemmo una sigaretta. (…)

Questo tizio non è davvero sordo… Ehi, è vero? Dico a te! – gli fece Tom.
Che ne facciamo di lui?
Lo portiamo a casa con noi.
Io no di certo, – dissi.
Beh, uno di noi dovrebbe farlo.
Vive proprio qui di fronte, – insistetti, – si capisce da come ha bussato.

Scesi dalla macchina.

Arrivato alla veranda, suonai il campanello e indietreggiai un po’ per vedere la finestra di sopra. La tenda bianca si mosse ancora, e una donna disse qualcosa.

Si vedeva solo l’ombra di una mano sull’orlo della tenda. – Se non lo portate via dalla nostra strada, chiamo la polizia -. Mi inondò di desiderio, tanto che temetti di affogare. La sua voce si interruppe e poi riprese più bassa:

Ho in mano il telefono. Sto facendo il numero, – disse dolcemente.

Mi sembrò di sentire il rombo di un motore non troppo lontano, e corsi di nuovo in strada. (…)

Il nostro passeggero non si dava per vinto. Gesticolò frenetico, toccandosi la fronte e le ascelle e poi roteando il torso, come un allenatore di baseball che fa segnali ai giocatori. – Guarda, – gli dissi, – lo so che puoi parlare. Non trattarci da stupidi.

Ci fece attraversare quella parte della città, fino al passaggio a livello, dove non abitava quasi nessuno. Qua e là, affondate nell’oscurità, c’erano casupole con dentro luci fioche. Ma la casa davanti a cui mi fece fermare non aveva luci, a parte il lampione. Suonai il clacson e non successe nulla. L’uomo che stavamo aiutando se ne stette lì seduto: in tutto quel tempo aveva espresso un sacco di desideri senza mai dire una parola. Sembrava sempre più il cane di qualcuno.

Vado a dare un’occhiata, – gli dissi, con voce spazientita

Una piccola casa in legno con due pali e una fune da bucato. L’erba troppo cresciuta era stata schiacciata dalla neve e poi scoperta col disgelo. Senza preoccuparmi di bussare andai alla finestra e guardai dentro. C’era una sola sedia, e una tavola ovale. La casa sembrava abbandonata, niente tende, niente tappeti. Sul pavimento erano sparsi oggetti luccicanti, forse lampadine guaste, o scatole di proiettili vuote, ma era buio e non si vedeva bene. Guardai finché non mi si stancarono gli occhi e pensai a disegni sul pavimento, come le sagome in gesso delle vittime d’omicidi, o segni per strani rituali.

Perché non entri? – chiesi al tizio quando tornai alla macchina. – Vai a guardare, bugiardo e fallito che non sei altro!

Lui alzò un dito. Uno.

Cosa?

Uno. Uno.

Vuole andare in un altro posto, – disse Richard.
Siamo già andati in un altro posto: questo qua, ed era un pacco.
Cosa vuoi fare? – chiese Tom.
Bah, portiamolo dove vuole -. Non avevo voglia di tornare a casa. Negli ultimi tempi mia moglie era cambiata, e avevamo un figlio di sei mesi che mi faceva paura.

Il posto in cui lo portammo era una casa isolata sulla Old Highway. Avevo fatto quella strada diverse volte, spingendomi sempre un po’ più lontano, e non ci avevo mai visto niente che mi mettesse di buon umore. Dei miei amici avevano una fattoria, da quelle parti, ma la polizia aveva fatto un’irruzione e li aveva messi in galera.

La casa non sembrava parte di una tenuta. Era a circa duecento metri giù per la Old Highway, la veranda dava praticamente sulla strada. Quando ci fermammo lì davanti e spegnemmo il motore, sentimmo della musica provenire dall’interno…Jazz, raffinato e malinconico.

Andammo sulla veranda insieme all’uomo taciturno. Bussò alla porta. Io, Tom e Richard ci mettemmo di fianco a lui, vicinissimi.

La porta non fece quasi in tempo ad aprirsi che lui si spinse dentro. Lo seguimmo e ci fermammo, ma lui stava già entrando in un’altra camera.

Non andammo oltre la cucina: la stanza di fronte era avvolta in una penombra bluastra, dentro vedemmo un soppalco, quasi un gigantesco letto a castello, su cui stavano sdraiate diverse donne magre, spettrali. Una di loro uscì dalla stanza e ci guardò. Le colava il mascara, e le labbra erano sbavate di rossetto. Portava una sottana ma niente camicetta, solo un reggiseno bianco, come una pubblicità di biancheria intima su una rivista per ragazzine. Ma non era più una ragazzina, lei. Guardandola, pensai a quando andavo sui prati con mia moglie, quando ancora eravamo tanto innamorati da non capire cosa stesse succedendo.

Si sfregò il naso, con un gesto sonnacchioso. Due secondi dopo, di fianco a lei c’era un uomo, un nero, che si sbatteva un paio di guanti sul palmo di una mano. Era molto grosso, sguardo assente e tipico sorriso invulnerabile di quando si è fatti.

La donna disse: – Se ci aveste chiamati prima, vi avremmo sconsigliato di portarlo qui.

Il suo compagno era deliziato: – questo è un modo carino di dirlo.

L’uomo che avevamo accompagnato stava in piedi nella stanza dietro di loro, una brutta scultura, in una posa innaturale con le spalle curve, come se la trascinasse a stento, quelle mani enormi.

Che problema ha? – chiese Richard.
Non importa qual è il problema, finché non lo ha capito ben bene lui, – disse l’uomo.

Tom ridacchiò.

Che fa nella vita? – chiese Richard alla tipa.
E’ un bravissimo giocatore di football. O almeno lo era -. Aveva un’espressione stanca. Non gliene poteva fregare di meno.
E’ ancora bravo. E’ nella squadra, – disse il nero.
Ma se non è neanche più iscritto a scuola!
Però se tornasse a scuola sarebbe nella squadra.
Ma non ci torna più a scuola, perché è fottuto. E lo sei anche tu.

Frustò l’aria con uno dei guanti: – Grazie tesoro, lo so.

Ti è caduto l’altro guanto, – disse lei.
Grazie piccola, so anche questo.

Si unì a noi un ragazzo grosso e muscoloso, glabro, capelli biondi rasati dietro e ai lati. Pensai fosse il padrone di casa, perché teneva in mano un boccale verde pieno di birra, grande quasi quanto un cestino della carta straccia, con sopra una svastica e il simbolo del dollaro. (…)

Mi sorrise e scosse la testa: – Non può rimanere. Tammy non lo vuole qui.

Ok, chiunque sia Tammy, – risposi. Quegli strani figuri mi facevano venire fame. Sentivo odore di gozzoviglie, la zaffata di una pozione magica che faceva scomparire tutto quello che mi tormentava.
Io coglierei l’occasione per portarlo via di qui, – disse il grosso padrone di casa.
A proposito, com’è che si chiama?
Stan.
Stan. E’ davvero sordo?

La ragazza sbuffò.

Il ragazzo rise e disse: – Questa sì che è una buona domanda.

Richard mi diede una pacca sul braccio e guardò la porta, indicando che dovevamo andarcene. Capii che lui e Tom avevano paura di quella gente. Ne avevo anch’io. Non erano minacciosi, ma starcene lì con loro ci faceva sentire degli stupidi falliti.

Soprattutto la ragazza mi metteva a disagio. Sembrava così dolce e perfetta, come un manichino di carne, tutto pieno di carne.

Sbarazziamoci di lui, adesso! – quasi strillai, infilando di corsa l’uscita.

Ero già al volante, e Tom e Richard a metà del vialetto, prima che Stan uscisse dalla casa. – Sbrigati! Parti! – urlò Tom, l’ultimo a entrare nell’auto, ma quando premetti l’acceleratore l’uomo stringeva già la maniglia.

Accelerai, ma lui non rinunciava. Anzi, riuscì a guadagnare terreno e a fissarmi attraverso il parabrezza, con uno sguardo psicotico e un sorriso sarcastico, come per dire che sarebbe stato sempre con noi. Correva sempre più veloce, buttando fuori nuvole di fiato. Dopo cinquanta metri, quasi all’incrocio con la strada principale, pestai a tavoletta sperando che si staccasse dalla portiera, ma riuscii solo a farlo sbattere contro il segnale di stop. Lo colpì con la testa e lo buttò giù come fosse lo stelo di una pianta, poi ci cadde sopra lungo e disteso. Probabilmente il legno era marcio. Meglio per lui.

Lo lasciammo là, un uomo che barcollava dove prima c’era un segnale stradale. – Pensavo di conoscere tutti, in città, – disse Tom, – ma quelli là non li avevo mai visti.

Erano atleti, ma adesso sono dei tossici, – disse Richard.
Gente del football. Non sapevo che potessero ridursi così -. Tom guardava la strada dietro di noi.

Fermai la macchina, e guardammo tutti. Un quattrocento metri dietro di noi, Stan si fermò in mezzo ai campi, illuminato dalle stelle, nella postura di uno che si riprendeva da una sbornia, o cercava di risistemarsi la testa sul collo. Ma non era solo la testa, tutto il suo essere era stato tranciato e buttato via. Non c’era da meravigliarsi che non sentisse né parlasse, che non avesse più nessun rapporto con le parole. Con quelle era già stato detto tutto, fino al logorio.

Lo fissammo per un po’, sentendoci come vecchie governanti. D’altra parte, lui era la sposa della Morte. (…)

Imboccammo Burlington Street. Passammo di fianco alla stazione di servizio aperta tutta la notte, all’angolo con la Clinton. Un uomo stava dando dei soldi al benzinaio, erano entrambi in piedi di fianco all’auto, in una luce sulfurea e soprannaturale – all’epoca le lampade al sodio erano ancora una novità, da noi – e l’asfalto intorno a loro era pieno di macchie d’olio che sembravano verdi, mentre la vecchia Ford non aveva proprio nessun colore. – Lo sapere chi era quello? – chiesi a Tom e Richard. – Era Thatcher.

Feci inversione il più rapidamente possibile.

E allora? – disse Tom.
E allora questa! – dissi, tirando fuori la calibro 32 che non avevo mai usato.

Richard rise, non so perché. Tom si mise le mani sulle ginocchia e sospirò.

Thatcher era già rientrato in macchina. Frenai di fianco alle pompe di benzina, nell’altra direzione, poi abbassai il finestrino: – Ho comprato uno di quei chili-pacco che vendevi per due-e-dieci verso Capodanno. Non mi conosci, perché come cazzo-si-chiama vendeva per conto tuo -. Dubito mi abbia sentito. Gli feci vedere la pistola.

Thatcher partì sgommando sulla sua Falcon malconcia. Non pensavo che l’avrei raggiunto con la Volkswagen, ma mi lanciai all’inseguimento. – La roba che mi ha venduto era un pacco, – dissi.

Non l’avevi provata prima? – domandò Richard.
Era roba strana.
Beh, ma se l’avevi provata…
Sembrava fosse buona, e invece no. Non c’ero solo io, e tutti gli altri hanno detto la stessa cosa.
Ti sta seminando -. All’improvviso, Thatcher aveva svoltato tra due palazzi. Quando uscimmo dal vicolo, su un’altra via, lui era scomparso. Ma più avanti vidi un quadrato di neve vecchia riflettere il rosa degli stop di qualcheduno.

Ha svoltato all’angolo, – dissi.

Dopo aver fatto il giro dell’isolato, trovammo la sua macchina parcheggiata dietro un condominio. In uno degli appartamenti, una luce s’accese e si spense subito. (…) La sensazione che Thatcher avesse paura di me mi dava forza. Lasciai la Volkswagen nel bel mezzo del parcheggio con la portiera aperta, motore e fari accesi.

Salii di corsa la prima rampa di scale e colpii la porta con la pistola. Tom e Richard erano dietro di me. Sapevo di essere nel posto giusto. Colpii ancora. Una donna in camicia da notte bianca aprì e indietreggiò dicendo:

Non farlo. Va tutto bene. Va tutto bene.
Thatcher ti ha detto di rispondere, eh? Sennò col cazzo che aprivi la porta, – le dissi.
Jim? Lui è fuori città -. Aveva lunghi capelli neri legati a coda di cavallo. Le palle degli occhi le sobbalzavano dentro il cranio.
Chiamalo.
Ma è in California!
E’ in camera da letto -. La spinsi dentro tenendo la pistola puntata.
Ho due bambini qui! – mi implorò.
Non me ne frega niente. Sdraiati sul pavimento!

Si mise giù, io le premetti la guancia contro il tappeto e appoggiai la pistola alla tempia.

Se Thatcher non fosse uscito, non avrei saputo che fare. – Lei è qui per terra! – urlai verso la camera.
I bambini stanno dormendo! – disse lei. Le lacrime le inondavano un lato del setto nasale.

A un tratto (che mossa stupida!) Richard attraversò l’atrio ed entrò nella stanza. Erano noti i suoi gesti imprudenti e auto-distruttivi

Oh, qui non c’è nessuno a parte due bambini!

Entrò anche Tom: – Si è calato giù dalla finestra!

Con due passi mi avvicinai alla finestra del soggiorno e guardai giù nel parcheggio. Non potevo esserne certo, ma pareva che la macchina di Thatcher non ci fosse più.

La donna non s’era mossa, se ne stava ancora lì, sul tappeto.

Dico davvero, lui no c’è, – mi disse.

Lo sapevo già, che non c’era. – Non me ne frega niente. Tu stai per soffrire.

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