Era più o meno l’una di notte di sabato 11 luglio e con il mio socio Enrico Valenzi stavamo discutendo sull’ultimo concerto di Burt Bacharach che era finito da un’oretta. Lui ogni tanto sceglie un’esibizione tra quelle che si tengono a Roma e mi ci porta. Anche se generalmente dedica il suo tempo alla scrittura creativa, è un grande esperto di musica, quindi tira fuori dal suo cilindro gli spettacoli proprio da non perdere. Io l’ho seguito con entusiasmo, malgrado la mia recente ferita in un conflitto a fuoco per difendere alcune ragazze afghane dalla prepotenza dei foreign fighters dell’Isis (insomma, più o meno, va bene, è vero, sono inciampato per prendere un treno, ma stavo facendo dell’autofiction che adesso va tanto tra gli scrittori alla moda).
Si parlava – da un lato – di quello di cui si parla sempre dopo un concerto, cioè la più o meno sicura qualità dei cantanti, la bravura dei musicisti, la scaletta con lo spazio dedicato a canzoni vecchie (fatte sempre di corsa quasi vergognandosi) e canzoni nuove, il fascino di un vecchio artista che scrive brani indimenticabili da sessanta anni; e – dall’altro lato – di quello di cui si parla solo a un concerto di Bacharach, cioè come ha fatto uno con quella voce terribile a diventare un genio della musica. Se Beethoven era sordo, Mozart un ragazzino erotomane, Dylan un satanista che ha stretto il patto col diavolo, Lennon ha sposato Yoko Ono, McCartney è addirittura morto tanti anni fa, Burt ha davvero un particolare unico tra gli artisti: appena apre bocca ti stringe il cuore. Vorresti dirgli: va bene, amico, non importa, ci hai provato, non è che tutti debbano essere per forza Pavarotti, su. Come se non bastasse, canta pure tra una strofa e l’altra intonata dai suoi volenterosi quattro vocalist, costringendo il pubblico a piegarsi verso il palco per seguire la sua vocetta flebile, paperinesca, talvolta un borbottio, spesso fessa. Non pensate a qualcosa tipo le grandi voci irregolari che emozionano. No, no, qui siamo proprio alla negazione. Vicino a me c’era chi diceva che Bacharach è l’unico cantante che stona anche quando non canta. E giù risatine. Non lasciatevi ingannare dalle registrazioni in studio, che vengono sempre migliorate, bisogna sentirlo dal vivo per capire.
Ora io non saprei dire se è davvero stonato oppure ha una voce poco adatta al grande pubblico, so solo che in fondo non conta se suona la sua musica. All’inizio del concerto quando è entrato e la band ha cominciato a suonare What the world needs now is love sweet love, inno personale e utopistico manifesto anni ’60, 1965 per la precisione, io mi sono emozionato, love sweet love It’s the only thing that there’s just too little of, è l’unica cosa di cui ce n’è troppo poca… Poi ho sentito che ne faceva solo un assaggio, in un medley di vecchi pezzi molto potenti, e allora mi sono accomodato sulla sedia un po’ contrariato. Non si è risparmiato Burt, sempre con la sensazione che fosse stanco dei vecchi successi, non abbastanza da non eseguirli per niente come fanno alcuni. Una volta ho sentito un concerto di Sakamoto che non ha suonato nemmeno una delle musiche per cui è giustamente famoso, lasciandomi con una crisi di nervi quasi inarrestabile e procurando diversi harakiri tra il pubblico che aveva speso bei soldi per venire a incontrarlo. A un certo punto Burt ha fatto riferimento a un film dei più famosi tra quelli che contengono le sue musiche, Butch Cassidy, anni ’70 con Paul Newman e Robert Redford al meglio. Il pubblico si è esaltato, convinto che stava per ascoltare Raindrops Keep Fallin’ on My Head, e invece il perfido ha fatto eseguire uno strumentale. Poi, dopo un po’ finalmente ha fatto anche la canzone più famosa. Giochi che puoi anche accettare da uno di oltre 84 anni che regala canzoni a Mario Biondi e suona con Elvis Costello…
Insomma, si parlava di queste cose qui, mentre uscivamo da un localino pretenzioso che ci aveva servito uno spritz poco convincente, quando abbiamo visto un gruppetto di persone intorno a un van bianco. Nel van c’era lui, Burt che diverso tempo dopo il concerto firmava diligentemente autografi al suo pubblico. Di notte, sorridente, con la sua faccia da vecchio americano a metà tra Clint Eastwood e uno yachtman.
Allora, noi di Omero ne abbiamo viste di tutti i colori, scrittori che vanno via a metà serata perché dicono di avere una cresima, altri che non vanno al buffet dopo una presentazione perché ci sono troppi burini, cantanti che hanno fatto un disco e si sentono qualcuno, ecc., quindi se un artista come Bacharach si mette lì a ringraziare i suoi fan in quel modo, gli vogliamo davvero più bene. E se qualcuno dei nostri pregiatissimi allievi vorrà rimanere un artista vero, non dovrà fare altro che seguire il semplice insegnamento di un uomo mostruosamente ricco e fortunato, ma che sa bene che tutta la sua fortuna e la sua ricchezza non sono dovute a giochi di potere o a raccomandazioni, al fatto che ha frequentato i salotti scelti o ha detto in giro di votare il partito giusto, no, le deve solo alle orecchie attente del suo pubblico.
