Data

COLERA: Malattia contagiosa dovuta a Vibrio Cholerae. Un tempo limitata ad alcune regioni dell’India, oggi diffusa in tutta l’Asia e l’Africa. Anche l’Europa è stata interessata da un’epidemia nel 1973.

COLERA: Malattia contagiosa dovuta a Vibrio Cholerae. Un tempo limitata ad alcune regioni dell’India, oggi diffusa in tutta l’Asia e l’Africa. Anche  l’Europa è stata interessata da un’epidemia nel 1973. Il contagio avviene dal portatore che elimina il vibrione con le feci e il vomito. La malattia si manifesta dopo un’incubazione di 1-5 giorni, con diarrea abbondante, vomito e dolori addominali. Le scariche diarroiche possono portare a notevole perdita di Sali e liquidi, fino al collasso.(…) È utile la disinfestazione totale delle zone a rischio. Per chi si reca nelle zone a rischio, oltre alle vaccinazioni, è raccomandabile il consumo di acqua bollita.
Enciclopedia medica Deagostini (presa con i punti della Esso Oil a metà anni novanta).

Il camion entra da ovest, l’unica entrata e l’unica uscita, e nella pianura circostante il sole illumina i fabbricati, è il primo sole che sorge dopo un mese di piogge e l’aria contiene più acqua che l’oceano. Fa il giro della rotonda e si ferma davanti ai secchioni dell’immondizia.  Un uomo abbastanza seccato scende e continua a parlare con quello che si trova dentro, indossa una casacca rossa con le bande argentate e intorno alla sua figura si forma una nuvola di vapore. Ma oggi non è così male, almeno c’è il sole, riflette ad alta voce e quello nel camion muove la testa in segno di assenso.
Finito con quei secchioni Berardino mette la prima e avanza nella piccola strada asfaltata, così piccola che non sembra a doppio senso.  L’acqua dei giorni passati se n’è portata via una buona porzione e blocchi larghi fino a mezzo metro spuntano dalla terra bagnata.
“Ehi questi negri non si vedono questa mattina”.
“È troppo presto…”.
“Non è vero… non c’erano nemmeno alla fermata”.
“Be’ avranno preso un autobus da poco che ha dato una ripulita”.
“Sì, può darsi… magari la desse davvero una ripulita”.
” Questi bloccheranno tutto, qui in zona, un’altra volta”.
Il giornaleradio passa le notizie sportive.
“Cambia non me frega più niente del pallone”, fa Berardino.
“E da quando?”.
“Da oggi”.
“Ti rompono le palle eh?”.
“Ti ho detto di cambiare e basta…”.
“E va bene. Ma come vedi su tutti i canali parlano di sport”.
“Si vede che non cambi per bene”.
“Oh si io cambio per bene”.
“E allora spegni questo accidente”.
Berardino fa una smorfia col viso e continua a tenere lo sguardo attento sulla strada distrutta. Il fabbricato si fa sempre più grande, un fabbricato fatto di cemento e pannelli con un lungo recinto formato da pali in alluminio e blocchetti in calcestruzzo. Il sole gli sta sopra come un grande diamante divino, poi cala dietro e il camion entra nel cono d’ombra e ai due sembra di sentire più freddo di quello che sentivano. Vedono i secchioni, una fila di sedici secchioni in plastica verde tutti da svuotare prima di uscire da quel vicolo ceco.
“Strano che ancora non c’è Mi manca moje”.
“Mi manca moje e fijo”.
“Amigo italiano trova lavoro con te”.
“Se qui non danno una bella ripulita solo Dio sa cosa succede”.
“E che vuoi che succede…”.
“Eh”.
“Che fai oggi pomeriggio?”.
” Ma finisco di fare quel muro a Capena… sai quella villette che stiamo costruendo. Poi c’è Silvana che vuole andare da Auchan… vuole anticipare qualche regalo di natale”.
“Che cazzo devono comprare queste donne dico io”.
“Dillo a me”.
“Manca mia moje”.
Fermano il camion davanti ai primi due secchioni e scendono lasciando il motore acceso. Prendono il primo che manda un odore nauseante e lo portano al cassone posteriore e lo agganciano. Berardino preme il bottone giallo e la pressa con il martinetto si mette in funzione con un rumore metallico. La pianura è sepolta da un pesante strato di nebbia e alcuni banchi di terra sono cosparsi da tante pozze d’acqua come tanti specchi che riflettono qualcosa di nero.
Da dietro il muro di cinta del fabbricato esce un tizio con una tuta bianca e una mascherina sul viso. Sulla tuta ha scritto “emergenza sanitaria” e sulle spalle ha una bombola a cui è collegato un tubo e a questo un cannello in acciaio che luccica. Dal cannello gocciola del liquido.
“Andate via di qua. Lasciate stare i secchioni”.
I due si guardano instupiditi.
“Via… portate via questo affare di qui… è scoppiata un’epidemia di colera. Stiamo disinfestando tutto”.
L’uomo aziona un braccio meccanico che gli spunta da sotto il braccio sinistro e dal cannnello inizia a vaporizzarsi il liquido. Lo spruzza sui pneumatici del camion, prima sulla parte esterne e poi sul quella interna. Si avvicina a i due e gliene spruzza una passata sulle gambe.
“Appena arrivate buttate scarpe e tuta, almeno la parte inferiore”.
“Ma a noi non ci ha detto un cazzo nessuno”.
“Sentite toglietevi da qui. Metà delle persone nel centro di accoglienza ha passato la notte al bagno”.
Da dietro il muretto esce un altro uomo con la tuta e la mascherina e un poliziotto. Gli urlano di fare marcia indietro fino alla rotonda e di non far venire nessuno.
I due salgono sulla pedalina del camion.
“Ma porca puttana potevate anche avvertirci”.
“Dai andatevene”.
“Che cazzo se ci siamo beccati qualcosa per la puttana”, insiste Berardino.
” Ma quando è scoppiata? noi veniamo qui una mattina sì e una no”.
“Che cazzo andatevene, ve ne volete andare “.
“Non è uno scherzo… stiamo disinfestando la zona dai”.
“Dai che cazzo figlio di puttana ci dovevate avvertire”.
“Se ci ammaliamo”, fa Berardino.
“Andate al pronto soccorso”.
“Ma che cazzo dici…”.
Nella pianura risuona un urlo. Sembra un urlo lungo e rallentato, come se piovesse dritto dal cielo.
“Andate a fanculo”.
I due chiudono gli sportelli e Berardino si mette al posto di guida e comincia a retrocedere. Le buche fanno sobbalzare la cabina e la bustina di deodorante appesa al tettuccio.
“Ma che cazzo era quell’urlo”.
“Colera Dio santo”.
“Che cavolo è il colera?”.
“Ti muori cacando”.
“Non scherzi vero”.
“Come cazzo ci è arrivato qui?”, aggiunge l’altro.
“I negri solo i negri… l’hanno portato dall’Africa… manca mia moje del cazzo”.
“Oh merda”.
Arrivati alla rotonda invertono il senso di marcia, passano sotto il cavalcavia dell’autostrada  e girano a sinistra, il sole torna nella cabina e sentono la mente così intorpidita che gli sembra che non sia successo nulla. Sopra a un traliccio dell’alta tensione riposano al caldo una fila di cornacchie come una collana nera nel cielo.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'