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Piante mediterranee. L’isola misteriosa

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C’era una volta un’isola misteriosa… Eppure non avrebbe dovuto essere tale, dal momento che me la trovavo davanti tutte le mattine che mi svegliavo...

C’era una volta un’isola misteriosa…
Eppure non avrebbe dovuto essere tale, dal momento che me la trovavo davanti tutte le mattine che mi svegliavo; dalla casa dei nonni, nell’isola dove ho passato tutte le estati, tutti gli anni dall’infanzia all’adolescenza.
L’isola era là, a circa sei miglia di mare dal centro abitato dell’isola più grande, perfettamente visibile in lontananza dal balcone di casa, aperto sulla rada del porto; qualche volta sfumata nella foschia del primo mattino, più spesso netta e verdeggiante di boschi; nei giorni di tempesta contornata da rabbuffi di schiuma bianca.

Il mistero poteva forse essere diminuito (…ma non accadde, anzi!) per il fatto che ci si passava piuttosto vicini, con la nave che portava all’isola maggiore. Si vedevano allora le coste scoscese di roccia, di color giallo-bruno e la gran vegetazione che la copriva da ogni parte. C’era anche la fuggevole vista di un’unica grande casa, bianca, immersa nel verde.
Così, misteriosa quell’isola è rimasta a lungo. Troppo lontana per andarci a remi, in anni in cui i motori fuoribordo e i gommoni, che si sono diffusi solo più tardi, erano fuori dai nostri mezzi di ragazzini.
Negli anni successivi, qualche escursione in barca, a pescare lungo le coste; qualche arrampicata a piedi, per la maestosa scalinata di pietre tra i cespugli, fatta – si diceva – dai monaci in tempi remoti, fino ai resti del monastero e alla grande casa bianca. Ma poco più. L’isola restava misteriosa nell’immaginario, malgrado la superficiale frequentazione. La sua essenza mi sfuggiva – confusamente avvertivo – frastornato com’ero dalla novità, dal sole abbacinante, dai profumi della vegetazione estiva, dalle grida che accompagnavano le nostre escursioni di ragazzi in vacanza.

La scalinata in pietra, immersa nella macchia mediterranea (cisto, lentisco, erica, euforbia) che dall’approdo prospiciente l’isola principale,
porta alla casa e ai ruderi del monastero

Intanto su di essa andavo accumulando informazioni e dicerie.
L’isola era stata nel remoto passato (fin dal VI – IX secolo) un eremo monastico; poi diventato cistercense e quindi, intorno al XIII secolo, benedettino.
Fuori mano rispetto all’isola principale, per puro caso è stata sottratta, da un editto borbonico, alla deforestazione che ha devastato l’altra isola. La vegetazione si è differenziata: fitta e tipica macchia mediterranea da una parte, mentre dalla parte opposta c’è un bosco di piante ad alto fusto e funghi in quantità. L’isola è stata ripopolata negli anni ’20 con mufloni che si sono riprodotti in completa libertà. Nel dopoguerra, sulle rovine del vecchio monastero, è stata edificata una grande casa, l’unica dell’isola oltre al faro sull’altro versante, e tutto il complesso era stato dato in affitto a un nobilastro ricchissimo della capitale (che poi aveva fatto una brutta fine), e pare che ci si svolgessero delle orge.
Recentemente (dal 1979) l’isola è stata dichiarata parco nazionale e non ci si potrebbe andare senza autorizzazione; anche se gli isolani tengono in nessun conto tale norma.
Ce n’era d’avanzo per stimolare la fantasia, ma la soluzione di ogni mistero fu rimandata ad altri tempi…

Continuando la salita, appare la grande casa bianca, costruita sopra i ruderi del vecchio monastero

In effetti l’isola fu messa da parte per molti anni, tra i miei pensieri, sovrastata da altri interessi: il passaggio dall’adolescenza alla giovinezza, la scoperta del vasto mondo, gli studi; poi il lavoro…
Si propose per caso, l’occasione di stare sull’isola per qualche giorno, con un gruppo di amici/amiche appassionati di mare e vita all’aperto. Il custode della villa, all’epoca, ospitava piccoli gruppi con patti chiari fin dall’inizio: servizi essenziali e abitudini spartane; portarsi dietro le provviste, cucinarsi da soli. A noi stava bene. Cominciammo così pieni di entusiasmo un fine settimana lungo, di mare sole pesca ed escursioni.
L’isola è ricchissima e vergine, per il fatto di essere stata casualmente preservata dalle invasioni turistiche. A seconda delle stagioni, le fioriture, i profumi e il colpo d’occhio possono essere molto diversi. In primavera i gabbiani depongono e covano le uova e si producono in stridii minacciosi e voli radenti contro i curiosi, per tenerli lontani dai nidi. All’inizio dell’estate è anche possibile vedere i piccoli dei mufloni che fanno i primi giri di esplorazione in compagnia delle mamme. Si possono distinguere le annate di siccità da quelle in cui è piovuto di più, in inverno e in primavera; in questo caso la vegetazione è rigogliosa e il verde più brillante.

I ruderi del vecchio monastero a picco sul mare, su uno dei lati della costruzione più recente

L’incontro con un asino selvatico. Sullo sfondo erica; a sinistra, nella foto, una piccola pianta di corbezzolo (Arbutus unedo)

Uova di gabbiani, di colore bianco-grigio-verde, mimetizzate tra l’erica; fotografate all’inizio della primavera

Noi arrivammo ad estate avanzata; le giornate scorrevano via leggere. Dopo una (non tanto) frugale colazione, ciascuno si dedicava alla sua attività preferita. Qualcuno rimaneva a leggere al sole, sul grande terrazzo della casa; c’erano un paio di maniaci della pesca mentre altri partivano per escursioni nell’interno. Ero in quest’ultimo sparuto gruppo; qualche volta anche da solo.
La sensazione è bellissima. Si attraversa la macchia mediterranea che in estate libera i suoi profumi, più intensi all’aumentare del calore del sole. Si va tra sentieri stretti, tracciati dal passaggio degli asini selvatici e dei mufloni, secondo itinerari casuali. Non è difficile orientarsi. L’isola non è grande; con il suo chilometro quadrato scarso di estensione, basta salire un po’ e si torna a rivedere il mare. A quel punto si riconoscono i contorni, si fa il punto e si torna in immersione nel verde.
La macchia mediterranea è rappresentata da alcune piante tipiche, adattate a resistere alla siccità, al vento e alla salsedine. Non sono invece presenti, o costituite da pochi esemplari, le varie specie di ginestre (genista ephedroides, spartium junceum, calicotome spinosa) molto diffuse nelle isole vicine. Il versante opposto all’isola madre – che nessuno vede mai, come l’altra faccia della luna – è invece coperto da un fitto bosco di lecci (Quercus ilex). Anche qui c’è un antico camminamento in pietra, di antica fattura, che attraversa il bosco e con un percorso molto suggestivo, con in mare che si intravede in basso tra gli alberi, porta giù al faro.

Il bosco di lecci sull’altro dei versanti dell’isola, con il mare da una parte e un costone scosceso dall’altra

L’euforbia (Euforbia dendroides) forma compatti cuscini di vegetazione, di colore diverso a seconda delle stagioni: qui verde chiaro, all’inizio della primavera.

Macchia di erica (Erica carnea) su uno strapiombo a picco sul mare

Mirto (Myrtus communis). Ha una fioritura alla fine della primavera e a volte una seconda in tarda estate. Con le bacche, macerate in alcool, si fa un tipico liquore

Cisto marino o cisto di Montpellier (Cistus monspeliensi), dai fiori bianchi e dalle foglie lanceolate. I cisti fanno una profusione di fiori, che durano un solo giorno

Cisto rosa (Cistus incanus) dai tipici petali gualciti e cisto a foglie di salvia (Cistus salviaefolius), tra le tante varietà di cisto della flora mediterranea

Il lentisco (Pistacia lentiscus), della stessa famiglia del pistacchio (Pistacia vera) è un tipico arbusto della macchia mediterranea. Un caratteristico odore resinoso si sviluppa stropicciando le foglie

Elicriso (Helichrysum italicum), dai fiori gialli e dalle foglie verde glauco; emette un odore pungente, aromatico, che qualcuno paragona all’odore del curry indiano

Una delle sere di quella vacanza facemmo festa all’aperto. Si preparò la brace nella cucina annessa alla costruzione vecchia, sul retro della casa e si mangiarono i pesci che i pescatori del gruppo avevano preso. Tirammo tardi, accanto al fuoco; vino e chiacchiere, una chitarra e canti a ruota libera: tutto l’armamentario di queste occasioni…
Smettemmo perché si era messo vento. Spegnemmo con cura il fuoco e tutti andarono a dormire.
Rimasi in giro ancora un po’. Era una notte di mezza luna; il cielo era abbastanza chiaro, anche se in parte coperto di nuvole che correvano veloci. È strano come il silenzio e il mistero calino all’improvviso su un luogo che fino a poco prima era stato animato da canti e allegria. Le mura diroccate a strapiombo sul mare, ripresero possesso della notte, dei suoi fruscii e chiaroscuri; ombre su ombre. Conservavano forse le mura il ricordo di altri falò; dei tempi in cui i loro antichi abitatori, i monaci, si aggiravano silenziosi tra quelle stesse pietre e accendevano i grandi fuochi di segnalazione tra le isole, tra un monastero all’altro; una forma di comunicazione con le isole vicine e con la terraferma. C’erano solo i monasteri, nei secoli bui, a mantenere e trasmettere la luce, nelle sue varie forme.
Intanto si era alzato il vento e anche il mare era diventato più mosso; si scorgeva alla luce bianca della luna come schiuma bianca intorno agli scogli, giù in basso. Nel giro di una mezz’ora una tranquilla notte d’estate si era trasformata nell’avanguardia di una tempesta; di quelle intense e di breve durata che da queste parti chiamano ‘burriane’. All’improvviso ero dentro una di quelle notti “…che chi ha un tetto, rimane chiuso dentro casa”. Mi riecheggiavano nella mente parole di cui non credevo di aver serbato il ricordo, dette dalla voce di mia nonna: – Mar’ a chi va pe’ mare… (è amaro, è dura per chi va per mare).
Forse per notti come questa era stata immaginata la scaletta a pioli, consunta e sbrindellata dal tempo, appesa ad una parete di roccia a picco sul mare, ad un’estremità del cimitero dell’isola più grande. Era lì – dicevano i vecchi – per i morti in mare, che nelle notti di tempesta vanno a cercare un momentaneo riposo sulla terra che è stata loro negata.
A queste cose e ad altre ancora pensavo, rannicchiato al riparo dal vento in un anfratto delle vecchie mura. Una diversa percezione della realtà, in situazioni particolari, eccita la fantasia; in quei momenti l’immaginario – sognato, elaborato su cose viste o sentite dire – prende vita e permette l’accesso a mondi che abitualmente ci sono preclusi. Sono epifanie, in cui sembra di stare sospesi in una atmosfera già vissuta e di vedere con altri occhi.

“L’isola dei Morti”, di Arnold Böcklin (1827-1901): cinque diverse versioni dipinte tra il 1880 e il 1886. Tema di forti implicazioni esoteriche e richiami mortuari. Hitler aveva uno dei dipinti nel suo studio. Questo quadro sparì alla fine della guerra (1945) e ricomparve nel ’79, quando un uomo d’affari berlinese lo regalò alla Alte Nationalgalerie di Berlino

Nel sotto-finale di ‘Fantasia’ di Walt Disney (1940) è sceneggiato e trasposto in immagini il poema sinfonico ‘Una notte sul Monte Calvo’ di Modest Mussorgsky. La cima del monte prende vita e si trasfigura in Satana (Chernobog) che raduna e eccita gli spiriti dei dannati al sabba

Poi la tempesta scorse via, rapida come era venuta. Tutto sembrava rientrare nell’ordine naturale delle cose: “passa la nottata” e viene giorno. Anche se questa é soltanto una delle opzioni possibili. Perché in fondo l’abbiamo sempre pensato che alla fine del giorno possa esserci in agguato la notte.

Ma quella notte in particolare, contro ogni evidenza e aspettativa, passò ed emerse dal mare una luce rosata, dietro residui sfilacci di nubi grigie.
La grande casa si svegliò e riprese vita.
Si andava presto al mattino, con la barca del nostro ospite, a tirar su le reti.

Il finale di ‘Fantasia’ di Walt Disney, sulle note dell’Ave Maria di Franz Schubert, rappresenta la pace che segue alla terrificante sequenza notturna. La processione attraverso il bosco alle prime luci dell’alba, dopo che il rintocco delle campane ha fugato gli ultimi spiriti maligni.

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