Principessa

di

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Ci hanno messo un mese a finirmi, ma adesso eccomi qui. È giunto il momento di posarmi sulla testa di chissà quale donna. Ovviamente una parrucca bella come me, realizzata in fibra speciale, non potrà certo appartenere alla prima che capita.

Ci hanno messo un mese a finirmi, ma adesso eccomi qui. È giunto il momento di posarmi sulla testa di chissà quale donna. Ovviamente una parrucca bella come me, realizzata in fibra speciale, non potrà certo appartenere alla prima che capita.
Sono rossa, ma non rossa come il pomodoro e nemmeno come la mela matura; il mio è un rosso mogano, lucente, raffinato. Qui in fabbrica sono l’unica ad avere questa tinta. Sono state le colleghe bionde, more e castane a farmi capire la mia unicità e importanza.
Sono o no la parrucca più bella di sempre?
Sto per andarmene, dev’essere partito un ordine che mi riguarda. Quanto alla mia futura proprietaria, non posso che immaginare una distinta e sofisticata signora ricca sfondata. Mi vedo già in una camera con tanto di letto a baldacchino, appoggiata sulla soffice testa di un manichino. O magari la mia futura proprietaria sarà una cantante; anzi, una principessa: io sono l’ideale per sostenere una corona.
Sono stata confezionata, mi stanno portando sul furgone del corriere. Lo sportello si è chiuso, ci siamo.

Si apre la scatola, entra un po’ di luce. Ma dove sono? Non riesco a capire. Cos’è questo odore asettico? Mi hanno afferrato in maniera brusca, qua iniziamo male.
“Ecco la tua parrucca, Giulia”
“La puoi buttare, io rivoglio i miei capelli”
“Sono sicura che ti starà benissimo”
“Per me la puoi anche buttare.”

È una settimana che mi trovo in questo posto straziante, e devo sempre realizzare completamente. Oddio, pensandoci bene è meglio così; non ho ancora accettato il fatto di essere stata lavata solo una volta… e in che modo: mercoledì un’infermiera, che assomiglia molto più a un frigorifero che a una donna, mi ha avventato una manata di shampoo e mi ha passato sotto uno scroscio d’acqua per poi mettermi alla finestra ad asciugare al sole. Dovreste vedere i miei poveri boccoli.
È l’inferno.
Di giorno è la tipica snervante routine ospedaliera, ma i problemi iniziano di notte: c’è chi piange, chi ha una crisi di nervi e chi non accetta l’idea che i propri genitori non siano qui.
Al di là della pessima accoglienza, la mia proprietaria è piuttosto tranquilla. Forse la più tranquilla, lo devo ammettere. Mi ci sono voluti tre giorni prima di scoprire i suoi occhi azzurri, le lentiggini sul naso. Mi sa che mi ci sono affezionata; soprattutto nei momenti in cui sento le mie punte bagnarsi e mi rendo conto che lei, silenziosamente, sta piangendo. Un pianto che non ha mai confidato a nessuno.
Beh, a dirvela fino in fondo subito la prima notte il nostro rapporto si è guastato ancora di più, se possibile. Poco dopo essersi addormentata Giulia se l’è fatta sotto. Né lei, né l’infermiera si sono accorte di quanto accaduto, e io mi sono dovuta subire fino al mattino il puzzo di piscio.
Se avete imparato a conoscermi vi starete immaginando già la mia smattata, invece non ho trovato il coraggio di arrabbiarmi. Non so cosa mi si è smosso dentro, ma qualcosa mi ha impedito di farlo. Insomma, in un certo senso, abbiamo fatto pace.
È successo in quei pomeriggi che passa a disegnare il mare e io la osservo dal comodino: mentre traccia le onde infila un dito in una mia ciocca avvolgendola e riesce a creare un perfetto ritmo fra la matita che traccia le onde sul foglio e il dito che ruota.
Credo di averla conquistata definitivamente la seconda notte, quando alle quattro si è svegliata, e dopo essersi accertata che nessuno la stesse guardando, mi ha indossata con una certa fierezza.

“Buon compleanno principessa!”
“Piantala, mamma.”
“Beh, forse è meglio che apri il pacco prima di lamentarti, no?”
La mamma estrae dalla busta una scatola con la carta da regalo bianca e scritte dorate.
Lei lo scarta contro voglia.
“Una coroncina mamma?”
“Sei una principessa, no? Dai provala!”
Lo capisco subito che le fa schifo ma credo che le voglia far piacere.
Così la ragazza mi afferra e mi posiziona sulla sua testa. Subito dopo prende la coroncina e con estrema delicatezza fa scorrere le due stecche di argento fra le mie fibre; i tre diamanti che la caratterizzano sembrano ridonarmi quel rosso lucente che pian piano sta svanendo.
“Sembra fatta apposta per te”, guardando me e la coroncina.
Sul volto di Giulia si fa largo un timido sorriso. La coroncina, come un soffio di vento, sembra aver spostato la nuvola che offuscava quel lucente raggio di sole.
“Appena ce ne andiamo di qui, io e babbo ti portiamo al mare.”
Questa coroncina che mi comprime sulla sua testa è il colpo di grazia. Da qualche giorno stanno crescendo sempre più capelli. È inutile che stia a descrivere quanto siano pungenti, però sapete cosa vi dico? Ho come la sensazione che il dolore provato da me sia quello che allevio a lei. D’altra parte sognavo di coprire la testa di una bellissima principessa e, in un certo senso, è ciò che sto facendo.

Quello di stamattina è stato il risveglio peggiore. Mi sono ritrovata scaraventata in fondo al lettino, insieme alla corona. Giulia è stata portata via con urgenza da una schiera di medici. L’unica a farmi compagnia è sua mamma. Mi stringe forte fra le mani infliggendomi un dolore che non riesco a percepire realmente. Le sue lacrime mi bagnano più di quanto lo facesse lo scroscio d’acqua con il quale l’infermiera mi lavava. Tutto ha perso animo. Perfino quella mela appoggiata sul comodino sembra voler appassire da un momento all’altro. Mi manca già la mia principessa.

Ho appena attraversato due ali di folla commossa, stretta tra le mani della sua mamma che alla fine mi ha appoggiato qui, su un fazzoletto di sabbia del mare, attorniata da conchiglie e da una lanterna bianca. Sotto di me il corpo di Giulia, sopra di me il suo sorriso; di giorno dentro il sole, di notte nella stella più lucente.

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