Razza partigiana, edito da Iacobelli, racconta la Resistenza con gli occhi di un eroe passato sotto silenzio.
Val di Fiemme, 5 Maggio 1945. Gli inviati del Comitato di Liberazione Nazionale di Cavalese trovano, nei luoghi dell’ultima strage nazista in Italia, il cadavere di un ragazzo di colore. “È un medico sudafricano”, esclamano all’indomani i cronisti distratti. È “Un partigiano negro caduto per la causa dei fratelli bianchi”, secondo i più faziosi osservatori. In realtà, il corpo è di Giorgio Marincola, 22 anni, italiano di origine somala.
La storia di Marincola, raccontata da Carlo Costa e Lorenzo Teodonio in Razza Partigiana, edizioni Iacobelli, è già singolare di per sé. Giorgio è l’unico partigiano di colore decorato alla memoria, in soli 22 anni di vita è stato prima cittadino italiano e poi additato come meticcio dalle leggi razziali, ma soprattutto, scelta la via della Resistenza, ha trovato la morte una settimana dopo il 25 aprile, giorno in cui la storiografia ufficiale localizza la fine della Guerra e la liberazione del nostro Paese.
Ma anche qui, come accade spesso, la Storia Ufficiale ha perso per strada dei dettagli importanti, e ha finito per presentare la Resistenza come un fenomeno unitario ed omogeneo, con un inizio, uno svolgimento organico, e un lieto fine, datato 25 Aprile. La vita di Giorgio Marincola, oltre che per la vicenda personale, è interessante anche per ricostruire le dinamiche più nascoste della storia d’Italia negli anni finali del conflitto. Figlio di un sottufficiale e della sua compagna somala, (una delle tante conquiste, o madame, dei nostri militari in Africa), Giorgio studia a Roma, al Liceo Umberto I. Dopo i bombardamenti del luglio 1943 e la nomina del Governo Badoglio, si arruola nel movimento partigiano Giustizia e Libertà, per continuare a combattere il nemico nazifascista. È la strada del coraggio, ma anche della fine: colpito alle spalle dalle SS, Giorgio Marincola muore insieme ad altre 28 persone. Perché questa fine? A cosa è servito combattere il nemico fino all’ultimo? E soprattutto, perché la storia di Giorgio è stata dimenticata fino ad oggi? Di queste ed altre suggestioni, abbiamo parlato con gli autori di Razza Partigiana alla presentazione del libro, che si alternano nella risposte.
L’eroe di Razza Partigiana muore il 3 Maggio del 1945. Perché un libro su Giorgio Marincola, e perché adesso?
Il motivo è molto semplice: la storia di Giorgio Marincola è del tutto dimenticata, abbiamo avuto a che fare con una vicenda che non solo nessuno aveva mai raccontato, ma non era nemmeno conosciuta dai più. All’inizio della nostra ricerca, i nostri interlocutori ci rimandavano a qualche pagina di internet, che tra l’altro avevamo scritto noi stessi… Il circolo vizioso, e il silenzio ufficiale, ci hanno spinto a ricordare questa figura.
L’eroismo di Marincola non viene riconosciuto negli anni successivi alla guerra: addirittura, viene scambiato per un medico sudafricano. Riuscite a spiegarvi l’oscurantismo italiano verso alcuni personaggi della storia? Esistono eroi di serie A e di serie B?
Sicuramente la distinzione esiste, bisogna vedere se i personaggi studiati siano o meno eroi. Una storia individuale è meno facile da studiare e rischia di essere meno significativa di un fenomeno collettivo. La vita di Marincola è particolarmente significativa perchè ha dentro di sé un percorso della storia dei primi 50 anni del ‘900 italiano. Giorgio ha vissuto, in una sola vita, le contraddizioni della storia coloniale italiana, la vergogna delle leggi razziali, le difficoltà di un ambientamento in una società come quella di Roma negli anni ’30. Probabilmente, era più facile rappresentare la Resistenza come una struttura unitaria.
Un liceale romano, all’improvviso, è additato come inferiore dalle leggi dell’epoca. Non è l’unico ad aver subito un simile trattamento in Italia, causato non solo dalle leggi razziali. Perché il nostro Paese è pieno di personaggi che durante la vita sono considerati inferiori e raggiungono la notorietà e la gloria soltanto dopo la morte?
Innanzitutto, precisiamo che le leggi razziali, su Marincola, non hanno avuto nessuna efficacia, nel senso che lui aveva il suo status giuridico di italiano, e la cittadinanza passava più per la linea paterna che per gli aspetti razziali. Polemicamente, si può dire che la morte rende tutti più belli: morire in questo modo, però, colpito alle spalle dopo la Liberazione, è qualcosa difficile da accettare a livello pubblico, perché va al di fuori del 25 aprile, e va oltre la strutturazione della memorialistica partigiana. Certo è che la retorica che si crea attorno ai morti della Resistenza si carica di significati politici. Sarebbe bello, per quanto possiamo, contribuire al riscatto pubblico di una vita individuale spesa con coraggio.
Giorgio Marincola capisce subito da che parte stare, e concepisce la patria come una cultura e un sentimento di libertà. Alla lunga questo atteggiamento gli costa la vita. Basta questo per morire a 20 anni?
Per rispondere, bisognerebbe immaginarsi un contesto che non conosciamo e che non viviamo in nessun modo. Sulle motivazioni verso l’antifascismo e la Resistenza, la scelta combattente e armata, il nostro discorso regge su ipotesi, e sarebbe molto banale dare una risposta univoca Sicuramente hanno pesato le idee trasmesse da Pilo Albertelli, educatore di chiara fama antifascista. Anche il colore della pelle ha avuto una sua importanza: pensiamo a un italiano di colore nella retorica razziale che entrava nelle scuole, nell’università, in tutte le cose che lui viveva. In qualche maniera, queste idee devono averlo scottato, e lo avranno spinto a fare delle scelte testarde, ostinate. Ma c’è anche da dire che la stessa esperienza della Resistenza che lui ha vissuto, a Roma, a Viterbo, e nel Nord Italia, a nostro modo di vedere, può averlo spinto verso la sua ultima scelta, di rivalsa individuale, di continuare con la battaglia.
Marincola è un partigiano, ma prima di tutto un italiano di origine africana. Tanti ragazzi di allora, erano figli della colonia. Molti italiani vedevano nell’Africa un po’ di posto al sole, un miraggio verso lo sviluppo, una visibilità internazionale. Cosa ci ha lasciato la nostra avventura coloniale di qualche decennio?
Un’immagine molto sbagliata della nostra stessa presenza lì. Il segno che molti sottolineano è quello di un colonialismo migliore di quello degli altri Stati, più bonario, più comprensivo. Di fatto non è stato così, i tratti brutali della nostra invasione sono stati gli stessi di quelli della altre Nazioni, tanto in epoca liberale quanto a maggior ragione in epoca fascista. Da un punto di vista meramente legislativo, le leggi razziali sono state sperimentate nelle colonie, dove è stato creato un regime di apartheid, e dove i vuoti normativi lasciati dalla legislazione liberale sono stati riempiti da una legge molto dura e molto violenta. Un elemento che fa riflettere: nell’aggressione all’Etiopia, gli italiani sono andati militarmente preparati, ma incoscienti del territorio, della lingua, del posto che andavano ad invadere. Un atteggiamento senza dubbio brutale: andare in un posto senza conoscerlo, solo con l’intento di occuparlo, già è un segno di una volontà per nulla dialogante e rispettosa del prossimo.
Molte, oggi, sono le letture storiche anche critiche verso la Resistenza e l’epopea dei partigiani. È giusto dire che, quando non sia faziosa, una lettura critica della Storia, anche verso i vincitori, può fare del bene alla storia stessa?
Sono d’accordo con letture critiche della storia. Il problema è intendersi su cosa voglia dire lettura critica. Io penso che un certo tipo di critica alla storia della Resistenza sia stata già fatta, per tempo e con un certo impegno, da parte di molti… Lettura critica, però, non vuol dire lettura strumentale, cosa che invece da più parti avviene. Alcune ricostruzioni vengono viste da un punto di vsita ristretto, quasi individuale, e allora è molto facile dare giudizi strumentali e non obiettivi. Critica è confronto tra le fonti, visione oggettiva e generale degli eventi presi in considerazioni, e contestualizzazione culturale. Tutta la polemica del 25 aprile, ad esempio, sembra piuttosto sterile. Considerare quel giorno, e la settimana successiva, come staccati dai vent’anni precedenti, è un chiarissimo esempio di lettura strumentale.
