Tre fratelli e tre modi diversi di affrontare le divisioni politiche negli ultimi mesi del fascismo e della Seconda guerra mondiale. Ettore, militare che combatte con i partigiani, Lucia, che ha aderito alla Repubblica sociale italiana; Francesco, commissario di polizia che ha cercato di starsene in disparte. A raccontare le loro vicende è “Il sangue dei vinti”, miniserie in due puntate diretta da Michele Soavi, già presentata al Festival del Cinema di Roma e ora proposta da Rai Uno. La sceneggiatura è di Dardano Sacchetti, Massimo Sebastiani, con la collaborazione dello stesso Soavi.
Il funzionario di polizia Francesco Dogliani (Michele Placido) ricorda alcuni momenti della sua vita alla fine della seconda guerra mondiale quando lui e la sua famiglia si trovarono coinvolti nelle rivolte partigiane e le nuove istanze della Repubblica di Salò. Con il fratello Ettore (Alessandro Preziosi) nello schieramento partigiano e la sorella Lucia (Alina Nedelea) repubblichina, Francesco non prende parte alla guerra intestina e decide di concentrarsi sul caso di una prostituta uccisa e della sua bambina, unica testimone oculare, data in custodia alla sorella gemella della defunta. Sullo sfondo la storia d’Italia alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
La fiction, liberamente tratta dal romanzo di Giampaolo Pansa, è interpretata da Michele Placido, Alessandro Preziosi e Barbora Bobulova ed è stata al centro di numerose polemiche a causa dell’”orribile revisionismo” volendo rappresentare l’equivalente odierno di un combat film, come ha detto l’autore. A voler essere più precisi il lavoro di Soavi dovrebbe essere definito un “film a tema”, un esempio di come la Storia può essere manipolata da chi la narra. Dicevamo delle polemiche e delle critiche negative che il film ha ricevuto. Come ha scritto Fabio Ferzetti su “Il Messaggero” ci si trova di fronte ad «un prodotto così scadente, tempestato di buchi di trama, incongruenze di montaggio e leggerezze di recitazione. Una fiction faziosa, grossolana, imbarazzante perfino a destra». Maurizio Porro su “Il Corriere della sera” individua «retorica e falsità che ogni intento e commozione vengono sommerse dallo stile di un prodotto che forse politicamente scontenta tutti e cinematograficamente certo appartiene al terribile cattivo gusto omologato delle biografie teleromanzate, tutte uguali: si chiamano fiction non a caso, fingono di essere cinema». Paolo Mereghetti (“Corriere della sera”) ha individuato, poi, in questa narrazione «il patetico, il falso, la tirata retorica, la lacrima e il grido che sanno unicamente di artificio».
In questa occasione non ci troviamo (purtroppo!) a dibattere di storia e finzione, di fictional e factual, ma di qualità e coerenza narrativa. Ho affermato più volte, in questa rubrica, di come il piccolo schermo, in fondo, racconta il nostro passato, selezionando le immagini, attribuendo loro una gerarchia, stabilendo tempi e modalità di lettura. E mentre ravvisiamo nella televisione una fonte primaria di consapevolezza storica, dobbiamo chiederci quale fiction, quale modalità narrativa sia la fonte più adeguata, attendibile e veritiera. No di sicuro quella utilizzata in questa fiction che appare mediocre, ovvia e irreale. Scene come quella della cartina italiana che una sventagliata di mitragliatrice separa in due sono tra le peggiori immaginabili per il grande schermo e tra le più inopportune per il piccolo. La macchina da presa di Soavi si limita a fotografare, sempre pigramente, le vicende dei suoi personaggi e l’unica pensata escogitata per movimentare lo sviluppo degli eventi è stata quella di alternare tra di loro i piani temporali della pellicola. Anche il cast, sulla carta ricco e promettente, dimostra evidenti carenze nella direzione degli attori, soprattutto a causa di dialoghi spesso imbarazzanti. La costruzione del racconto, l’intreccio dei personaggi e la loro caratterizzazione, così come i dialoghi inverosimili, sono mascherate da una trama fitta di salti temporali che nascondono incongruenze narrative e psicologie dissennate.
Siamo consapevoli della difficoltà di conciliare la correttezza e l’accuratezza storiografica con la costruzione di una narrazione avvincente; che per raccontare vicende come questa la tv deve fare storia romanzata, il che, però, non significa tradire la storia. Una fiction, per quanto opera di fantasia, deve garantire una congruità del contesto narrato e non deve in alcun modo essere fuorviante o inesatta. Il pubblico, poi, percepisce l’immagine televisiva come fosse vera dando per certo che la ricostruzione storica sia fedele e precisa. Pur ammettendo che la fiction sia meno interessata a perseguire l’obiettivo della conoscenza analitica e più motivata a raggiungere un coinvolgimento emozionale dello spettatore, non si può giocare con la Storia e le storie; non si può privarla di moralità. Altrimenti ci toccherà lasciare la storia esclusivamente nelle mani degli storici e rinunciare allo straordinario contributo divulgativo del sapere storico che tale genere può dare.
