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La cenere

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"Non abbiamo nulla da darvi" disse mia madre "niente!" Il soldato tirò dritto fino alla finestra e la sua schiena proiettò un’ombra cupa nella stanza. Se ne stava affacciato con le dita grosse puntate sul davanzale, i gomiti tesi, e la faccia verso la montagna. Nel silenzio avvicinai mia madre, che mi strinse a sé con il braccio mentre con gli occhi restava incollata a quella schiena ingombrante.

“Non abbiamo nulla da darvi” disse mia madre “niente!”
Il soldato tirò dritto fino alla finestra e la sua schiena proiettò un’ombra cupa nella stanza.
Se ne stava affacciato con le dita grosse puntate sul davanzale, i gomiti tesi, e la faccia verso la montagna. Nel silenzio avvicinai mia madre, che mi strinse a sé con il braccio mentre con gli occhi restava incollata a quella schiena ingombrante.
Il soldato inspirò, riempiendo il petto e la pancia con tutta l’aria che poteva, poi si voltò dalla nostra parte e sembrò quasi sorpreso di trovarci lì. Ma scrollò la testa, come per cancellare un ricordo, e con un passo ci fu davanti. Mia madre mi spinse di lato, lui approvò quel gesto con una smorfia, poi le si avvicinò e si curvò su di lei annusandole il viso. Mosse le labbra e mia madre arricciò il naso: per via dell’alito cattivo o, forse, per qualcosa che disse. Abbassò lo sguardo su di me, quel soldato, e bofonchiò strano, così lo tenni d’occhio mentre prese ad aggirarsi, con grandi falcate, per la cucina aprendo malamente gli sportelli della credenza.
Avevo solo dieci anni quando il tedesco entrò nella nostra casa. Rovistò nell’angolo, in cui era riposta la giacchetta da lavoro di mio padre, allungando il fucile e graffiando i mattoni con la punta della baionetta. Gettò a terra il cassetto del tavolo buono e una forchetta schizzò sullo stivale lucido. L’uomo saltò di soprassalto, come una femmina col topo, sorrisi ma la vanga era ad un passo: uno scatto e l’avrei impugnata. Lo straniero si voltò, scrutò il mio volto esangue, e riprese la sua ricerca solo dopo essersi sfilato un guanto e, aver pulito di striscio il naso, con il dorso nudo della mano. Raggiunse la
ceneriera, proprio sotto alla fornacina, con la mano ancora guantata afferrò la molla del camino e scansò la tenda a fiori rossi, sporcandola. La tenda che Nonna Lidia aveva cucito prima che io nascessi, me lo raccontava ogni volta che andavamo a depositare la cenere nuova. La cenere raggiungeva quasi l’altezza massima e lui la sparpagliò ridacchiando, accrescendo la risata man mano che la cenere ricopriva il pavimento. Poi la risata si interruppe, gli occhi di mia madre vacillarono. Lui, di schiena, non se ne accorse ma stufo del suo gioco gettò a terra la molla con un frastuono di ferraglia che
destò Nonna Lidia al piano di sopra.
“Che sei combinato Luigì?”
“Niente! Al solito, ho fatto danni”
“Che dici?”
Nonna Lidia era sorda abbastanza da evitarsi lo strazio dello straniero, che sbadigliando
chiamò a raccolta i due soldati lasciati di guardia e si allontanò lasciando la porta aperta.
Restammo immobili finché i tacchi dei loro stivali non riecheggiarono nel Fossato, voleva dire che avevano raggiunto la Piazza, poi mia madre mi sorrise, mostrando tutto il verde degli occhi, ed io capii che potevo, lasciare in terra la mia vanga, e correre su da Nonna Lidia a raccontarle che il prosciutto, sotto alla fornacina, era salvo.
Mia madre sganciò la tenda dalla ceneriera e tentò di spolverarla: se la mise sulle ginocchia battendola più volte con la mano, provò pure con la spazzola di crine, ma quel nero non venne via e così la gettò nel mucchio dei panni sporchi. Quando s’accorse che stavamo a guardarla, tirò fuori un fermaglietto dalla tasca del grembiule, lo allargò un po’coi denti e lo sistemò, alla rinfusa, sui capelli.
Nonna Lidia continuò a fissarla, mia madre guardò per terra e, agitando le mani, esclamò: “guarda là, tutto impicciato!”.
Allora Nonna Lidia prese il comando e, sotto la sua direzione, raccogliemmo la cenere e la riponemmo con cura.
“La cenere ci serve per le lenzuola, ma che ne può capire un soldato!” borbottò il giorno seguente mentre la scortavo giù al Ponte. Come le altre donne s’inginocchiò a strofinare il bucato nell’acqua del fiume. Ogni tanto alzava lo sguardo, per paura che corressi via, ma di giocare non avevo voglia. Seduto sul mio sasso seguii i movimenti convulsi delle sue mani accanirsi sulla tenda, e strofinò, finché l’ultimo dei fiori spiccò rosso al sole.
Qualche ora dopo rientrammo, con la cesta di biancheria profumata in bilico sulla testa.
La pazza della commare Natolia, mostrando i suoi tre denti buoni, biascicò: “Il tedesco è tornato ma se ne è riandato un’altra volta a mani vuote”, “a mani vuote” continuò “a mani vuote” mentre la cesta dei panni si rovesciava ai piedi di Nonna Lidia, che imprecava e chiedeva perdono ai suoi santi. Io corsi dieci metri come fossero uno, inciampando sull’uscio spalancato, candendo a faccia avanti dentro casa.
Mi tirai su, asciugai col dorso della mano il sangue che mi colava dal naso e dalla bocca, fu allora che il mio palmo schiacciò il labbro spaccato contro i denti: mia madre, seduta sotto alla finestra, se ne stava con la schiena appoggiata al muro, le mani fra le cosce aperte e uno dei suoi grandi seni all’aria fra le braccia magre e i brandelli di stoffa. Il mio guaito soffocato neanche la scosse. Allora mi voltai e afferrai la vanga lanciandomi nel cortile ma la mia corsa rovinò contro il corpo di Nonna Lidia, che nel frattempo m’aveva raggiunto ed era rimasta a guardare, appena a un passo dietro di me. Mi trattenne per un polso, con una forza che non le avrei attribuito, e mi strappò la vanga dalla mano, col temperamento di un soldato vero. Poi con la voce di sempre ordinò: “va alla cantina e piglia la bagnarola grande, che io metto un poco d’acqua sul fuoco”. Non compresi la calma della sua reazione ma le diedi ascolto.
Trascorremmo il resto della giornata a lavare mamma nella bagnarola. Con un panno tiepido accarezzammo ogni centimetro della sua pelle mentre il vestito di tutti i giorni bruciava sotto al cotturo colmo d’acqua.
“Domani le cucirò un abito nuovo: a fiori rossi.” Disse Nonna Lidia senza sorridere.
Corsi in cortile a cercare nel mucchio delle lenzuola la tenda della ceneriera, lavata quella mattina stessa, e la distesi sulla spalliera della sedia, quella bassa accanto al caminetto.

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