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Mimmo Cuticchio puparo e cuntista: “L’uomo invecchia e muore, il pupo diventa antico e non muore mai”

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In una foto in bianco e nero un uomo arringa la folla; pare uno speaker’s corner in Hide Park, anche se lo sfondo è un altro, di tegole basse e muri scorticati da guerra e povertà.

In una foto in bianco e nero un uomo arringa la folla; pare uno speaker’s corner in Hide Park, anche se lo sfondo è un altro, di tegole basse e muri scorticati da guerra e povertà.
-Allora non c’era niente, i paesi erano vuoti. Nel ’43 dopo il bombardamento su Palermo, la gente partiva per il nord Italia, per l’estero; mamma e papà invece se ne andavano nell’entroterra a cercare di sopravvivere lavorando con gli anziani che erano rimasti.-
L’uomo sulla predella di legno sta mulinando l’aria con una spada mentre declama, battendo coi piedi, sillabe scandite a ritmo. Se avesse una chitarra e un cartellone dietro, sarebbe un cantastorie, uno che canta e recita i fatti di cronaca.
No, solo una spada e la sua prosa, quella dell’epoca delle giostre e dei tornei, delle singolar tenzoni; la spada è la stessa delle danze a ritmo, dei movimenti ripetuti come nei riti legati alla fertilità (danza del Tataratà a Casteltermini).
È un cuntastorie. E cunta le storie di Orlando e Rinaldo, del loro cuore rapito da Angelica e la fedeltà a Carlo Magno.
-…In quegli anni fino alla fine degli anni ’60 giravano per i paesi della provincia di Palermo lungo la costa verso Trabia fino a Cefalù e dall’altro lato: Sferracavallo, Terrasini, Balestrate, Castellammare e poi l’interno, Caltanissetta, Enna… Arrivavano e affittavano un locale, che allora non c’era niente: ristoranti garage… niente. Si trovava un grande magazzino, magazziienu diciamo noi, e lì nasceva il teatro e anche la casa e si abitava dentro e nascevano anche i figli. Mia sorella più grande è nata ad Alia, l’altra a Palermo io a Gela, un altro fratello e sorella a Terrasini, un altro a Sanci Pirrello.-

“Nella casa teatro, durante il giorno ciascuno dei figli aveva un ruolo preciso, chi lucidava le armature, chi spolverava i visi dei pupi, chi preparava l’occorrente per riparare le marionette che durante i combattimenti si rompevano, chi trasformava in polvere la pece greca usata per l’effetto dei fuochi quando escono i diavoli o si bruciano città e castelli. E la sera… attraverso le tappe dell’apprendistato dell’opra, il figlio del puparo passava da suonatore di pianino a cilindro ad aiutante di palcoscenico, dalla recitazione della voce dell’angelo a combattente di terza quinta,sino alla conquista della prima quinta di fronte al puparo che dirige lo spettacolo.” Il segreto dell’arte veniva “custodito gelosamente come un segreto prezioso che si poteva trasmettere solo ai figli e agli aiutanti più devoti. (…) Più di un oprante siciliano non avendo un continuatore ha imposto ai suoi familiari di distruggere pupi e copioni dopo la sua morte.”

-Io sono stato e sono molto aperto da quando ho capito che l’opera dei pupi rischiava di morire. Nel ’97 ho aperto la scuola a Palermo. Avevo stranieri che mi seguivano, gente dalla Danimarca, albanesi… non è che perché ero a Palermo avevo solo gente siciliana!… Continuamente faccio dei laboratori di conoscenza e approfondimento del teatro dei pupi e del cunto. Ne ho tenuto uno a Febbraio che è durato dieci giorni e sono venuti da varie regioni d’Italia, era sulla conoscenza del teatro dei pupi: dal canovaccio alla messa in scena. È chiaro che in dieci giorni non possono imparare, però è venuta tanta gente che si occupa del teatro di figura, del teatro di narrazione, per conoscere, perché conoscere la nostra storia è un po’ come entrare nelle radici di un albero, poi ognuno fa la sua scelta. Io ho una scuola con dei giovani che mi tengo due tre anni, lavorano a tempo pieno con noi perché hanno finito l’Accademia oppure hanno fatto una scuola di teatro e collaborano per quello che c’è da fare: laboratorio per la costruzione delle scene, per la pittura, l’intaglio… Sì, facciamo tutto noi, dalla costruzione dei pupi alle scene, ai fondali, gli oggetti della scenotecnica, scriviamo i copioni.-

“Per distinguere se un pupo è di stile napoletano, palermitano o catanese, basta guardargli la mano destra. Se ce l’ha aperta con la spada lungo le dita e la cordicella di animazione agganciata sul dorso, è napoletano. Se ha il pugno chiuso con un filo che guida la spada nel fodero e una bacchetta di ferro sul dorso è palermitano. Se la bacchetta di ferro è fissata tra l’elsa della spada e il pugno, il pupo è di stile catanese. I pupi catanesi vengono animati da dietro il fondale scenico, quelli palermitani dai lati. Sono i meno alti e più leggeri degli altri. Possono snudare e rimettere la spada nel fodero, hanno le ginocchia articolate. I pupi catanesi hanno la spada sempre in pugno e le gambe rigide per stare in piedi e assumere un passo marziale, la famosa falcata, per cui la gente all’arrivo dei tedeschi di Hitler osservò che marciavano come i pupi.”

E anche Franco Franchi nei suoi numeri, Totò… e forse anche noi… “Pupi! Pupi! siamo tutti pupi! ” grida Ciampa ne “Il berretto a sonagli”. Siamo un Gano di Maganza quando facciamo gli infami, i traditori; un Carlomagno se ricchi e avari ci lasciamo ingannare dai malvagi; un Orlando se poco fortunati con le donne. È la tipologia umana costruita dalla Storia dei paladini, quella per cui la gente si appassionava e piangeva ogni volta, soprattutto per la morte dei paladini, o linciava le marionette, li prendeva a colpi di scarpe.

“Lo spettatore che a Gela acquistò il Gano di Maganza dal puparo, lo appese ad un albero e gli sparò a lupara e quando l’indomani un nuovo pupo comparve sulle scene in vece del traditore, fece il finimondo.” Un pubblico appassionato, i sostenitori di Orlando da un lato, quelli di Rinaldo dall’altro, per mesi e mesi giacché l’intero ciclo poteva durare anni; dalla morte di Pipino di Francia alla morte di Carlo Magno più di 370 serate. “Il pubblico conosceva benissimo queste storie. Il ritmo era molto lento e l’ordine cronologico non veniva mai invertito.Il pubblico era molto severo. (…) L’iterazione non veniva considerato un difetto bensì un pregio artistico”
Nella foto in bianco e nero sono solo uomini a guardare lo spettacolo, seduti su sedie di legno magari portate da casa. Hanno le coppole, qualcuno il cappello a falda larga, un signore… chissà.
“Un uditorio qualificato che comprende molti opranti e costruttori di pupi chiamati a giudicare, non solo la qualità della recitazione, ma anche l’esecuzione della manovra dei pupi”

– Vabbè che c’entra! quello era un pubblico di semianalfabeti o alfabeti che si appassionavano come oggi si appassionano alle telenovelas – Il ciclo di Beautiful. -Ma era così. Prima era così. Io adesso questa cosa l’ho smontata nel senso che non pretendo che la gente venga a vedere la storia di Carlo Magno in 370 puntate! Al massimo presento un piccolo ciclo di personaggi di 20/30 puntate, ma in un anno, e poi mi sviluppo varie tematiche. Sarei un folle a rifare quello che faceva mio nonno o mio padre.-
La sopravvivenza dell’opra dovuta proprio a questo.
-Esatto! Brava! Lei pensi che dagli anni ’70 agli anni ’80 tutti i vecchi pupari sono morti e nessuno dei figli ha continuato. Adesso qualche nipote ha ripreso grazie al fatto che io gli ho fatto superare gli anni terribili della crisi dal ’70 al ’90-
Già con la diffusione della televisione, l’emigrazione…

“In Sicilia il repertorio dell’opra comprende narrazioni storico-romazesche come La baronessa di Carini, i Beati Paoli,il Vespro, Vittorio Emanuele e Garibaldi…”

Quindi la realizzazione del ciclo carolingio, le vite dei santi, di briganti, il melodramma. Quindi la storia di Santa Rosalia, di Francesco e il sultano, ma anche l’Iliade e la storia di Manon Lescaut e Don Giovanni all’opera dei pupi per poi tornare a Tancredi e Clorinda, eccetera eccetera.
-Io sono uno sperimentatore, forse dovevo fare lo scienziato nella mia vita…
L’improvvisazione non possiamo averla tutti, bisogna avere prima l’esperienza. Se uno esce in mare con una barca e non sa nuotare e non conosce bene il mare deve stare attento, andare sotto costa, stare attento ai venti alle piogge, uno che è pratico può viaggiare pure in mezzo alle tempeste. Quando io faccio il teatro, siccome sono abituato a fare le voci e ce ne sono 20, 30, 40, e te le devi cambiare in estemporanea mentre stai recitando….
Per quanto riguarda lo spettacolo tradizionale è fatto sempre dall’uomo (anche quando parla la donna)… ma è un errore dire in falsetto. È fatto dall’uomo nel senso che si capisce che è un uomo che parla da donna, ma è il sentimento, il carattere che il puparo dà al personaggio. In falsetto sembrano le voci dei cartoni animati. Non si fanno imitazioni di voci, si dà ad ognuno una verità.-

“Il linguaggio eroico dei paladini è un gergo particolare, che adopera parole e frasi sonanti, spesso relitti di versi.(..) Personaggi della farsa si intromettono in episodi dei cicli cavallereschi per rappresentare i servitori, gli scudieri che esprimono in dialetto il punto di vista del popolo”. Sorta di Ficarra e Picone che commentano scherzosamente l’azione, in luogo di Nofriu e Virticchiu.
-Ultimamente la televisione tedesca mi ha invitato a fare una cosa sulla guerra anglo-americana. Io i pupi paladini li ho fatti diventare americani, i pupi saraceni li ho fatti diventare tedeschi e i pupi di farsa li ho fatti diventare italiani, e quindi la metafora l’ho fatta lo stesso. Ho usato gli stessi pupi però ho parlato di Hitler, il nazifascismo, gli americani.-
Oltre al codice linguistico ci sono altri codici, precisi e complessi: nella figurazione dei personaggi, la loro posizione i movimenti i gesti le caratteristiche del volto e degli abiti il dettaglio delle armature; le musiche, i rumori, come quelli prodotti dallo zoccolo del manovratore a ritmare la battaglia e sottolineare il parlato, e poi il rumore di catene nell’ingresso dei diavoli il grido dei mostri, lo schiocco dei baci.

-…La Silvio D’Amico è arrivata dopo. Mi ha chiamato perchè sapeva che avevo fatto la scuola a Palermo. Ma perchè non la insegni in campo nazionale e lo fai a Roma così prendi tutte le regioni d’Italia? eccetera. Ho accettato, anche se avevo già degli stranieri con me, perchè la proposta è legata all’Università mentre la nostra era una scuola di fatto aperta per non fare morire la tradizione.
Il futuro? Immagino che la marionetta viva in eterno. Già mio figlio Giacomo si è appassionato e dirige gli spettacoli, fa tutte le voci, costruisce. C’ho diversi allievi che già muovono i pupi, recitano, costruiscono. Io già il futuro lo vedo. Ma poi il pupo non può morire mai, perchè finisce un’epoca e l’uomo cambia tutto: gusti costumi, ecc. però l’uomo non è che finisce, c’è sempre il pupo. È la stessa cosa: il pupo è un mezzo di comunicazione. Se oggi finisce il disco c’inventiamo il dvd, il cd. il pupo non invecchia, diventa antico e lei magari lo mette nella sala espositiva, o lo appende e fa le spiegazioni ai ragazzi. E costruisce nuovi pupi, nuovi personaggi e comunica col pubblico di oggi. Io questo ho fatto. Lei pensi che io ho costruiti da me in questi 35 anni, 700 pupi tradizionali, quindi tutto il mestiere completo, e poi ho 400 pupi che diventeranno un po’ di più perchè ora sto costruendo un nuovo spettacolo: debutterò il 29 Marzo. Ho preso una novella delle Mille e una notte; Aladino l’ho fatto diventare pupo. Sto montando uno spettacolo dedicato a tutti i bambini del mondo, perchè con tutte le guerre che stanno succedendo: razzismo nazionale ed internazionale, i bambini devono essere invitati a vivere insieme anche con quelli diversi da loro nel colore della pelle e nella lingua. I bambini si devono incontrare nel teatro; ed è un esempio per gli uomini che si devono incontrare non scontrare. Questo è il sentimento che c’è in questo spettacolo.
Sì, con me hanno collaborato diversi artisti: cantanti lirici e poi ad esempio Salvatore Sciarrino che è un compositore all’avanguardia in questo momento nel mondo. Ha composto per noi le musiche su Carlo Gesualdo madrigalista di fine 500; le sue musiche ed il gruppo ed Amii Stewart che cantava i madrigali.
L’uomo invecchia e muore, il pupo diventa antico e non muore mai.
Che fa… poi il pezzo… se ce lo fa avere noi lo teniamo insieme ai pupi…-

Riferimenti e citazioni da “L’opera dei pupi” di Antonio Pasqualino, Sellerio editore – “L’arte dei pupi” di Barbara e Fortunato Pasqualino, Rusconi – L’opera dei pupi di Palermo” dell’Associazione figli d’arte Cuticchio.

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