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Schegge da Venezia

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È la prima volta che vengo a Venezia, e l’impressione immediata, sbarcando al Lido, è la compressione degli spazi.

Spazio
È la prima volta che vengo a Venezia, e l’impressione immediata, sbarcando al Lido, è la compressione degli spazi. Sembra impossibile, e già è stato scritto più volte, ma la mostra si sviluppa in poche centinaia di metri, tanto che si inizia a soffrire di claustrofobia le prime ore di scorrazzamenti. Con così poco spazio a disposizione si sta tutti stretti come sardine, in fila, appiccicati tra gli stand o le poltrone. Le sale sono compresse e tutte attaccate: ce ne sono tre piccole, due grandi e una gigantesca (che però puzza). Il lido è una stretta e lunga striscia di terra. Un’ isola a forma di spiaggia: il mare dei veneziani. Se si cammina più di 500 metri avanti, superando il Casinò e l’Hotel Excelsior, si rischia di finire nella periferia triste delle case di mare. Palazzetti grigi e complessi residenziali già deserti a settembre. Dall’alto Venezia sembra invece un pesce.

Badge magnetici
Qui alla Mostra ognuno deve essere qualcuno e per dare le identità a tutti l’organizzazione si è inventata una serie di badge magnetici che identificano subito la scala di appartenenza del soggetto. Si parla ovviamente del pubblico accreditato che alla Mostra la fa da padrone. Il colore del pass, con relativa foto e informazioni sulla testata o ente, corrisponde all’importanza di chi lo possiede. C’è il verde per gli accreditati Cinema, cioè gli studenti, il giallo per i Media Press, cioè i giornalisti sfigati come me, il blu per i cineoperatori e il rosso che è il fantomatico Daily Pass, cioè il meglio del meglio. E come una divisione tra caste quelli più in basso rimangono agli ingressi delle anteprime assolute guardando con invidia gli eletti che entrano prima di tutti. Ma non finisce qua: ogni stand dà il suo pass, ogni bar ha il suo badge. Il risultato è che in rari casi si ha una crisi identitaria anche per andare al bagno e più spesso si finisce coll’avere una serie di targhette al collo che sbattono tra loro, con un effetto gregge nei momenti di affollamento.

Giornalisti
Macché attori e registi, qui a Venezia si vedono più giornalisti che altro. Sono ovunque, tantissimi e dappertutto. Le strutture per i giornalisti nel Casinò sono incredibili. C’è una sala stampa gigantesca e un’area computer altrettanto magnificente piena di computer sony bianchi molto comodi. Molti i famosi, tra i giornalisti: mentre sto scrivendo ho alla mia sinistra Anselma Dell’Olio in preda a una crisi informatica. Le rubo una frase dal pezzo che sta scrivendo: “la discrasia tra l’immagine intimo e desiderio” che secondo me non vuole dire niente. Le conferenze stampa sono abbastanza deludenti, i giornalisti riescono a fare le domande più banali e più prevedibili. Poi c’è un’altro concorso ufficioso che riguarda questa categoria: “il giornalista più stronzo del festival”. La gara è dura ed è veramente difficile trovare un vincitore, perchè molti sono i pretendenti. La gara è tutta tra milanesi e romani che ti guardano come non valessi neanche un’unighia del loro alluce.

Cinesi
Alla conferenza stampa d’apertura della giuria, il Casinò, dove si tengono questo genere di cose, è inondato da un fiume giallo di cinesi. I cinesi sono a qui Venezia per un solo l’uoomo , il regista più importante della Cina, quello che farà la regia della cerimonia d’apertura e chiusura delle olimpiadi di Pechino nel 2008: Zhang Zimou. Non interessa a nessuno di Crialese, Inarritu, Breillat, Ozpeteck o Verhoeven. Quella che è la terza giuria di sempre creata tutta da registi viene oscurata dal presidente che è considerato dai cinesi come un papa. Ad esempio, quando appare sullo schermo Zimou (che è anche il regista più premiato nella storia del festival veneziano) c’è sempre qualche cinese che urla indicandolo. In tutto questo delirio, il presidente della mostra Muller, noto sinologo, ha ideato un involontario siparietto comico all’inaugurazione quando ha fatto leggere a Zimou i nomi dei giurati occidentali: non si è capito nulla.

Takeshi a Pezzi
Anche se all’inizio il festival ha i suoi verdetti. Takeshi Kitano ha presentato il film della crisi. Ogni regista ne ha una, ma la sua sembra irreversibile. Con questo film (“Kantoku Banzai! – Glory to the filmaker”), ricco di citazioni da altri suoi film, vuole completare il suo suicidio artistico. L’ho incontrato per strada con la sua maschera sorniona e le mani dietro la schiena, attorniato da certi brutti ceffi yakuza che lo hanno preservato da autografi e foto. Più tardi, in un ristorante, (ma questo me l’ha detto Giorgio Nerone) Enrico Ghezzi si è avvicinato al suo tavolo e gli ha stretto energicamente la mano. Chissa se Ghezzi riuscirà a risollevarlo?

Conferenze stampa hard
Sarà un caso ma le uniche conferenze stampa che ho seguito sono state molto spinte. Nella prima volevo vedere Tony Leung, il Mastroianni di Hong Kong, protagonista del film di Ang Lee che, dopo “Brokeback Mountain”, ha dovuto sostenere domande tipo: “Le piacciono le donne?” oppure “Perchè ha mostrato dei nudi integrali”. Lee doveva giustificare le scene di sesso violento tra Leung (carnefice) e la bella e esordiente Tang Wei (la vittima) protagonisti del suo lussurioso “Lust, Caution”. Nell’altra conferenza volevo vedere Irene Jacob, quella di “Film rosso” di Kieslowsky, che, non so perchè, è entrata nel cast del film “Nessuna qualità agli eroi” di Paolo Franchi che così ha risposto alle domande: “Non trovo gratuita la sessualità in questo film. Trovo che ci sia un significato molto profondo nel connilingus che richiama all’origine del parto. Anche la masturbazione è una forma di ribellione contro il potere costituito. Io non faccio cose gratuite, a meno che non si tratti di una critica sessofobica”.

Feste
Ve ne sono molte a invito e inavvicinabili. Si dice che un buon vestito e una buona faccia di bronzo riesca a aggirare i muscoli senza cervello dei gorilla che presidiano gli ingressi di questi party per vip. Ma in uno siamo riusciti a entrarvi. Sabato sera, spiaggia Pachuca, punta del lido, festa per il film con Mastandrea. Presenti medi vip italiani tra cui la bellissima Chiara Conti tutta vestita di bianco e con una vaga somiglianza con Kate Moss. C’era pure Domenico Procacci con due tette accanto. Nel marasma di balli scatenati sotto musica noise, cubiste sgallettate e tanti cocktail gratis, ho conosciuto Jaclyn Jonet, una bella e brava attrice newyokese d’origine italiana protagonista del film postmoderno dell’inglese Cox “Searchers 2.0”. Stava mangiando una mela e le ho fatto i complimenti per il film, sentiti perchè è molto bello, e quella mi ha attaccato a parlare a una velocità che non c’ho capito niente. A conclusione una frase di Petti che guarda il vippame di Venezia: “Sono attratto da questa moltitudine incessante, questa orrenda galassia di individui che si dimena nell’area riservata del Pachuca”.

E poi c’è anche la conferenza stampa di Woody Allen.

È la prima volta nei suoi film che i rapporti uomo-donna sono messi in secondo piano, per mettere in evidenza quello tra due uomini, due fratelli.
Allen: Questo, rispetto ai miei due precedenti film, era l’aspetto che mi interessava maggiormente e qualcuno mi ha anche fatto notare alcuni rimandi biblici rispetto al momento in cui i due decidono di organizzare il complotto quasi come Caino e Abele. È innegabile che a livello inconscio possano accorrere molte delle varie influenze, letterarie e non solo, che hanno accompagnato la mia vita, ma non è stata una cosa decisa deliberatamente.

Lo zio Howard del film può rappresentare quell’arrivismo che rovina sempre più la società contemporanea?
Allen: Trovavo interessante vedere come una persona possa dipendere da un membro della propria famiglia, ma la mia è solo una storia di giovani simpatici e carini che per le loro debolezze e ambizioni vengono intrappolati in una situazione tragica. Sono animati da buone intenzioni, ma gli avvenimenti della vita li portano ad una fine tragica. Quello su cui davvero ci siamo concentrati è stato il processo parallelo ed intrecciato che porta i due fratelli a fare i conti con il senso di colpa, uniti nell’atto, divisi dalle differenze individuali nel momento in cui saranno chiamati ad espiare.

Utilizza sempre più l’espediente dell’omicidio nei suoi ultimi film….
Allen: Ho sempre pensato che la vita sia un avvenimento molto tragico, un caos che ha sì dei momenti comici, delle oasi di piacere. Ho sempre voluto essere uno scrittore di tragedie, ma è successo che molte delle mie cose precedenti fossero comiche. Adesso che sono più vecchio riesco e posso farlo.

Ci può parlare del film che ha girato recentemente in Spagna con Javier Bardem e Scarlett Johansson?
Allen: una comedy-drama, un film romantico e divertente, ancora senza titolo perchè finito di girare qualche giorno fa.

Scarlett Johnsson sembra diventata quello che per lei un tempo era Diane Keaton: la sua musa…
Allen: Io e Scarlett ridiamo sempre quando sentiamo la stampa che dice che lei è la mia musa. Non è vero. Semplicemente è una giovane attrice fantastica. Con lei ho fatto tre film, con Diane non so nemmeno più quanti, se otto o nove. Con Scarlett ho recitato solo una volta, perché mi piace dirigerla, mentre ero sempre accanto a Diane, perché avevamo una chimica molto forte e ci piaceva recitare insieme. Scarlett è veramente brava, illumina chiunque reciti accanto a lei, ma non ho mai pensato a lei come alla mia musa.

L’esperienza di lavorare con Allen….
McGregor: Girare con Woody non è come stare su qualsiasi altro set – racconta – e infatti io da sempre desideravo tantissimo lavorare con Woody. Certo, le riprese sono state dure: avevamo solo sei settimane, facevamo tutto velocemente. Bisognava dare il meglio, perché c’erano pochissime possibilità di rifare le scene. Io e Colin continuavamo a ripeterci le battute: prima del ciak, perfino mentre eravamo al make-up. Woody ci invitava a dare il nostro contributo ma quando leggi le sue parole sulla sceneggiatura, non ti viene certo voglia di cambiarle.
Farrell: Condivido. Girare è stato fantastico. Sei settimane d’estate a Londra, un set in cui regnavano una grande pace e leggerezza, nessuna consapevolezza eccessiva della propria importanza.
Atwell: Se penso che ho lavorato con Woody solo un anno dopo essere uscita dalla scuola di teatro. Sul set ero felicissima, ma anche terrorizzata.

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