– Ed eccoci al Giardino degli Aranci, Caterina! – esordisco cercando di controllare l’emozione del primo appuntamento, e stando attento a non dimenticare niente delle informazioni che mi ha dato poche ore prima Osvaldo – Il vero nome in realtà – continuo mentre iniziamo a percorrere Viale Nino Manfredi – è Parco Savello. Pensa che la sua edificazione risale al 1285, e fu voluta dall’antica famiglia Savelli, da cui appunto il nome Parco Savello, che la usò come roccaforte durante le lotte imperiali di quel periodo e anche dopo, esattamente fino… ah sì… fino al XIII secolo.
Mi fermo un attimo per prendere fiato e per osservare la sua reazione. Si sta guardando intorno, annuendo con la testa. Ottimo segno, penso.
– Poi guarda queste mura perimetrali, – continuo indicando intorno a me – esempio di mura altomedievali tirate su tramite incastellamento! – volete saperla una cosa? Non so di cosa diavolo sto parlando, ma continuo, senza pudore – E invece in questo slargo sulla destra era collocata la fontana di Giacomo della Porta, composta da una vasca termale romana e da un sovrapposto mascherone in marmo incassato in una conchiglia; fontana poi spostata, nel 1973, nella piazzeta di San Simeone ai Coronari.
Mi fermo di nuovo. Caterina, sempre guardandosi intorno, si sposta verso lo slargo di sinistra, che poi è piazza Fiorenzo Fiorentini, e sotto alcuni alberi di aranci. La seguo. Ha l’aria spensierata e felice, però non spiccica una parola. Questo mi preoccupa un po’, ma non mi fa abbattere. Faccio un attimo mente locale sulla lezione di Osvaldo; poi riprendo.
– Comunque l’assetto attuale del giardino è stato ridefinito nel 1932, in concomitanza con il riassestamento urbanistico della zona, dall’architetto Raffaele De Vico, che apportò modifiche importanti soprattutto nell’area che i padri Domenicali della chiesa affianco usavano come orto. E poi…
Mi interrompo di nuovo. Ora Caterina si è messa a correre verso la terrazza del belvedere. La raggiungo. Il cielo è macchiato da riflessi violacei, e i tetti di Trastevere, quel tratto di lungotevere, la Sinagoga, San Pietro, l’Altare delle Patria, il Garibaldi del Gianicolo dall’altra parte del fiume, ogni cosa insomma, è illuminata dalla luce rossastra di un sole al tramonto duro ad andare via. Ci sono alcuni turisti che scattano foto, una coppia che si tiene abbracciata e guarda il panorama, un gruppetto di amici che ride e scherza. Caterina gira lo sguardo a destra e sinistra, incantata da quello spettacolo. Io invece, come feci la prima volta che la vidi alla fiera del libro di Roma, mi incanto su un altro spettacolo: il suo profilo. Vorrei dirle qualcosa di dolce, ma muoio dalla vergogna, così, mi rifugio di nuovo negli insegnamenti del mio amico Osvaldo. La voce mi trema.
– Eh… lo sai che esattamente qui, dove ora c’è questa bellissima terrazza che domina il Tevere, c’era il più antico e importante porto romano?
E’ a quel punto che lei si gira, mi poggia le mani sulle spalle, incolla i suoi occhi nei miei e, finalmente, parla.
– Va bene! Ora basta con le lezioni di Osvaldo – mi fa sorridendo.
La tachicardia e l’imbarazzo si impossessano del mio corpo in un secondo. Sto per mugugnare qualche giustificazione, ma mi interrompe di nuovo.
– Baciami scemo! – mi sussurra in un orecchio.
La guardo inebetito.
– E va bene! – taglia corto decisa – Se non lo fai tu lo faccio io!
Le sue labbra si incollano in un attimo alle mie, e la sua mano, dietro la mia testa, inizia ad accarezzarmi piano. Il suo trasporto è così forte che mi lascio andare in un attimo. E così le prendo il viso tra le mani, apro la bocca, e lascio che la mia lingua incontri la sua. Poi ecco Caterina chiude gli occhi; io sto per fare lo stesso, ma prima rivolgo, con la coda dell’occhio, uno sguardo oltre la terrazza, accorgendomi di tre cose: che sulla terrazza siamo rimasti solo io e lei; che sui tetti di Trastevere, su quel tratto di Lungotevere, sulla Sinagoga, San Pietro, l’Altare della Patria, il Garibaldi del Gianicolo dall’altra parte del fiume, su ogni cosa insomma, è calata una bellissima prima sera; e che io, in quel momento, mi sento il ragazzo più felice del mondo.
