È quasi mezzanotte quando atterriamo ad Edimburgo: uno scintillio di luci sull’estuario del fiume Forth nel Mare del Nord. Aspettiamo l’autobus che ci porterà in città, tra uomini eleganti con lunghi cappotti da sera, donne con calze leggerissime e tacchi vertiginosi nel vento gelido. La navetta arriva e riparte di gran carriera come una vettura di lusso per i signori della notte. Il cocchiere fende le tenebre ad una velocità indiavolata, le poche valigie rotolano su e giù e i raffinati passeggeri, intenti a guardare fuori nel buio, le scansano sorridendo con gesti assorti e svagati, mentre al telefono prendono accordi per la serata.
Entriamo in città, puntiamo dritti verso il cielo, verso il profilo del castello nero immenso che si staglia sullo sperone di roccia vulcanica in un susseguirsi di guglie e torri neogotiche. Imbocchiamo Princes Street, la via principale, e restiamo a bocca aperta. Gli immensi giardini che la costeggiano e salgono digradando verso il castello sono punteggiati di luci colorate che sfavillano nel buio. Una ruota immensa e mille girandole e marchingegni luminosi sfiorano il cielo gelido e stellato e quasi sembra di sentirle le grida di uomini e donne elegantissimi trascinati in turbinosi vortici. E il mausoleo di Walter Scott che sorge imponente nel mezzo, il più grande monumento mai dedicato ad uno scrittore, sembra un piccolo triangolo di pietra incastonato nella ruota luminosa. Sui prati gli alberi risplendono con decorazioni d’oro, ma le più belle, le più infinitamente belle, sono certe lucine lontane, come cristalli di ghiaccio che risplendono ai piedi del castello tra le piante aggrappate al vulcano. Tracciano figure sospese nel vuoto, spiriti sembrano avventuratisi fuori del castello, pieni di nostalgia per il Natale di un tempo. I fedeli di Maria Stuarta, il falegname diacono Dottor Jekyll, streghe e donne dal cuore infranto dei castelli del nord, i cavalieri di Walter Scott in compagnia di Sherlock Holmes e altri e altri ancora e forse tra loro c’è anche John Knox, il calvinista, tornato a tormentare le coscienze e a pungolare la mano degli scrittori nel tentativo eterno, ed eternamente frustrato, di tracciare il ritratto più fedele del male. Stevenson diceva che era stata la sua governante amatissima, rigida calvinista, ad infondergli la passione per le storie, oltre agli infiniti sensi di colpa.
L’autobus sfreccia lungo Princes Street, strada immensa che inganna: talvolta si srotola infinita e sembra che sfoci nel cielo, altre volte, spazzata dal vento e la pioggia, si riavvolge sotto i piedi. Oggi sembra finire nel cielo di stelle Princes Street perché, mi accorgo troppo tardi, l’autobus non ha girato verso la stazione come al solito. Una ragazza biondissima mi dice che stasera va dritto fino al mare. Il grande Mare del Nord che palpita liquido laggiù oltre mille curve e spirali di luce, ma io non ci voglio andare. Il cocchiere apre la porta quasi in corsa e con un sorriso mi invita a lanciarmi giù io e la mia valigia ( “a che servono le valigie” sembra dire la sua occhiata critica “quando qui c’è tutto: mare montagne fantasmi, elfi, cieli purissimi e burrasche.?”)
A terra c’è un’aria frizzante e nel buio pieno di luci è difficile distinguere gli spiriti dai comuni mortali tra le figure che passeggiano e conversano garbatamente tra loro completamente ubriache. Se tutto, come predicava John Knox, è già predestinato devono aver pensato gli spiriti del castello che male può esserci stanotte a scendere per le strade, nelle vie affollate, tra i pub e i locali, a raccontare la nostra storia o a cercarne altre varianti? Come esseri umani qualunque, che sui marciapiedi ghiacciati cercano di districare il loro percorso, di lasciare invisibili segni del loro predestinato passaggio. Piccoli gruppi di mezza età, con un’aria colta, intellettuale, si fermano agli angoli delle strade, dove più forte soffia il vento, e indulgono in lunghissimi saluti, pieni di iperboli e galanterie, facezie e gesti di cortesia che il vento e l’alcol rendono tremolanti e incerti. E passeggiano le comitive di ragazzi come in tutte le città del mondo di venerdì sera, ma qui a tratti, a turno sembrerebbe, qualcuno si stacca dal gruppo e con una smorfia gentile ed ebbra sulle labbra guarda il castello e racconta storie al vento, al cielo, a chiunque voglia ascoltarlo. È una donna o uno spirito quella che ora mi viene incontro lungo il marciapiedi?: il suo uomo elegante le ha dato le spalle in cima alla salita e lei cammina nella notte il viso contratto dal dolore, forse leggermente stordita, ma impettita sui tacchi. Di certo uno spirito non è la persona che mi aspettava alla stazione e che ora mi abbraccia tra la folla. Non è poi così lontana casa: risalendo due parallele a sud di Princes Street la strada riprende a digradare verso il mare ed inizia la New Town neoclassica e giorgiana (dai nomi dei re inglese, tutti Giorgio, che regnavano nel 1700 quando è stata costruita). Le strade qui sono meno affollate.
Brillano luci alle finestre qua e là, nelle palazzine eleganti con una breve rampa di scalini di accesso e la fatidica ringhiera nera. Radi lampioni rischiarano la nebbia leggerissima che sembra aggrumarsi intorno. Anche la luna ora è più grande e più bianca in cielo.
Ed ecco imbocchiamo una strada deserta, in fondo c’è una figura nella nebbia seduta sugli scalini di ingresso di una palazzina. Sembra fissare il lampione davanti a sé e l’intrico di verde dei giardini di Queen Street, che di notte sono una massa d’ombra. E noi tratteniamo il fiato “Possibile?” ci chiediamo “possibile che sia proprio la casa di Heriot Street davanti alla quale siamo passati tante volte inutilmente in cerca di una finestra aperta, di un segno, di cosa poi?” Superiamo la figura seduta e di sottecchi lanciamo un’occhiata al numero civico che sovrasta la porta lasciata socchiusa. “17” leggiamo. Per pudore non guardiamo altro. I nostri passi continuano, ma all’angolo della strada non resistiamo e torniamo indietro. L’uomo ci sorride invogliante e noi emozionati, impacciati chiediamo se è qui che davvero ha abitato Stevenson.
“Sì” risponde lui con un sospiro. E ora noi abbiamo tutto il tempo di osservarlo. Se ne sta seduto su un piccolo tratto asciutto degli scalini umidi, la luce che filtra dalla porta socchiusa gli illumina il viso, i capelli e la barba rossicci, gli occhi chiari e il viso pallidissimo. Indossa una giubba verde di panno abbottonata fino al collo con grandi bottoni ornamentali. Una lunga mano finissima e trasparente è stretta delicatamente attorno ad un bicchiere largo da whisky quasi vuoto posato accanto a lui, accanto ad un pacchetto di sigarette. Ci fissa con i suoi occhi chiarissimi e per un istante abbiamo l’impressione di un personaggio di Tolstoj o Dostoevskij che si sia spinto ad ovest portato dal vento.
“Pare che Stevenson, abbia tratto grande ispirazione da questa casa…” dice lentamente in inglese con accento straniero. “…e ora anche io mi lascio ispirare” continua sorridendo “quando mia moglie mi manda fuori a fumare ”
Ci offre una sigaretta e noi subito l’accettiamo. Una provvidenziale piccola pausa. Abbandonata la sacca sull’ultimo scalino ce ne stiamo in silenzio appoggiati alla ringhiera a fumare. Grati di poterci guardare attorno, di studiare con tutta calma le pietre che lastricano la via, gli alberi, il taglio delle finestre, dettagli così familiari a Stevenson che di certo non li guardava neanche più di ritorno dalle sue scorribande nei luoghi malfamati che frequentava da ragazzo per nutrirsi di storie e parole, per forgiare la sua lingua potentissima e il suo peculiarissimo dialetto, e scrivere i primi versi in compagnia di ladri e marinai. O dai suoi viaggi lontano dal vento e dalla nebbia che minavano i suoi polmoni.
I nostri occhi si perdono nell’intrico di alberi notturni, gli stessi che Stevenson vedeva quando, distratto dalle sue fantasticherie, non riusciva a prendere sonno e la bambinaia lo sollevava tra le braccia e gli raccontava la storia dell’uomo che passava ad accendere i lampioni. Dicono che abbia voluto riprodurre uno di questi alberi, il suo preferito, per la copertina della prima edizione di L’isola del tesoro.
“Verrà aperta al pubblico o è una casa privata ?”chiede il mio accompagnatore
E l’uomo risponde che è una casa privata. Ci spiega che sua moglie, che è architetto, deve fare dei restauri per i nuovi inquilini e così resteranno a vivere lì qualche giorno. Ci dice che non sapeva quasi nulla di questo Stevenson, ha cominciato ad interessarsene da quando è lì “Succede spesso con mia moglie, lei rinnova ed io mi afferro al passato. Non lo conoscevo… proprio un bel tipo… Uno che scrive L’isola del tesoro e poi il dottor Jeckyll” mormora assorto.
Ci racconta che si è messo a cercare per tutta casa, come un matto, nell’eventualità assolutamente improbabile che, dopo più di cento anni e chissà quanti inquilini, fosse rimasto ancora qualcosa di suo: quaderni, lettere, figure di cartone di un vecchio teatrino o chissà cosa altro. Ha letto quasi tutti i suoi libri, ne ha cercato le tracce per le strade. Ha scoperto un piccolo museo. Si accorge dei nostri occhi che sfavillano attenti e allora si interrompe “anche voi allora…”mormora “se volete scusarmi un istante…”
Si alza e scompare all’interno. E talmente repentina è stata la sua uscita di scena che ci domandiamo se per caso non sia stato un abbaglio dei nostri occhi stanchi. Ma eccolo riapparire il nostro russo, o almeno così crediamo e così lo chiameremo, la luce soffusa, che filtra dalla porta socchiusa, sembra irradiarsi dall’interno del suo corpo e accendere le vene azzurre sotto la pelle della mano elegante e lunghissima che stringe con abilità una bottiglia di whisky e tre bicchieri.
Ci versa da bere con la stessa languida indolenza con cui ci ha accolto ed in silenzio riprende a fissare la massa scura degli alberi davanti a lui.
“E si sente ancora la sua presenza in casa?” chiede il mio accompagnatore.
“Oh certo…” dice l’uomo e la sua boccata di fumo si confonde con la nebbia leggera della strada, “mia moglie dice che tutti impregnano le case che abitano, ma io dico di no… io dico che sono due spiriti che vengono ogni tanto e poi se ne vanno senza impregnare niente”
“Due spiriti?” chiede il mio accompagnatore che intanto si è accomodato anche lui su uno scalino.
“Talvolta anche di più…” dice il russo riprendendo a centellinare il suo whisky “ ma non danno alcun fastidio”. “D’altronde” riprende crollando la testa “uno socievole come lui non è tipo da andarsene in giro da solo…” Annuiamo tutti e tre “Immagino che torni ogni tanto a fare qualche discussione con suo padre. L’ingegnere, il costruttore di fari, da generazioni in famiglia si costruivano fari, e li hanno costruiti anche dopo fino al ‘900, e poi è arrivato lui e ha detto che non se la sentiva… che lui voleva scrivere…
La conosciamo questa storia. E il padre lo aveva pregato che prima studiasse da avvocato e poi scrivesse quello che voleva scrivere. E così è andata. E lui andava nelle aule di Diritto, a scrivere versi, a riempire pagine e pagine dei suoi taccuini. Books of original nonsense. Come li chiamava. E quando altri gli chiedevano se avesse preso gli appunti della lezione, lui rispondeva che preferiva dedicare il suo tempo a scrivere assurdità di suo pugno. Piuttosto che trascrivere quelle dei professori.
Il russo ci dice di aver cercato quei taccuini in tutta casa. La moglie ha detto che molti sono stati venduti all’asta soprattutto negli Stati Uniti. “Quelli comprano tutto, ce ne sarà una anche la settimana prossima” ci comunica sconsolato” batteranno lettere di Stevenson e una lettera di auguri di natale di Dickens. Vendono tutto…disperdono tutto… ” mormora. Il mio accompagnatore gli offre una sigaretta delle sue. Io sono tentata di battergli una mano sulla spalla, e invece dico: “E comunque i fari gli sono serviti, poi… Suo padre lo portava con sé nelle ispezioni sulla costa o nelle isole, a vedere i fari in costruzione, gli è venuta la passione per il mare e quelle sono diventate le ambientazioni dei suoi romanzi.” Racconto d’un fiato. “Viaggiavano molto e Stevenson ha iniziato a scrivere cronache di viaggi. Il primo in canoa, il secondo a dorso d’asina…”
“Lo so bene…” sospira l’uomo “ e a forza di viaggiare ha conosciuto un’americana, con tanto di prole e dieci anni più vecchia di lui. E quando lei ha divorziato, è andato fino in America per sposarla e così si è giocato la salute per sempre…tutta la traversata in mare e poi in treno fino alla California, è arrivato che era quasi morto…” L’espressione disperata dell’uomo ci strappa un sorriso
“Ma è stato dopo, con lei, che ha scritto i suoi libri migliori…” esclamiamo noi.
Il russo rimane in silenzio pensieroso.
” Ci sono donne che ti rovinano, per cui te ne vai fischiettando verso la tomba, e pure ti accorgi che è con loro che hai cominciato a vivere” il suo sguardo trasognato sembra fuggire verso l’interno della casa, da cui emana una luce caldissima, come una promessa, un miraggio forse, di salute e conforto e calore.
Per un istante una nuvola copre la luna bianca, grande e tonda e la massa degli alberi davanti a noi sembra farsi più fitta, più cupa e informe. Quando era grandicello ormai, abbiamo letto, e gli incubi tornavano di notte, l’unica persona che potesse liberarlo dalle ombre era suo padre. Il padre che tanto lo contrastava era l’unico che potesse consolarlo di notte. E l’ultimo romanzo che stava scrivendo a Samoa, quando è morto e sarebbe stato il suo capolavoro, dicono, parla del rapporto doloroso tra un padre e un figlio. Tra il faro che aspetta immobile sulla costa e il veliero che infaticabile solca i mari.
Il russo deve saperlo per certo.
E a proposito di incubi, per richiamarlo dalle sue fantasticherie, gli chiediamo se sua moglie sa per caso dove è andato a finire l’armadio di mogano che era nella stanza di Stevenson bambino, uno degli unici due mobili rimasti opera del falegname William Brodie uomo pio di giorno e ladro di notte, morto impiccato, che ossessionò i sogni di Stevenson fino a trasformarsi nel dottor Jekyll. Scritto di getto in sei giorni dopo un incubo spaventoso, una notte che suo padre non era lì a confortarlo.
E il russo salta su emozionato e dice che quello lo ha scovato lui nel piccolo museo su nella città vecchia. “Ma è chiuso” dico io. “Oh sì lo hanno chiuso da poco per restauro. Ma prima io ci ho passato tanto tempo (da quanto tempo dura allora questa storia? Ci chiediamo con gli occhi io e il mio compagno). E ora mi hanno chiuso fuori, gli ho chiesto se potevano fare un’eccezione non avrei dato fastidio a nessuno, ho detto. E loro erano così mortificati… sono gentili questi scozzesi. La signora ha detto che mi avrebbe pure fatto entrare ma avevano rimosso comunque tutte le teche. E ora non rimane niente di lui solo quel triste mausoleo nella cattedrale, una cosa tristissima, non credo che a lui sarebbe piaciuto vedersi sdraiato così sui cuscini di marmo. Si era sempre fatto ritrarre come un pirata sul ponte di una nave… E ora ci si è messa anche mia moglie… non resta niente, se te ne vai, di te non resta niente”
Scuote la testa e ci versa altro whisky. Ha un bellissimo sorriso adesso, e gli occhi brillano di immagini lontane. Vorremmo chiedergli da dove viene, e quale casa ha lasciato in quale lontano paese. Vorremmo chiedergli perché lo ossessiona la scomparsa degli oggetti di Stevenson quando restano pur sempre i suoi libri. Eppure quante volte anche noi siamo venuti qui a cercare chissà cosa. Vorremmo chiedergli di lui, del suo lavoro, dei suoi abiti di altre epoche, altri secoli. Ma lui non ci direbbe nulla. È di Stevenson che vuole parlare. E allora ci aggrappiamo alla memoria e raccontiamo quanto sappiamo, nell’ordine confuso, caotico della notte e della stanchezza. Raccontiamo di certe strade che portano al mare, dove Stevenson passeggiava con suo padre, che sono ancora lì piene di vento e salsedine. Di un pub isolato accanto all’imbarcadero di Queen’s Ferry. Gli parliamo del testo scritto da Stevenson sulla stesura de L’isola del tesoro. Una meravigliosa lezione di scrittura dove racconta con ironia e leggerezza delle tante volte che aveva iniziato un romanzo senza mai riuscire a terminarlo; dei romanzi ingenui, povere cose, scritti da ragazzo; del senso di fallimento in cui si trascinava e di come poi un giorno, recluso malato in casa, si trovasse a disegnare la mappa di un’isola misteriosa per un bambino che non amava la letteratura (il figlio di sua moglie) e di come nel disegnarla con accuratezza e precisione, con i suoi golfi e i suoi boschi, i personaggi gli siano balzati davanti agli occhi e la storia abbia preso forma lì sulla carta. Gli raccontiamo di suo padre e del figlio di sua moglie che aspettavano trepidanti il pomeriggio per ascoltare dalla sua voce la lettura del capitolo scritto la mattina. E di come poi arrivato al capitolo quindici, il capitolo su cui sempre si incagliava, di nuovo avesse perso il filo. Ma quella volta si è fatto forza ed ha aspettato, ha pensato ad altro ed una mattina la storia gli è sgorgata dalle labbra, dice lui, come un pettegolezzo. E di come concluda il testo raccomandando agli amici scrittori di disegnare sempre mappe per le loro storie. Di conoscerne alla perfezione i luoghi siano essi veri o immaginari, come isole su cui abbiano passeggiato a lungo, fino allo sfinimento.
Il russo ci ascolta incantato con i suoi occhi lucidi e tristi di bambino.
“Oh… ecco cosa raccontavano su al museo, era una voce registrata, per me era un po’ difficile capire” mormora
Ha ripreso la sua posizione languida e assorta sui gradini umidi di casa. È solo un uomo bisognoso di una piccola consolazione, un misero conforto in questa notte mondana di luci e stelle. È per questo che ci ha fermato. Ed è per questo forse che mi induco a dirgli, anche se come posso saperlo io per certo?, che Stevenson è morto da uomo felice. Che mai come negli ultimi anni a Samoa ha avuto negli occhi le notti di Edimburgo, il profilo del castello all’orizzonte, le torri e i camini e il cielo immenso che aspetta alla fine di ogni strada, bastano pochi passi per entrarci dentro. Mai ha scritto in modo più intenso della sua città come quando era laggiù. Accompagnato dal suono marziale delle sue cornamuse lontane.
Il russo guarda nel buio con un sorriso beato. “Lo chiamavano Velvet Coat, lo sapete?… per quel suo cappotto rosso bizzarro che non si levava mai… anche a me mi chiamavano Velvet Coat o forse no… forse era Giubba di Velluto…” scuote la testa “non importa…”.
Si è alzato il vento e fa freddo, ora. È ancora buio qui, ma di certo è quasi mattina. Sua moglie deve essersi addormentata nell’attesa. E anche gli spiriti che ci accompagnano, quelli di Stevenson o gli altri che stasera hanno spinto quest’uomo fuori di casa.
Ringraziamo per il whisky, promettiamo di ripassare presto. Rimangono tante cose da dire. “Scusate se non vi ho fatto entrare, ma la clausola per avere l’appartamento è che non vi entri nessuno” dice l’uomo quasi avvenendosi solo ora di averci tenuto sulla porta “…e comunque non c’è più nulla che valga la pena…”
Ci voltiamo in fondo alla strada e lui è ancora lì. A guardare gli alberi e le luci lontane. Aveva ragione la bambinaia calvinista di Stevenson quando, sollevandolo tra le braccia, gli diceva che quelle luci che si vedevano erano altri bambini come lui che aspettavano il mattino.
