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Liquefazione

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Sono nata con una fontana dentro l’ombelico. Si tratta di una piccolissima fontana in miniatura da cui zampilla acqua vera e propria, fresca, dolce. Lo spruzzo nasce e muore nell’ombelico stesso, in un ricambio continuo che proviene da qualche parte, dentro di me.

Sono nata con una fontana dentro l’ombelico. Si tratta di una piccolissima fontana in miniatura da cui zampilla acqua vera e propria, fresca, dolce. Lo spruzzo nasce e muore nell’ombelico stesso, in un ricambio continuo che proviene da qualche parte, dentro di me.

E’ minuscola a tal punto che passa inosservata anche quando sto in spiaggia, in bikini; così discreta che dimenticherei persino di averla, se non fosse per il suono argentino dell’acqua, un sottofondo cristallino che mi accompagna sempre e che mi aiuta a dare il giusto ritmo alle mie giornate e alla mia vita.

Il flusso dell’acqua non è sempre lo stesso; sembra scorrere in perfetto accordo e armonia con qualcos’altro che mi pulsa dentro, di cui conosco l’esistenza ma con cui non sono in contatto in nessun modo se non proprio grazie alla fontana.

Da qualche tempo questa corrispondenza sembra essersi incrinata. Il getto dell’acqua non è più regolare come prima, alterna momenti di piena a lunghe ore di siccità, e questo benessere acquatico che da sempre mi culla non mi sembra più, come credevo, qualcosa che mi sia dovuto.

Il mio fluire sembra bloccato, incapace di quel funzionamento naturale che per me è sempre stato come un susseguirsi di maree, e questo ritmo irregolare mi fa sentire lontana, separata da ciò di cui ho sempre fatto parte.

Ciò che più mi sgomenta è quando l’acqua prende a scorrere come impazzita, e il ritmo non è più sincronizzato col mio respiro. Allora inizio a sentirmi in apnea, sperduta dentro quella cascata senza fine, travolta dal mio stesso elemento che mi ha tradito, ingannato, deriso.

Il mio dolore diventa fisico, la mia anima è tutta racchiusa nella larghezza dell’ombelico, in quella minuscola fontana che è fatta solo di me e di cui io sola conosco il segreto.

Ho avuto il coraggio di guardare dentro l’ombelico. Lei è lì, ma non più come qualcosa che si dimentica di avere; piuttosto un’estranea, un aggiunta fatta male e non richiesta; uno zampillo mi ha ricordato quel meccanismo che non mi piace più, ed è stato risucchiato dentro, negli abissi di me stessa. Mi ha fatto male. Ho provato a strapparla via, come fosse una propaggine ormai senza appartenenza, ma il dolore accecante mi parlava di un sacrilegio che non mi era concesso.

Così lei si è allargata. Dapprima in maniera impercettibile, silenziosa, poi sempre più invadente; nel giro di qualche mese ha messo radici al mio interno, la sento nella pancia, nell’utero, dentro le ovaie. Posso ascoltare il suo traboccare discontinuo, ho imparato a percepire i movimenti dell’acqua prima che avvengano. Eppure non so dirigerli: ne sono completamente succube.

Strettamente legata a questa fontana che cresce dentro di me e che incanala le mie necessità, è però grazie a lei che ho cominciato a desiderare.

I miei sono desideri acquatici. Quando sono nell’acqua la mia occupante non mi fa più paura, ritorniamo alleate per il breve tempo di una doccia e siamo di nuovo quello che eravamo: un corpo unico e sano, guizzante, da cui stilla un fluido benefico, amabile, terapeutico.

Adesso passo in acqua tutto il tempo che posso, nuotando o galleggiando, protetta nel fondo o giocosa tra le onde. La mia casa è divenuta un’enorme piscina, dentro la quale svolgo ogni attività: mangio, dormo, leggo, lavoro. Quando sono costretta ad uscire mi avvolgo in un canovaccio bagnato e lo inumidisco di nuovo non appena si asciuga.

In questo modo tengo a bada la fontana dentro di me: mi sono scoperta io stessa intrusa di quella che ero. E a poco a poco ho cominciato ad assomigliarle.

E’ da allora che è cominciato tutto. Lei è scesa in profondità e adesso sono l’unica a sapere della sue esistenza: dalle viscere del mio corpo si occupa di me e delle mie continue trasformazioni.

L’epidermide si è seccata, ha cambiato colore, e mi sono scoperta di un pigmento screziato, multicolore. Poi sono arrivate le squame; dai piedi sono salite, fino al ginocchio, fino alla coscia; alla base del dorso è spuntata una pinna. I capelli si sono fatti della consistenza delle alghe. Il resto della pelle è rimasto tale, se non fosse per un’insolita trasparenza che si accentua ogni giorno di più e che mi rende più eterea e incorporea di una bolla: dentro di me si specchia il mondo intero.

Prima o poi, ne sono certa, mi scioglierò in quest’acqua che contengo e che mi contiene, e di me non resterà nulla, se non questa fontana che mi ha dato e tolto la vita, a versare tutte le lacrime che mi appartengono ancora.

© Daniela Guida

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