Vomitare tutto

di

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Io ho fame, e la gente ha sete, ma se beve muore. Se mi beve muore, se mi vede muore, perché la mia fame è di vendetta, ed è finalmente giunto il momento di compierla. Te ne avevo parlato, ricordi?

Io ho fame, e la gente ha sete, ma se beve muore. Se mi beve muore, se mi vede muore, perché la mia fame è di vendetta, ed è finalmente giunto il momento di compierla. Te ne avevo parlato, ricordi? Stagioni fa, quando tu eri giovane e io ero puro. Ancora pulito, come un fiume deve essere. Trascinato dalle onde dei ricordi ripenso alla prima volta che ti vidi.
Fu madre natura a portarti da me, non sei venuta perché mi avevi scelto. Non si sceglie dove nascere, si nasce e basta. Forse un girino appena venuto al mondo avrebbe preferito un luogo più riparato. Con delle belle ninfee e pullulante di moscerini, quelli che volano e che ti piacciono tanto. Ne inghiottivi a centinaia. Io no, io li uccido e basta, anche quando non sono infuriato, come lo sono invece adesso, anche quando sono tranquillo, adagiato nel mio letto.
Mi sfiorano e le loro ali si impastano nelle mie acque, così muoiono, annegati. Ma con loro non lo faccio apposta. Oggi, invece, oggi il mio è omicidio volontario. Che dico: una strage, un genocidio. Li voglio fare fuori tutti. Ma tu no, non ti angosciare.
Non riesco a lasciare scorrere via, insieme ai detriti e ai liquami, le tracce delle tue prime nuotate: le ho sentite, accarezzate, accompagnate. Ho nutrito le tue branchie di ossigeno, magari tu lo hai dimenticato. Io ho impresso nelle mie correnti d’acqua più dolce il tuo familiarizzare con le mie sponde e con i miei fondali.
Con quello che loro chiamano “habitat”. Loro, quelli che mi hanno rovinato, quelli che ora uccido. Prendono tutta la loro sporcizia e la riversano nell’”habitat”. Ma ora sono io che mi riverso su di loro. Tu però non ci pensare. Nuota, cammina, bevi, respira, fai come preferisci: vedrai che tra poco non ci sarà più differenza. Tutto sarà una gran poltiglia, che solo tu potrai cavalcare. Una poltiglia nauseabonda. Sarai un’arca di Noè, ti terrò a galla mentre tutto il resto è sommerso. Lo sai, vero, che ti proteggerò?
La mia vendetta è anche per vendicare te. Mi ingrossai così tanto quando tu emergesti dalle mie acque coperta di catrame. A risvegliare l’idrica della mia rabbia fu il nero che ti si era impiastricciato alle pelle, che insozzava, ogni giorno di più, quella livrea da anfibio che avevo osservato diventare adulto. Il tuo verde si sbiadiva, perdeva lucentezza; non credere che non me ne accorgessi.
Intenta a perfezionare la grazia del tuo stile, esploravi le mie insenature più accoglienti e mi dicevi di non preoccuparmi. Sebbene tu saltavi tra plastiche galleggianti, bottiglie, sacchetti, mozziconi, cartoni, chiazze oleose, detersivi, ammoniaca, diserbanti e fertilizzanti, con me sostenevi che quegli uomini avrebbero smesso: perché a lungo andare, gracidavi, si sarebbero accorti del pericolo.
Non accadrà, ti rispondevo, promettendoti che quegli scarichi tossici, che ci facevano ammalare, li avrei rivomitati tutti, un giorno.
E oggi è quel giorno.
Ma tu sei al sicuro. Ci sei già andata, al sicuro, tempo fa. Ricordi la mattina in cui mi lasciasti per sempre? Io ti capii. Saresti morta. Eppure quanto fui triste. Piansi, ma nessuno se ne accorse, perché le mie lacrime si camuffavano, scorrevano giù con il resto delle mie acque. Sudice, sempre più sudice.
Adesso basta, riempio le strade, sgorgo dai lavandini, esplodo dalle docce, zampillo dalle fontane e dai tombini. Non hanno scampo. Li sommergo tutti, li uccido senza pietà. Un po’ li corrodo, un po’ li annego. Travolgo un’altra via, sfondo un altro palazzo. Tutto ciò che hanno gettato dentro di me, ora io lo riverso sopra di loro.
Eppure sento che questa vendetta non mi soddisfa. Porto nella piazza della città la carta straccia che è ormai un grumo pastoso e arriva fino al primo piano delle abitazioni, sfondo gli usci e consegno immondizia, frantumo le finestre e riverso fango.
Devasto le vite e i corpi dei miei carnefici, ma non è abbastanza. Distruggo i ricordi, che loro conservano nelle cantine, per restituire alla memoria gli scarti.
Riempio le strade trascinando via passanti, biciclette, automobili e benzinai. I tubi non mi contengono più e le fognature rigettano la loro bile.
Sento tuttavia che sfogare la mia furia non è tutto.
Espando le mie forze fin dove riesco, in tutte le direzioni, non risparmio nemmeno le periferie. Inondo aiuole e giardini, arrivo sino a un grande parco, ne porto via anche l’insegna: “zona protetta”.
Mangio gli alberi, risucchio le panchine.
Vedo all’orizzonte uno stagno, c’è un alto canneto, le libellule, e le ninfee che galleggiano a filo d’acqua, con i loro fiori bianchi. Ce ne sono a decine. Ti vedo all’orizzonte. Speravo di trovarti qui, ed eccoti che salti, ma non più da un sacchetto di spazzatura all’altro.
Ho scatenato un’intera alluvione e solo ora le mie acque melmose rivelano i miei moti più profondi. Sommergo la terra che ci separa. In fondo quello che volevo è rivederti, desidero riabbracciarti, per un istante. Potrai capirmi, come io ho capito te?
Emergi dall’acqua e acchiappi con la lingua un moscerino, ma dopo che mi vedi ti va di traverso. Forse ti faccio paura. E hai ragione, perché te l’ho promesso, ma non credo di riuscire a fermarmi. Provo a frenare, ma ormai sono in piena e tu solo una rana.
Nel momento in cui ci incontriamo, attraverso un fugace riflesso nei tuoi occhi sporgenti, io mi sento di nuovo limpido: come mi hai conosciuto tu anni fa.
Ho vomitato tutto.
Mi trovi irriconoscibile?
Provi a rispondermi ma boccheggi, il tuo corpo inerme galleggia mentre io ti cullo. Ti accarezzo, ti porto via…
La mia domanda muore con te. Mi ritiro nel mio letto non c’è più sete, non c’è più fame.

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