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Il ritorno di Lenin

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Mosca. Ore 9 di mattina. Un occhio che si apre. Poi pure l’altro. E poi la bocca. E le due braccia con le mani a pugno.

Mosca. Ore 9 di mattina. Un occhio che si apre. Poi pure l’altro. E poi la bocca. E le due braccia con le mani a pugno. Un urlo schianta le mura del Mausoleo: “Io sono Lenin”. L’uomo comincia a camminare, ha due enormi canini che gli spuntano dalla bocca. Esce dal Mausoleo, incontra due soldati russi. Gli fa un discorso di quelli che al tempo sapeva fare lui. Invoca tutto il potere al Popolo. I soldati gli si inginocchiano ai piedi. Lui gli succhia il collo, poi li lascia schiantati a terra. Va alla stazione ferroviaria. Vede l’orario del treno Mosca-Roma. Parte tra qualche minuto. Compra in un’edicola il nuovo libro di Naomi Klein, se lo porta sul vagone. Indossa degli occhiali scuri che ha rubato a un turista tedesco in visita al Cremlino. C’è troppa luce intorno. Prima tappa del treno: Bucarest. Lenin va in giro per la capitale rumena. Fa un discorso nella piazza principale. Evoca l’antico Impero Romano, le vittorie di Traiano. E’ l’ora della vendetta, ammonisce l’uomo e poi grida “Tutto il potere a me”, ma si corregge subito, “Tutto il potere ai Soviet”. Il treno riparte per Roma con circa un milione di rumeni stipati nei vagoni. Il resuscitato Lenin viaggia da solo, e intanto mangia la carta del libro di Naomi Klein. Gliel’ha consigliato il suo dietologo di fiducia. Seconda tappa del viaggio: Budapest. Lenin si ritempra alle terme, mentre il suo esercito rumeno balla e piange a ritmo zigano sulle rive del Danubio. Al leader bolscevico viene fatta una potentissima trasfusione di sangue nella beauty-farm più elegante della capitale magiara. Lenin comincia a scrivere quello che diventerà un best-seller natalizio: “Il potere alienante della sauna”. Dopo qualche giorno riprende il viaggio con il suo seguito. Il treno ferma a Zurigo. Il capo bolscevico ha delle pendenze con una banca elvetica. Manda due sicari a far fuori il direttore di banca. Da questa esperienza trarrà spunto per il suo libro dell’estate: “La carica eversiva del Soviet dei sicari”. Il treno entra finalmente in Italia. E rallenta. Dopo aver varcato il Brennero, il treno fa un chilometro all’ora. Lenin comincia a scrivere il best-seller di Carnevale: “Il treno come ultimo baluardo del Capitalismo”. Succhia al collo il capotreno veneto di nome Gelindo che lo voleva multare per non aver obliterato il biglietto. A Bologna l’esercito rumeno si dilegua. “Troppa poca disciplina”, comprende Lenin e comincia a riflettere sul saggio da scrivere per la ricorrenza dei morti: “Ma chi me l’ha fatto fare di andare a Bucarest?”. Il treno continua la sua marcia. Lenin azzanna al collo il capostazione di Firenze di nome Vittorio Cecchi, poi tiene in Piazza della Signoria un discorso. La folla lo deride e lo chiama bischero. Lui indossa una maglietta della Roma e fa il gesto dell’ombrello, la folla è decisa a linciarlo. Da questa esperienza scriverà il best-seller dell’Epifania: “I fiorentini come ultimissimo baluardo del Capitalismo”. Dopo qualche mese il treno entra alla stazione Termini. Lenin scende dal treno e, prima di morderlo al collo, chiede al capostazione di nome Volontè dove si trova l’hotel Flora… Dalla sua esperienza in albergo trarrà spunto per il best-seller di Pasqua: “Gli alberghi romani come motore primario della Rivoluzione”.

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