Diario di guerra #2

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L’11 settembre vissuto da Mimosa Martini e raccontato giorno per giorno nella corrispondenza con una amica immaginaria.

Mercoledì 19 settembre

Cara Fatima, è vero, non ti scrivo da un po’ ma questi sono giorni particolari, giorni convulsi, giorni di confusione, lo sono per tutti e anche per me. Sto vivendo più alla giornata del solito, anzi sto vivendo momento per momento, respiro dopo respiro, afferrandomi alla mia parte più razionale per non cadere risucchiata nel vortice delle emozioni. Sai Fatima, di cadaveri ne ho visti un po’, di gente sparata, ferita, sofferente. Mi ricordo quando per le strade della Old Delhi vidi la gente morirmi davanti di stenti, o di malattia, senza che nessuno muovesse un dito. C’era un uomo, doveva essere anche giovane, con i capelli e la barba neri e folti che camminava tra le baracche di latta e cartone trascinando i piedi nudi nelle pozzanghere di acqua ed escrementi. Lo vidi improvvisamente accasciarsi per terra e rantolare in preda a quella che appariva come una violenta crisi epilettica. Gli spasmi lo contorcevano e la bava gli riempì bocca e barba in pochi secondi. Stava morendo, eppure il flusso denso di uomini e bestie che riempiva le strade non rallentò neppure. Tutto scorreva, il tempo e la vita, come era stato per secoli, costante. Avevo vent’anni e fu la prima volta che avvertii con lucidità il senso d’impotenza.

I cadaveri fanno paura, perché in quei volti lividi e spenti ti ci specchi. Ma qui Fatima è peggio ancora, perché i cadaveri non ci sono, perché i cadaveri non li vedi. Ci sono i loro fantasmi nell’aria che tutti respiriamo, odoriamo persino i loro miasmi ora che sono passati alcuni giorni, la polvere di quelli inceneriti ci entra fin nei polmoni. E ne vediamo i volti, vivi, accesi e sorridenti. Stanno sui muri, su tutti i muri della città. Ci guardano Fatima, come ci guardano i loro parenti o amici che continuano ad appendere ovunque copie delle loro immagini cullandosi nell’illusione che qualcuno dica loro che quel viso lo ha incontrato poche ore prima al bar o sull’autobus. Magari sbandato, smemorato, finanche ferito ma vivo. Ci guardano dall’alto dei muri dei palazzi come se fossero le finestre delle Torri Gemelle. Sono affacciati sul mondo con in braccio un figlio, un nipote, il gatto di casa. Di loro conosciamo anche i dettagli più intimi, basta leggere quanto c’è scritto sotto le loro foto: “Mary Ann è alta 1,60 e pesa 80 chili. Per questo cammina male perché ha i piedi piccoli e perde spesso l’equilibrio…..”. Accanto a Mary Ann , vedi John con i colpi di sole sui capelli: “… Ha il fisico atletico e il braccio sinistro molto più forte perché gioca a tennis ed è mancino”. Più in là, stretto tra Francis e Marika, sorride Paul junior, lui ha un tic nervoso che gli fa muovere la mandibola verso sinistra, lo si riconosce facilmente, assicurano i suoi cari. E’ una folla di carta assurdamente allegra che le prime piogge di fine estate cominciano già a deformare, a scolorire. Le loro misure, le loro vite, scritte a pennarello stingono e come grosse lacrime nere colano lungo i muri fin sull’asfalto. Domani li ritroveremo lì ma di nuovo freschi e sorridenti su carta nuova, ancora più numerosi, perché la veglia di amici e parenti a quei brandelli di vita ai quali sono ancora tenacemente aggrappati non si interrompe mai, neppure per una notte.

Sai perché mi sento tanto confusa? Perché non mi sono mai sentita tanto sola come in questi giorni, qui a New York. Eppure è una città che conosco, e poi, tu lo sai bene, sono abituata a stare da sola. Vivo da sola, vado in giro per il mondo da sola fin da quando ero ragazzina. È una condizione che mi fa sentire a mio agio. Eppure, ti dico, non mi sono mai sentita così sola e spaesata, neppure quando mi sono fatta le Ande con un pick up in affitto, neppure quando ho attraversato la giungla del Belize e del Guatemala, piegata in due nei vecchi scuolabus americani che gli indios usano come mezzi pubblici. Qui ho il computer, ho il telefono, sono nel posto più tecnologico del pianeta ma mi sento arrivata alla fine del mondo, alle mie personali Colonne d’Ercole. Se mi spingo oltre, oltre i confini di questo disastro, di questa città, precipito nel nulla. È questa la sensazione che mi attanaglia e che mi mette l’ansia. E pensare che se una cosa mi manca, per fortuna, è proprio l’ansia.

Credo proprio di avere bisogno di un grande, lungo, sonno ristoratore. Per me dormire è essenziale, come dice sempre mio padre: mi si ricaricano le pile. Ma non posso permettermelo, non ne ho il tempo. Ti prometto che ti scrivo domani, anche perché ho tanto da raccontarti. Magari ti angoscerò un po’, ma so che tu riesci a capire il mio stato d’animo. Baci.

Giovedì 20 settembre

Eccomi qua, di nuovo davanti al computer per raccontarti al volo alcune delle tante cose che vedo, che sento, che mi rimangono appiccicate addosso come la polvere nera e l’odore sempre più acre che avvolge Lower Manhattan. A proposito, mi è venuta una congiuntivite spaventosa e temo di non riuscire a fermarla. Probabilmente dopo quell’infezione acuta che mi sono presa in Mongolia sono diventata più fragile. Purtroppo non ho con me la pomata antibiotica che mi avevano prescritto a Roma. E chi ci pensava alla congiuntivite, è successo tutto così all’improvviso…….. Il problema è che ho già comprato in farmacia il massimo che ti vendono senza ricetta : un collirio forte ma non abbastanza per il dolore che ho agli occhi. Dio, sono così arrossati e gonfi che me lo metto in continuazione anche in mezzo alla strada per cercare sollievo. Temo solo che cominci l’infezione come un mese fa. Forse mi conviene andare vicino al Pier 99 dove hanno allestito la zona del volontariato. Ci sono medici e distribuiscono medicinali, magari mi danno qualcosa per gli occhi. Vedessi quanta gente è arrivata qui a New York anche dagli altri Stati per aiutare. Sono venuti con i camper, con le roulotte, anche solo in automobile, vivono e dormono tutti lì, sembra un vasto accampamento di zingari, con le plastiche dappertutto, le cartacce, la gente stesa o seduta per terra. Però ci sono i bagni chimici a file interminabili, i cassonetti per l’immondizia e un gruppo di volontari che si occupa solo della pulizia del campo. Tra Harley Davidson cromate e bicipiti tatuati da galeotto, si celebra l’ottimismo e la buona volontà americana, il mito tanto hollywoodiano quanto ammirevole. Ci sono quelli che si occupano solamente di fare i barbecue in mezzo alla strada, insomma preparano da mangiare gratis per tutti, hamburger e salsicce. Come i tanti ragazze e ragazzi che ho visto la notte armati di caraffe con caffè bollente e bicchieri di plastica fare il giro dei posti di blocco attorno alla zona proibita, il cuore ferito di Manhattan. Tutti si sono rimboccati le maniche, ognuno con quel poco o quel tanto che può dare. Le associazioni dei massaggiatori e dei fisioterapisti per esempio, hanno allestito tanti tappetini , all’aperto, uno accanto all’altro separati da una tendina, un foglio di plastica, un lenzuolo e fanno massaggi ai volontari che tornano dopo un turno estenuante insieme ai soccorritori professionisti dentro l’inferno di Ground Zero……. Già, Ground Zero. Sarà un’americanata come i nomi che affibbiano alle missioni militari nel mondo: te la ricordi Restore Hope? I somali se la ricordano certamente. Pensa che esiste un ufficio apposito dentro il Pentagono che si occupa solo di trovare il nome di una missione, un ufficio marketing della guerra in sostanza. Chissà se stava nell’ala che hanno buttato giù…….. Comunque anche Ground Zero sembra un nome da film di John Wayne, come “Berretti verdi”. Efficace però.

Ci sono stata, Fatima, ci sono arrivata. A Ground Zero, dentro Ground Zero. Non te l’ho detto prima, non te l’ho scritto subito perché sono tante e tali le cose che dovrei raccontare che non mi basterebbe un giorno intero. E già rubare questo quarto d’ora per mandarti le e-mail non è facile. Ma lo faccio soprattutto per me perché comunicare con chi sai ti vuole bene e ti ascolta è fondamentale in queste situazioni. Serve anche a scaricare le emozioni e le tensioni. Ci sono entrata a Ground Zero, nelle budella del mostro. E non dalla parte dove altri sono entrati, altri giornalisti, voglio dire. Ho trovato una ragazza che abitava proprio in uno dei palazzi miracolosamente rimasti in piedi, l’ultimo prima della frana totale. Lei era fuori in quel momento e non è mai potuta tornare a casa chiaramente. Non sapeva neppure se l’appartamento c’era ancora o no. L’ho incontrata per caso, tramite alcuni amici e le ho proposto di tentare insieme di raggiungere casa sua, o quello che ne rimaneva. Le ho nascosto un microfono sotto la camicia e mi sono messa alle sue calcagna con l’accordo che se succedeva qualcosa e i soldati mi fermavano, lei doveva proseguire e raccontarmi cosa vedeva attraverso il microfono nascosto. Conservo alcune immagini di questo percorso nel centro della Terra, fissate nella mente come foto scattate dai miei occhi, con lo sbattere delle palpebre a fare da tendina e la memoria da pellicola: il toro massiccio di Wall Street, sepolto dalla cenere grigia e sottile, immerso nel silenzio irreale del caos diventato deserto; una bicicletta legata con la catena ad un palo della luce di cui non si scorgono più le diverse tonalità tra le cromature e la vernice ma solo il grigio opaco della morte e dell’abbandono; le carte, i fogli, i documenti , le lettere, lettere commerciali, forse lettere d’amore, disseminate un po’ ovunque, isolate e sole, fogli sparsi separati per sempre; e lo scheletro precipitato della torre nord, quel pezzo di colonna vertebrale spezzato, bruciato, accartocciato a segnalare l’ingresso della fine del mondo.

“Voi non potete neppure immaginare cosa c’è là dentro”. Così mi hanno detto non uno ma tutti vigili del fuoco che incontro al cambio turno del tramonto, quando mi infilo sulla Highway West da Canal street a piedi, supero i primi posti di blocco e riesco ad arrivare fino a Chambers e ancora lungo Church street approfittando del  gran daffare che hanno tutti, poliziotti compresi. Quando superi un certo livello devi stare attento a non farti notare dai soldati, sono gli unici sempre all’erta. Tutti gli altri sono troppo impegnati e c’è un tale via vai di gente di tutti i colori e di tutti i generi che è facile passare inosservati. Laggiù ho visto i cani da ricerca a cui vengono  lavate una a una le zampe inzaccherate. Gliele infilano in bacinelle diverse perché sotto i calli , incrostate tra le unghie rimangono scorie altamente tossiche e non devono leccarsele. Ci sono due tendoni appositi con i veterinari che gli mettono anche delle gocce negli occhi. Tutti hanno gli occhi rovinati, come me.

Ho visto moltiplicarsi i camion pieni di secchi bianchi e gialli. Sono secchi delle spazzatura, come i bidoni della vernice, ma servono per metterci dentro i resti. Questi uomini raccolgono così tutto ciò che rimane del World Trade Center e di quelli che ci stavano dentro. Nei secchi, con le mani. Poi le chiatte ormeggiate sull’Hudson trasferiscono il contenuto a Staten Island, il più grande obitorio del mondo. Lì vengono svuotati e qualcuno si mette a esaminare cosa c’è di umano e cosa no. I secchi riprendono il cammino di Ground Zero per essere di nuovo riempiti a mano con altri resti di vita e di morte.

“Voi non potete neppure immaginare cosa c’è là dentro”, ripetono questi uomini grandi e grossi con la bandana sudata sotto l’elmetto e lo stomaco sporgente gonfio di birre dei sabati sera. Io non ho visto quello che vedono loro, Fatima, ma ci sono andata vicino. Ho sentito l’odore spaventoso e ho sentito il rumore, lo sfrigolare dell’incendio e il fracasso delle macchine. E ho visto la luce accecante nel buio della notte, del fuoco che ancora divampa con quella delle fiamme ossidriche. Ma soprattutto ho visto i volti di chi oltrepassa l’ultima transenna invalicabile, dove i soldati tengono le armi spianate. Li ho visti giorno dopo giorno, turno dopo turno riemergere, sempre più silenziosi, con gli occhi sempre più gonfi e le occhiaie sempre più nere. Ne ho incontrati alcuni in pieno delirio mistico, aggirarsi ancora lì attorno dopo il lavoro. Parlavano di punizione divina, cose del genere.

A domani.

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