Candy Crush

di

Data

“Dove ti sei cacciata? Dove vi siete cacciate tutte!” urlò Mela china sul cassetto rosso, raspandone il fondo di cartone con le unghie mezze smangiucchiate. “Sì lo so che di solito non porto le mutande, oggi però mi servite!

“Dove ti sei cacciata? Dove vi siete cacciate tutte!” urlò Mela china sul cassetto rosso, raspandone il fondo di cartone con le unghie mezze smangiucchiate.
“Sì lo so che di solito non porto le mutande, oggi però mi servite! Capito?” infilandosi con la testa dentro la cassettiera.
“Eddai mutandina che ti sei nascosta… esci fuori!” il suo braccio fece volare alle sue spalle gli emarginati della biancheria intima: vecchi reggiseni bucati, calzini spaiati, qualche canottiera.
“E su mutandina, proprio oggi che non posso fare a meno di te… tanto… tanto lo so che ci sei, dai esci che… che non ti faccio niente!”
Scalza, senza mutande e con una camicia a quadri infilata al rovescio, Mela si lasciò cadere all’indietro, sul pavimento freddo. Rimase supina a guardare il soffitto per un po’, un senso di schiacciamento le invase il torace, prigioniera di una gravità che sentiva essersi aggrappata ai bronchi, ai polmoni, al cuore. Per un istante si arrese a quella, rilasciò la tensione, due lacrime le uscirono dai lati degli occhi finendole nelle orecchie. Poi iniziò: “Ciao Luca! Perché ti ho chiesto di vederci? Mah volevo vedere come stavi, come… così, come va? No, non ci siamo…” se ne uscì Mela fissando la lampadina che cadeva penzolante dal soffitto. “Luca senti io ti devo parlare… No vabbè, così capisce subito. Ehi! Ti trovo bene Luca, hai messo su un po’ di pancetta… eh! Ecco così mi manda affanculo. Cazzo…” continuò arrotolandosi un calzino intorno al dito.
“Ciao, Lu! Come stai bene! Dopo tutto questo tempo… che voglio da te? Ehhm… che… voglio da te?” Mela si mise prona e si infilò in bocca una canottiera fino spingersela giù nella gola.
Dopo aver soffocato per un po’, si tirò su e iniziò a raccogliere la biancheria disseminata per tutta la stanza. Prese tutto e si diresse nell’antibagno. Aprì l’oblò della lavatrice e iniziò a buttarci dentro la valanga di mutande su cui era seduta, poi, dopo aver puntato i piedi sulla parete di fronte, cominciò a spingerla con la schiena.
“Spinga, signora, spinga!” le fece una delle tante vocine che lavoravano part time nella sua testa. “Fu, fu fu fu fu. Mmmmmmmh! Ahhhhh! Fiuuuuuuu!” rilasciò la tensione muscolare e si sedette davanti alla lavatrice, schiena contro la parete guardando l’oblò appena chiuso. Infine premette il pulsante. Si sentiva già meglio. Sul suo volto due linee le partivano dal naso e le solcavano le guance smunte, formando una parentesi che isolava la bocca sottile da tutto il resto, con le mani si tirò la pelle all’indietro e si osservò allo specchio. Si alzò la camicia e dette una controllata anche alla sua vagina. Assomigliava tanto a Ketty, la barboncina della zia Paola, solo che la sua non abbaiava.
D’un tratto un urlo improvviso richiamò la sua attenzione, ma più che un urlo sembrava un lamento, un allarme che annunciava un pericolo imminente e che sembrava provenire dalla casa della vicina.
“AaaAaAaAaAaAaAaAaAaAa!” un suono circolare riecheggiò in tutta la casa.
“Cos’è?” mollando pettine e forbici.
“AAAaaaAAAaaaAAAaaaAAA!” più forte.
“Oddio… qualcuno che si sente male?”
“AaaaaAAAAAaaaaaAAAAAaaaaaAAAAA!” ancora più forte.
“La signora Maria?!” pensò Mela infilandosi un pantalone. Uscì scalza e citofonò.
La signora Maria spifferò la porta.
“Si?” le fece l’arzilla vecchietta con i capelli stranamente arruffati.
“Signora Maria… tutto bene? Ho sentito un lamento e mi sono preoccupata!”
“Tutto bene, tutto bene!” affrettandosi a richiudere.
“E’… è sicura signora Maria? Guardi se ha problemi posso aiut…”
“Nessun problema, nessun problema!” le disse liquidandola in tutta fretta.
“Bella pantevona?” una voce maschile la richiamò all’interno.
La “panterona” le sbattè la porta in faccia.
Mela rimase sul pianerottolo continuando a guardare la porta chiusa della signora Maria. “Ed io che mi ero anche preoccupata per lei. Hai capito la signora Maria, a ottant’anni ancora le da giù!” fece Mela rientrando in casa sbattendo la porta.
“AhAhAhAhAhAhAh!” il lamento si era fatto metallico e più vicino.
“Ancora?! E vabbé sono contenta per lei signora Maria, però c’è un LIMITE A TUTTO!” alzando la voce.
“Che male…!” sentì quella.
“Ma chi… chi è?” urlò dal corridoio.
“Non c’ero più abituata…”
“Signora Maria, signora Maria… ma forse è il caso di lasciar perdere…”
“Mammamia che dolori… non mi posso neanche muovere, attaccata così come sono alla parete!”
“Ma cosa le sta facendo?” urlò Mela.
“Mi gira tutto…”
“Chiamo la polizia signora Maria?”
“Ma quale Maria, sono io!”
“Io chi?”
“Candy.”
“E chi è Candy?”
“La lavatrice.”
“Signora Maria la smette di prendermi per il culo, eh? La faccia finita, lei e quel vecchio che s’è portata a casa!”
Mela batté i pugni sulla parete che li divideva. Sentì mugugnare, poi dei passetti, poi il rumore del chiavistello e della porta che si aprì. Qualcuno bussò alla sua. Si avvicinò lentamente, strisciando e guardò dallo spioncino: un uomo, pure lui sugli ottanta, baffi alla Magnum Piai in ciabatte e vestaglia rossonera, si piazzò lì davanti, con le mani sui fianchi e il batacchio che si affacciava da sotto il risvolto. Mela non aprì.
“Signovina, la smetta di impovtunavci o mi tvovevò costvetto io a chiamave la polizia! Che fa vosica? Si tvovi puve lei qualcuno con cui divevtivsi! O non ci viesce?
“Mi scusi!” si lasciò scappare Mela, anche se il vecchio era già rientrato in casa scampanellando.
“Prendimi un antidolorifico, questa emicrania mi sta spaccando il cestello!” giunse chiaro e forte dal suo piccolo antibagno.
“Co… come?” Mela si girò di scatto a destra, poi a sinistra, poi di dietro. “Vocine vi state prendendo gioco di me, vero? Dai su, chi è stavolta? Cinica? Ironia? Vi ho assunte con un contratto di apprendistato quindi vedete di rigare dritte che altrimenti vi licenzio!”
“Guarda, sono qua sopra, le Greentabs, leggi un pò il foglietto illustrativo e guarda se sono per i giramenti di cestello.”
“Cestello? Greentabs? Io non ci capisco più niente.”
“Te lo spiego io cosa succede. Succede che non ce la faccio più, va bene? Mi carichi di responsabilità senza essermi minimamente grata per tutto il lavoro che faccio al tuo posto.”
“Io non sto parlando con una lavatrice!”
“Puoi non crederci, ma la tua lavatrice da oggi entra in sciopero cara mia. Ne ho davvero le vaschette piene!”
“Senti, io ho un appuntamento importantissimo stasera, e se non ti sbrighi a cacciarmi fuori le mie mutandine pulite…”
“Ma scusa, perché devi metterle proprio stasera, eh? Non le metti mai…”
“Perché devo vedermi con… con un uomo.”
“Eh ma è tutto un controsenso!”
“Non lo è per me!”
“Fammi capire, se non c’è nessuno che te le toglie… inutile metterle?”
“Esatto.”
“Questa teoria è interessante, strampalata ma potremmo definirla la Teoria della relatività delle mutande… carina…”
“Senti Candy, questa è la mia vita, ho i miei progetti, i sogni nel cassetto…”
“Ma se è vuoto il cassetto! Almeno una volta si poteva dire di essere rimasti in mutande, tu neanche più quelle hai. Senti ad un certo punto uno deve pure andare avanti eh! Ancora con questo Luca!”
“Aspetta, aspetta aspetta!? Come lo conosci?”
“Sono quattro anni che è finita, ora spiegami tu che cosa l’hai chiamato a fare… basta, quel che è stato è stato.”
“Ma che cazzo ne sai tu! E come ti permetti…!”
“Ne è passata di biancheria dentro questo cestello. Ho imparato a leggere i fondi delle mutande. Parliamoci seriamente, da donna a lavatrice. Hai fatto dei gran casini.”
“Eh certo, ci capisci tu invece che sei una lavatrice!”
“Anche io mi sono innamorata, mi innamoro spesso, forse più di te.”
“Candy, spiegami come può innamorarsi una lavatrice.”
“Come tutti. Non si può spiegare, ma credo che abbia a che vedere con una certa disponibilità a volersi far travolgere. E’ una questione di volontà. Io voglio innamorarmi e quindi quando la cosa mi si presenta la lascio fare.”
“Tanto nessuno è più disposto a farlo. Io mi sono innamorata, ora non ne vale più la pena…” replicò Mela in ginocchio davanti a Candy.
“Si ma… lo hai fatto delle persone sbagliate. Le ho lavate io le loro mutande. Li conosco bene quei zozzoni. Tu l’amore lo confondi con il sesso, soddisfa nell’immediato ma finisce prima. Fondamentalmente hai molte buone capacità, ma non ti applichi.”
“Ah sì? E sentiamo, dove lo hai trovato tu, ‘esperta d’amore’?”
“Si chiamava… Armando.”
“Armando?”
“Sì. Tu non eri ancora venuta ad abitare qui. Ne è passata di gente in questa casa. Insomma un giorno non mi sentivo tanto bene, avevo degli imbarazzanti problemi con lo scarico, e me l’ero fatta tutta addosso. Pensa che vergogna. Allora il vecchio inquilino mi ricoprì di insulti e mi prese a calci. Io ero una lavatrice giovane, senza esperienza, venivo dal paese, dalla mia Brianza, ero nuova di qui, e credevo che quello fosse l’unico modo in cui meritavo di essere trattata per quello che avevo combinato. Dunque fece una telefonata d’urgenza ed io mi sentii in colpa talmente tanto che ero sul punto di farla finita, avevo deciso che avrei messo i miei cavi dentro l’acqua e via. La giusta punizione per non aver reso i miei servizi come avrei dovuto. Poi arrivò lui, Armando, vestito d’una salopette verde pisello, aveva il cartellino appuntato sulla giacca e così potei vedere il suo nome. Come mi vide mi disse: Ci penso io a te, non ti preoccupare! e si premurò subito di togliere tutta l’acqua dal pavimento scostando via i miei cavi elettrici impauriti. Ricordo ancora i brividi che mi corsero lungo tutto il telaio, fece scivolare le sue dita delicate lungo i cavi bagnati, asciugandoli con una stoffa gialla, morbidissima, lo fece con estrema cura e così li arrotolò, poggiandomeli sul ripiano. Poi mi si inginocchiò davanti, l’oblò mi tremò un pochino, lui mi guardò e mi sorrise, con l’attrezzo del mestiere in mano. Svitò il portellino che nascondeva il mio filtro. Era lì il problema. Il mio piccolo filtro era intasato, aveva assorbito troppa sporcizia, capisci? Cose brutte, cose che non mi meritavo, cose che nemmeno io sapevo essere finite lì.”
“E poi?”
“Lui lo svitò, piano piano, facendo attenzione a non ferirmi. Quindi iniziò a pulirlo tirando fuori ogni sorta di schifezza che l’inquilino mi aveva buttato nel cestello. Se ci penso ancora mi imbarazzo…nessuno mi aveva mai toccato il filtro… così… Armando iniziò a prendere le mie difese, era la prima volta che qualcuno mi difendeva davanti a quello stronzo. Gli disse che erano state la sua superficialità e non curanza a farmi del male. Che io ero il modello più efficiente di tutte le Candy mai messe in commercio. Che ero preziosa, e come tale andavo trattata. Gli disse anche che sarebbe tornato dopo 15 giorni e avrebbe controllato che tutto fosse come lui aveva sistemato. E quello rimase in silenzio. Armando mi carezzò il cassettino del detersivo ed io mi sentii la lavatrice più bella di tutto il mondo.”
“E quando è tornato… insomma gli hai parlato? Vi siete parlati?”
“No, non è più tornato.”
“Ma come? Lo aveva detto, no? Quindici giorni e sarebbe tornato!”
“Non è tornato. Ed io sono rimasta tutti i giorni ad aspettarlo per un mese, ma non è tornato.”
“Lo vedi che sono tutti stronzi gli uomini? Che spariscono tutti?”
“Poi un giorno, ecco lo confesso, un giorno mi sono decisa a fingere un malfunzionamento. Ho bloccato l’oblò e non l’ho più aperto, così pensavo che avrei di nuovo rivisto il mio Armando.”
“E lui, è arrivato?”
“No, venne un altro e ci disse che lo avevano trasferito a Belluno.”
“Ma è una storia triste, lo vedi? Tutto finisce, sparisce, va via, come i calzini, le mutande. Arriva sempre un giorno in cui apri il cassetto e non hai più mutande pulite. Se ne sono andate a Belluno!”
“Non è che puoi costringere qualcuno ad amarti, se non vuole. E poi scusami tanto, lo hai lasciato pure tu!”
“Mi ha lasciata lui! Senti basta con Luca…”
“Eh appunto! Te l’ho detto!”
“No, basta parlarne!”
P”renditela con te stessa…”
“Ma chi se lo fila quello!”
“Una disperata come te!”
“Chi è disperata?”
“Tu, sei una disperata!” replicò saltellando Candy e sbattendo gli ingranaggi contro le pareti. “Tu sei una disperata!”
“Ripetilo ancora se hai il coraggio!” fece quella scaraventandosi su Candy. “Ammasso di ferri inutile!”
“Tu sei una disperata!” Candy iniziò singhiozzare. “U sei una disperat! Uh! Ah! Uuh! Aaah! Tum tam tam, tum tum tam tam, tum tum tam tam tam!”
Mela era in piedi, con la spina pulsante ancora calda in mano e i piedi immersi nell’acqua saponata. Guardò la sua immagine riflessa nello specchio dell’armadietto. I capelli completamente fradici. Fece un sorriso accattivante e poi disse guardandosi: “Luca stai bene col pizzetto! Ciao Luca! Ma… stai benissimo col pizzetto! Ma Luca! Ti sei fatto crescere il pizzetto!” e proprio in quell’istante suonarono il campanello. Candy aveva seminato i suoi componenti dovunque, e poco a poco era finita per smontarsi quasi del tutto, anche l’oblò si era aperto per le vibrazioni, e, sfidando ogni logica della forza centrifuga, le mutande erano state schizzate fuori a casaccio, sgocciolanti, grondanti, ed ora erano riverse a terra e sanguinavano acqua saponata.
“Si?” fece lei immobile dall’antibagno.
“Polizia Signora, mi hanno chiamato gli inquilini della porta accanto, hanno detto di aver sentito un gran baccano. Le spiace aprirmi per una semplice verifica?”
“Quella stronza della signora Maria…Si, arrivo!”
Mela andò ad aprire all’agente facendo attenzione a non scivolare. L’agente Bianchi entrò nel piccolo corridoio e non potè fare a meno di guardare insospettito tutto quel caos che usciva dall’antibagno. Mela lo guardò con gli occhi a palla, e allargando la bocca disse:
“Sta bene con il pizzetto!”
“Come?”
“Dicevo, che anche se ha un po’ di pancetta… questo pizzetto le dona.”
“Eheheh… ha ragione, dovrei mettermi un po’ a dieta… ma grazie!” abbottonandosi la giacca.
“Si figuri agente. Il pizzetto è fondamentale. Posso chiamarla Luca?”
“Veramente mi chiamo Mario…”
“Luca ascolta in tutti questi anni…”
“Signora scusi, ma… si sente bene?”
“Eh… infatti, neanche io! Pensa che non volevo neanche chiamarti… che scema!”
“Signora… ha battuto la testa? E scivolata? Ha tutte le mani escoriate, ma quel martello?”
“E’ questo che mi preoccupa…”, nascondendo con il piede qualcosa. “ora tu dici di amarmi ma… Luca?”
“Mi dica signora. Centrale? Si mandatemi un’ambulanza al civico 46, interno 21, Via…”
“E’ la tua incostanza… capisci, Luca?”
“Signora sono l’agente Bianchi, Mario Bianchi.”
“Che fai ora, finta di non conoscermi eh?”
“Guardi ho chiamato l’ambulanza, arriveranno tra breve, non si preoccupi.”
“Lo sapevo che saresti tornato! Lo sapevo Luca!”
Mela gli si buttò addosso, lo abbracciò strettissimo. Affondò il viso sulla pancia, si strinse premendo il naso, la bocca contro il suo sterno, come a volerci entrare dentro. Il poliziotto dischiuse un po’ le labbra, guardandola incredulo. Lei gli si strinse di nuovo, questa volta baciandolo con forza, e ancora una volta schiacciando il suo seno contro il petto di quello. Piano piano il poliziotto iniziò ad indietreggiare, con Mela ancora avvinghiata, aggrappata alle sue spalle, al suo collo, indietreggiarono fino a sbattere contro la parete. Poi iniziarono a scivolare lentamente, sedendosi a terra, nell’acqua saponata, dove un rigagnolo rossastro accerchiò un paio di mutandine inermi. Mela teneva stretta l’impugnatura del cacciavite, e continuando a tenerlo dentro, con l’altra mano, carezzava le guance del poliziotto, passando le dita tra le trame di quella fitta barba. “Com’è morbida”, gli sussurrò all’orecchio. “com’è morbida la tua barba!”
Il poliziotto chinò la testa sul petto.
Mela raccolse e strizzò le mutandine intrise del sangue dell’uomo e se le infilò gocciolanti. “Hai visto? Hai visto che alla fine le ho trovate?”

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