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Lo schiaffo

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Era sempre il Roscio che attaccava briga con gli altri. Noi ragazzini dell’oratorio lo sapevamo, e ci tenevamo alla larga, per quanto potevamo. Poi capitava che durante una partita, oppure a merenda o  in sacrestia, quando aiutavamo don Vincenzo a vestirsi per la messa, quello ti buttasse lì una parola o una spinta e tu non potevi fare a meno di reagire.

Era sempre il Roscio che attaccava briga con gli altri. Noi ragazzini dell’oratorio lo sapevamo, e ci tenevamo alla larga, per quanto potevamo. Poi capitava che durante una partita, oppure a merenda o  in sacrestia, quando aiutavamo don Vincenzo a vestirsi per la messa, quello ti buttasse lì una parola o una spinta e tu non potevi fare a meno di reagire. A volte subito, se non eravamo in chiesa, oppure aspettando il momento propizio per rispondergli. Per fare a botte, insomma. Inutilmente però. Vinceva sempre lui, aveva troppa forza.

Pur avendo la mia stessa età sembrava più grande di cinque anni, tanto era robusto. Come il padre, che faceva il fabbro ed avevo visto in chiesa solo alla prima comunione.

Sempre meglio di me, che il padre non ce l’avevo proprio, e quel giorno mi sedeva accanto solo mia madre.

Insomma stavolta se l’era presa con Zeppo, un mingherlino gentile che non faceva male manco alle mosche, e certe volte piagnucolava come una femminuccia se gli dicevano qualcosa.

Il Roscio gli aveva rubato la medaglietta del torneo di dama, e adesso non gliela voleva ridare.

Anzi diceva che l’aveva vinta lui, mentre tutti si ricordavano che manco aveva partecipato, perché quando ce l’avevano insegnata proprio non ci aveva capito niente, ed aveva buttato all’aria la scacchiera con tutte le pedine.

Poi don Vincenzo aveva detto che gli avrebbe fatto delle lezioni a parte, e lui ci era pure andato qualche volta, ma i tornei non li aveva mai fatti.

Perciò Zeppo adesso lo seguiva appiccicato, con un lamento che sembrava una cosa di quelle che ci facevano cantare in chiesa, che le parole pure se non le sai è uguale, tanto non si capiscono e basta mugolare.

Ma lui la medaglietta non gliela ridava.

Erano arrivati al mucchio di calcinacci vicino agli spogliatoi del campetto, quando il Roscio si girò di scatto.

-Adesso ti sfondo! Lo prese per il bavero e lo buttò per terra, in mezzo alla calce, e cominciò a picchiarlo. Con una mano lo teneva fermo, e con l’altra giù botte.

Zeppo manco riusciva a strillare, e le sue gambette seguivano il movimento dei colpi che gli dava quell’altro. Sembrava un pupazzo, anzi un morticino senza vita.

-Fermo! Lo ammazzi! Lo ammazzi! Gli saltai sulla schiena cercando di tirarlo via ma quello manco se ne accorgeva. Ero come una mosca su un bue, che non la sente proprio ed al massimo se gli dà fastidio la scaccia con un colpo di coda.

Però a un certo punto si girò verso di me lasciando Zeppo. Aveva la faccia cattiva.

-Adesso tocca a te! Manco aveva finito di dirlo che già mi aveva buttato con la schiena in terra e mi arrivavano ceffoni e pugni che non finivano di farmi male perché ne arrivava subito un altro.

Io almeno scalciavo, non ero come Zeppo, ma questo lo faceva arrabbiare ancora di più, ed ogni tanto si fermava con le mani e mi prendeva a calci pure lui, e allora il dolore lo sentivo ovunque tutto insieme.

-Così impari a farti i cazzi tuoi!Adesso sembrava che avesse smesso con le botte.

-Lo dico a don Vincenzo! Adesso vedrai che glielo dico! Urlavo tra i singhiozzi.

-E sì, dillo a mammina! Valla a cercare, se la trovi, che tanto lo sanno tutti che lavoro fa! Fa la puttana, ci vanno tutti con tua madre! Sei il figlio della puttana!

-Bugiardo!Non è vero! Mia madre fa le pulizie da una professoressa! Queste parole avrei voluto sputargliele in faccia, ma lui non ne sentì neanche una perché si era già allontanato e stava girando l’angolo per arrivare alla chiesa. Avrei voluto sputargli in faccia che di notte certe volte la professoressa la faceva rimanere di notte perché ci sono più cose da fare ed io dormivo dalla vicina. Non fa la puttana! Capito?

Mentre lo rincorrevo pieno di dolori mi venivano in mente quelle cose dimenticate che ora riaffioravano come se le avessi sempre sapute. Quei rumori che avevo sentito una notte dalla camera di mamma, quel signore che avevo incontrato quella volta che mi ero alzato per fare la pipì e lo sguardo di compassione che aveva la vicina, come se mi dicesse poverino, quando dormivo da lei. Tutte queste cose non facevano che aumentare la mia rabbia.  Perciò appena girato il muro con tutta la forza che l’odio mi dava gli urlai addosso:-Tu! Tu sei il figlio di una puttana!

Lo schiaffo mi arrivò fortissimo sulla guancia sinistra e quasi mi fece cadere a terra.

-Non si dicono queste parole! Di fronte alla chiesa! Di fronte a don Vincenzo!

Mamma mi era venuta a prendere in quel momento. Le sue dita, che ancora sentivo brucianti sulla guancia mi afferrarono il braccio. Accanto a lei c’era il parroco.

Mi guardai intorno a cercare Zeppo. Lui era l’unico che poteva dire come stavano le cose. Se ne stava appoggiato a un albero e guardava la scena.

-Zeppo…, dissi. Ma lui faceva  no con la testa mentre si puliva con la manica impolverata il mocciolo e il sangue che ancora gli uscivano dal naso.

-Adesso andiamo! Chiedi scusa  a don Vincenzo, a tutti! E vergognati! Mia madre mi trascinò via tenendomi il braccio con la mano stretta come una pinza. Mi faceva male, e non solo per i lividi. Non avevo mai sentito il suo corpo così duro con me.

Mi piangeva tutto, non solo gli occhi. Stavo per vomitare. Allora mi girai un’ultima volta verso la chiesa e vidi don Vincenzo che spolverava delicato le maniche del Roscio. Si avviava con lui verso l’oratorio, con una mano sulla nuca che mi sembrò quasi una carezza.

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