Germano Massenzio, classe 1975, è uno dei più interessanti esponenti italiani del fumetto degli ultimi anni. Laureato presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, sua città natale e dove tutt’ora vive, da diversi anni lavora come illustratore ( L’isola dei ragazzi, Idelson Gnocchi, Dupress, Ilas, Sigla Adv, Barone Designer, Cento Autori) e fumettista (ZaukerPress, Telecapri, Edizioni Vis, Paparo Edizioni, Il Golfo, Nero Napoletano, SSC Napoli, In Form Of Art Press). Oltre questa passione/professione è anche docente presso la scuola del fumetto di Napoli. Vanta la partecipazione a diversi concorsi e mostre nazionali ed internazionali, ed è presente anche in vari cataloghi (Biennale Dell’llustrazione di Colmurano, 13X17 a cura di Philippe Daverio, Biennale dell’incisione Duoro – Portogallo -, Expocartoon Roma, Venezia Comix, Nero Napoletano, Comicon Napoli, Lucca Comics, Mostra rock Napoli, I Biennale giovani artisti campani, Catalogo 250° Anno fondazione Accademia di Belle Arti Napoli.)
Germano ci ha parlato della sua prima graphic novel dal titolo 15 Agosto, del suo legame con la propria città e delle sue fonti d’ispirazione.
Ricordi quando e come è nato il tuo interesse per il fumetto?
Da bambino, cresciuto come tanti della mia età con la televisione e quindi con i diversi cartoni animati. In realtà volevo diventare un disegnatore per realizzare quest’ultimi, ma poiché nel nostro paese all’epoca non c’era una forte tradizione spostai la mia passione verso il fumetto, che comunque ho sempre avuto, e così ho iniziato a dedicarmi a questo linguaggio.
Chi o cosa definiresti una tua fonte di ispirazione?
In questo momento per i miei lavori tutto può diventare fonte d’ispirazione: il mio quotidiano, un articolo di giornale, un libro, il vissuto di una persona. Tutto ciò che mi può stimolare, colpire, incuriosire, per poi magari “farcirlo” con altri elementi narrativi e farlo diventare una possibile storia a fumetti.
C’è un fumetto in particolare con cui identifichi la tua generazione o uno in cui ti rivedi?
Non riuscirei a dire un “solo fumetto”, ma diversi fumetti hanno segnato la mia generazione. Sicuramente i primissimi manga arrivati in Italia agli inizi degli anni Novanta editi da Granata Press, Star Comics, ecc. Ma anche maestri come: Cavazzano, Uderzo, Pratt, Jacovitti. Quello che mi è rimasto del loro lavoro e che ognuno di noi, lavorando seriamente e sentendo questo linguaggio “suo”, alla fine può riuscire a raccontare qualcosa.
La tua graphic novel “15 Agosto” è ambientata in una Napoli afosa, deserta e silenziosa, in cui un Supersantos accomuna e intreccia le storie di due gruppi di adolescenti. C’è qualcosa di autobiografico, qualcosa che richiama alla tua adolescenza?
Si, in questo caso l’impronta basilare nasce da una mia esperienza autobiografica. A diciasette anni restavo con la mia famiglia per la prima volta a Napoli nel mese di Agosto, e all’epoca trascorrere questo mese in città significava veramente stare solo. Oggi, invece, non sarebbe così. Comunque nella mia solitudine, affacciato alla finestra di casa mia, pensavo ai miei amici che si divertivano al mare tra la folla, con tuffi, ragazzate e infinite partite di pallone in acqua e sulla spiaggia e a chi, come me, poteva “imitarli” palleggiando su di un asfalto assolato e solitario!
Sfogliando le pagine ho avuto l’impressione che tu abbia voluto raccontare una Napoli diversa, immune dalle solite dinamiche e pulita da ogni clichè. Mi sbaglio?
Guarda, io mi sento molto legato alla mia città, alla sua cultura è a tutto ciò che è “Napoli”, però penso che se educassimo chi ci conosce dall’esterno ad un’altra visione di essa potremmo trarne solo vantaggi e fuggire dagli stereotipi. Non sei la prima che mi fa notare questo, ho avuto tanti complimenti per il mio fumetto, ed in particolare proprio per quello che tu mi stai dicendo: raccontare Napoli da un altro punto di vista. Anche i miei scugnizzi che scendono dai Quartieri Spagnoli sono “puliti”, non sono Neorealistici, parlando in termini cinematografici, ma sono ragazzini semplici e comuni.
Racconti anche delle differenze sociali…
In questa graphic novel è stato un caso, per pura esigenza narrativa.
Perchè prediligi il romanzo grafico e come mai la scelta del bianco e nero?
Dopo tanti anni da appassionato di fumetto seriale di ogni genere sono passato, per così dire, alle pubblicazioni monografiche, massimo due volumi e via. Iniziavo a non avere più tempo per leggere e seguire il seriale così ho cominciato ad appassionarmi a questi tipi di fumetti formato libro. Questo mio passaggio da lettore di fumetto ha condizionato anche la mia scelta professionale, decidendo di dedicarmi solo a progetti unici o di pochi numeri. La scelta del bianco e nero è legata a questo mio ultimo lavoro perché sentivo che così doveva essere. Può darsi che in futuro mi trovi a dover lavorare con il colore perché un nuovo progettò lo richiederà.
Quella del fumetto è una realtà che in Italia ha incontrato sempre delle difficoltà ad emergere. Qual è la tua opinione a riguardo, sia dal tuo punto di vista di disegnatore che da quello di docente?
E’ solo un problema di cultura. In Italia il fumetto è conosciuto solo come Topolino e Tex, legato anche a un’idea che lo vuole come lettura di un momento dell’ infanzia e della gioventù. Pensa che in Francia il fumetto, formato “cartonato”, come quello delle graphic novel per intenderci, ha la sua collocazione nelle librerie di casa. Questo accade anche da noi, ma da pochi anni. Prima, in casa, era più facile trovarlo nei bagni, sulle lavatrici.
C’è un fumetto che avresti voluto disegnare tu o comunque un fumettista con il quale vorresti collaborare?
Beh, tutti quelli che leggo e che mi piacciono avrei voluto disegnarli io. Spero di poter lavorare in futuro ad altri interessanti progetti fumettistici, sia in qualità di disegnatore o di sceneggiatore e, perchè no, lavorare con Andrea Accardi, mio carissimo amico; Manuele Fior, Enrique Fernandèz, Gipi, Mitsuru Adachi e tanti altri. Incrociare i propri mondi penso che sia un’esperienza bellissima, sia sotto un punto di vista professionale che umano.
