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Giampiero Rappa: “I personaggi vengono a bussarti alla porta a qualsiasi ora”

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Giampiero Rappa, drammaturgo, attore e regista è uno dei fondatori della compagnia "Gloriababbi Teatro". Ha scritto diversi testi e ha diretto Gabriele, Zenit, Il riscatto, Sogno d’amore, Prenditi cura di me, Il coraggio di Adele e Mr. Placebo di Isabel Wright.

Giampiero Rappa, drammaturgo, attore e regista è uno dei fondatori della compagnia “Gloriababbi Teatro”. Ha scritto diversi testi e ha diretto Gabriele, Zenit, Il riscatto, Sogno d’amore, Prenditi cura di me, Il coraggio di Adele e Mr. Placebo di Isabel Wright. I suoi scritti sono tradotti in sei lingue, opere targate con meritevoli riconoscimenti, tra quale il Premio Enrico Maria Salerno per la Drammaturgia Europea – XIII Edizione. Attualmente fa parte del cast di “Romeo e Giulietta” di Valerio Bignasco.

 

Rappa, lei è il Principe di Verona in “Romeo e Giulietta”, spettacolo in scena al Teatro Eliseo. Come ha ricevuto questo ruolo? Prova qualche invidia per Riccardo Scamarcio?

 

Il ruolo mi è stato assegnato da Valerio Bignasco, un regista straordinario, che mi ha riportato sul palcoscenico dopo tre anni nei quali mi sono dedicato di più alla scrittura, oltre alla recitazione e all’ insegnamento. Un occasione per rimettermi in gioco con un personaggio particolare, anche se vediamo il principe solo tre volte ma nei momenti significativi. Sono contento della fiducia che il regista mi ha dato: per me è un’esperienza fondamentale. Non provo nessuna invidia per Riccardo Scamarcio. Anzi, la sua compagnia è stata gradita dato che è il suo primo spettacolo teatrale dove si è messo in discussione con un ruolo così importante. Ognuno di noi aveva una forte motivazione per sostenere un progetto cosi ambizioso.

 

Essere nello stesso tempo attore, regista e drammaturgo: è un vantaggio o uno svantaggio?

In quale veste si riconosce di più o trova più soddisfazione?

 

Il vantaggio di essere anche un attore per la scrittura teatrale è percepire già nel processo creativo quale battute funzioneranno e quali no. Essere il regista aiuta a scrivere in una maniera diretta, tramite azioni, perché mentre scrivi immagini già la rappresentazione del testo. Non trovo degli svantaggi… Direi che mi riconosco e mi sento più appagato nel ruolo di autore di teatro.

 

Quando ha iniziato a scrivere per il teatro e come è diventato il drammaturgo della compagnia “Gloriababbi Teatro”?

 

Ho scritto il primo testo “Gabriele” nel 1999, insieme a Fausto Paravidino, attore di teatro e cinema. Un testo autobiografico, che parlava della nostra compagnia e dove ognuno interpretava se stesso. Il nostro gruppo formato da cinque persone era partito da Genova per andare Roma a rappresentare “Il sogno di una notte di mezzo estate”  con la regia di Lello Arena. Fatto questo spettacolo abbiamo vissuto per un periodo tutti insieme in una casa. Eravamo disoccupati, mangiavamo poco, i nostri sogni sembravano irrealizzabili, c’erano tanti motivi per litigare spesso. Con Fausto poi abbiamo inventato il personaggio di Angela, che nella realtà non esisteva. Nel copione ognuno di noi aveva una relazione con lei e quando rimaneva incinta di Gabriele non si sapeva chi era il padre.

 

Qual’è il suo stile di scrittura?

 

Tengo molto al ritmo della scena. Una scrittura con tanta azione e movimento all’interno dei personaggi. Ci sono pochi monologhi. Il filo conduttore di tutti i miei testi e quello del potere. Il potere inteso non soltanto al livello politico. Cerco di mettere in evidenza come si comportano gli esseri umani quando hanno il potere in mano e quando lo subiscono senza giudicare chi è il cattivo e chi è il buono.

 

Quali sono, secondo lei, le regole della scrittura teatrale rispetto a un racconto o a una sceneggiatura?

 

Premetto che i primi testi li scrivevo facendo delle scalette. Ora provo ad accumulare molto materiale e ritardare la scrittura per poi scegliere il momento giusto per buttarsi completamente nel processo creativo, economizzando le energie. Ho notato che è meglio usare un periodo breve e intenso. Personalmente faccio una prima stesura, poi la lascio decantare per un po’ di tempo e un giorno ci ritorno. Vedo le cose che non vanno e scrivo una seconda stesura che faccio leggere prima ai miei attori, poi ad altre persone che possono dire delle loro impressioni. Mi è capitato di scrivere un testo in un anno, mi è capitato di scrivere anche di getto in pochi giorni, mentre altri li ho scritti in periodi più lunghi. La sceneggiatura cinematografica è più complessa, ci sono tanti personaggi che bisogna seguire con attenzione cosi come la struttura che può vacillare più punti.

 

Quanto taglia di quello che scrive?

 

Cerco di dare una durata che non superi 1 ora e 45 min. Cerco di comprimere tutto, parto dalle scene che si possono saltare, che non sono utili, che rallentano il flusso del testo. Poi elimino quelle che nei manuali di scrittura sono chiamate frasi “erbacce”: tutte le battute in più che fanno perdere il ritmo.  Rileggendo il testo tre volte di fila senza interrompermi, ho notato che tutte le volte che arrivo in un punto e ho voglia di saltare quel pezzo perché a me per primo mi scoccia leggerlo, allora bisogna tagliarlo.

 

Come avviene la scelta delle tematiche, cosa interessa al grande pubblico?

 

In realtà ci sono o dei testi autobiografici, come in “Sogno d’amore”, che ho scritto in sei giorni perché è una storia che stavo vivendo intensamente da molto tempo, cosi ho mischiato scene reali con scene inventate. In generale m’interessa una storia o un tema quando incomincia ad ossessionarmi in ogni momento della giornata, per lunghi periodi, magari anche mesi, allora mi rendo conto che quella storia va raccontata.

 

I suoi testi sono stati tradotti in sei lingue. Quando li scrive tiene conto di un linguaggio universale?

 

I paesi stranieri sono curiosi di sapere come noi scriviamo e vogliono conoscere il nostro mondo. A volte però mi chiedo se l’argomento che sto trattando sia universale e  possa interessare più paesi.

 

Le è capitato di vedere un suo testo interpretato in un’altra lingua?

 

A Parigi ho visto una versione di “Gabriele”, che era una versione adattata. A breve, invece, sarò io a fare la regia di un mio testo tradotto in inglese, “Il coraggio di Adele”. Sarà un’esperienza importante.

 

Un testo teatrale quanto ti permette di oltrepassare il confine tra il reale e il fantareale?

 

I personaggi vengono a bussarti a qualsiasi ora alla porta e ti dicono: “Guarda che hai dimenticato di scrivere quella scena, guarda che io non esisto in questa scena, devi fare qualcosa di più per la mia vita”. A un certo punto sono loro che comandano, ti illuminano, tutto questo è al  limite della follia. Capita a tutti gli scrittori questo percorso, e quando succede hai la testa e il cuore da un’altra parte. A soffrirne sono le persone a cui vuoi più bene che notano la tua assenza perché in quel momento non ci sei, sei nel fantareale.

 

Quando scrive, in che condizioni e come avviene l’ispirazione nel suo caso?

 

Scrivo tantissimo d’estate e molto di notte: mi sveglio tardi la mattina e penso alle scene che potrò scrivere. Incomincio nel tardo pomeriggio e vado avanti fino a tardi. A Genova, la città in cui sono nato ho scritto molto, il mare mi aiuta  molto a concentrarmi cosi come la campagna, l’Umbria ha dei luoghi meravigliosi. Però quando c’è una fortissima urgenza di scrivere lo si può fare anche nei luoghi più precari.

 

E’ più facile scrivere per due personaggi o più personaggi? Mentre scrive, tiene conto anche della possibilità tecnica di realizzare un testo?

 

A me piace scrivere per più personaggi. Ho scritto solo una piece per due protagonisti “Il coraggio di Adele”. Mentre per altri testi ho messo insieme diversi personaggi. Il pubblico ama vedere tanti attori che agiscono in scena. Per l’autore può essere un limite non potere sviluppare come si vorrebbe una storia per motivi di budget.

 

Il testo “La macchina dei desideri” dà possibilità agli attori di interpretare più ruoli. E’ stata una scelta per facilitare la produzione?

 

Anche per questo motivo, sì. E’ una storia ambientata in un villaggio, ci volevano molti personaggi, ho scritto tenendo presente entrate e uscite per permettere agli attori di fare più ruoli e quindi cambiarsi di costume. La storia è una favola comica e grottesca che permette questo gioco.

 

Scrive anche dei testi su commissione?

 

Si, ma valuto bene prima se il tema e l’operazione sono nelle mie corde perché se cosi non fosse farei perdere tempo alle persone che mi hanno proposto il progetto e io per primo non troverei il tempo per scrivere le storie che ho in programma da tempo.

 

Qual’è il punto forte nei suoi spettacoli: la regia, il testo, la scenografia o la bravura degli attori?

 

Penso che nel teatro sia importante l’attore e il testo, lo dimostrano anche i grandi classici. Un testo classico può essere distrutto dall’interpretazione pessima degli attori. Sei hai degli attori bravi ma una drammaturgia debole, in più punti della storia perdi il pubblico.

 

Usa delle parolacce nei suoi testi?

 

Dipende dai personaggi che ho inventato, se hanno urgenza di dirle allora le dicono. Gli ultimi tre miei testi non contengono parolacce.

 

Quale sono le regole della scrittura della drammaturgia classica, il dramma, per esempio, e quella comica?

 

Per quando riguarda quella comica, bisogna trovare innanzitutto dei personaggi con dei difetti caratteriali evidenti, con un grande dramma che li attanaglia dentro e che hanno il desiderio forte di realizzare qualcosa che gli sfugge.  La gente in generale nelle storie ama vedere come i personaggi lottano per la realizzazione dei loro obiettivi.  I classici insegnano molto la struttura, ci sono delle regole base che si possono seguire: definire il luogo, avere dei personaggi con degli obiettivi forti, di avere presente l’apice della storia, il climax, dove tutti i personaggi devono arrivare per la risoluzione dei loro conflitti. Costruire una storia con tanti ostacoli. Se un personaggio non ha degli ostacoli, dei conflitti, la storia non si muove e lo spettatore non si identifica con quel personaggio.

 

E’ lo scrittore che controlla la storia o la storia che guida uno scrittore?

 

Gli ultimi due testi che ho scritto mi hanno fatto capire quanto sia importante far lavorare molto anche l’inconscio quindi non solo la ragione. È come quando un attore sta provando una scena, se usa troppo cervello o usa troppo la pancia  si perde. Invece bisogna sapere mediare le due cose. Se scrivi un testo “di testa” arriva al pubblico una storia che passa sul piano cerebrale, se scrivi una storia ” di pancia” è inevitabile che tu possa emozionare in maniera diversa. Bisogna sapere lasciarsi andare e anche frenarsi. La drammaturgia non è come scrivere le pagine di un diario nel quale ti sfoghi e basta.

 

Nella sua comicità usa più le gag o le battute?

 

Mi piace quando la comicità è sorprendente.  Non mi piacciono le gag volgari.

 

Si scrive meglio da solo o in collaborazione con altri autori?

 

Per il teatro ora mi trovo bene a scrivere da solo, ma nel passato, nei primi due testi, ho sperimentato preziose collaborazioni di scrittura.

 

I suoi testi hanno ricevuto diversi premi. Quanto è importante per un giovane talento questo tipo di riconoscimento?

 

Diciamo che per l’autore vincere un premio può essere utile se riceve anche del denaro che ti permette di fare parte dell’allestimento.

 

E’ più accattivante essere attore in un testo di William Shakespeare o in un testo di Giampiero Rappa?

 

Non penso che Rappa si offenderà se rispondo William Skakespeare.

 

In “Best-seller” si parla di uno scrittore in una crisi d’ispirazione. A lei quante volte gli è venuto il blocco creativo e come si può superare?

 

Il blocco dello scrittore nel testo “Best seller” è causato da un dramma che ha subito il protagonista, la perdita di un figlio. Nella scrittura non ho ancora avuto grossi blocchi, però tanti momenti di difficoltà  in certe giornate di lavoro. Per sbloccarmi cammino tanto, cosi la mente come per magia si libera e mi fa intravedere una nuova luce. Essere in viaggio sul treno o in macchina ad esempio mi è servito in molti casi. Bisogna imparare a distrarsi e raggirare i pensieri negativi.

 

Nei suoi testi le storie si mantengono molto nella realtà. Come spiega la frase fantareale del testo “Best Seller”: “Nino entrò nel vuoto e si ritrovò nell’utero che lo aveva cresciuto…”?

 

In quel momento Nino è sul treno in viaggio per Praga. Dopo aver  lasciato la casa dove  la madre lo trattava malissimo. La frase che sta per chiudere il testo “…e si ritrovò nell’utero della madre” gli permette di  rendersi conto di averla perdonata e di amarla nonostante quello che ha subito.

 

Lei è un docente di recitazione e drammaturgia. Qual’è il suo metodo d’insegnamento?

 

Nella recitazione cerco di non imporre un metodo ma di aiutare l’attore a capire quale può essere il metodo più adatto a lui. Per quanto riguarda la scrittura teatrale, nei laboratori oltre a fare della  teoria con lo studio dei testi classici, gli allievi scrivono delle scene che proviamo a mettere in scena migliorando poi le battute e osservando i punti di forza dello scrittore.

 

Lei usa come bibbia il libro “Story” di Robert McKee, nuova edizione della casa editrice “Omero”.  Quale è l’importanza di questo libro nella formazione di un autore?

 

Credo sia un libro noto a tutti gli sceneggiatori, e penso sia utile non solo per chi scrive per il cinema ma anche per altri linguaggi. E’ un libro completo, perché non solo teorico ma molto pratico e ti permette di fare delle riflessioni sulla scrittura anche dal punto di vista etico mettendo in discussione anche la propria vita. Ti invita a farti delle domande indispensabili per il tuo mestiere e ad assumerti le responsabilità della tua missione. E’ un libro che fa bene rileggere o consultare nei momenti di crisi.

 

Quando e dove possiamo vedere un suo nuovo spettacolo?

 

Lo spettacolo “Il coraggio di Adele”, scritto e diretto da me, ci sarà dal 6 marzo al 18 marzo  al Teatro Piccolo Eliseo. E’ ambientato in una guerra non definita, ma è una metafora del rapporto tra l’uomo e la donna. Una sorta di Adamo ed Eva dei nostri tempi. La vera guerra è quella che avviene nella barracca dove Lucas e Adele saranno costretti a convivere in attesa della fine dei bombardamenti. Ogni spettatore può rispecchiarsi nei personaggi perché è come se raccontassimo le diverse fasi dell’amore: l’incontro, il corteggiamento, l’eros, lo scontro, i ricatti, i tradimenti, le promesse degli amanti, la separazione, il riavvicinamento. Il tutto raccontato con momenti di ironia che allentano la tragedia che i protagonisti stanno vivendo.

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