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Artemio Trombin ha visto la luce

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All’una di mattina del ventiquattro maggio il letto numero sedici del reparto di medicina dell’ospedale “Mario e Pippo Santoanastaso” di Grantortello era occupato da Artemio Trombin di professione fabbro in pensione.

All’una di mattina del ventiquattro maggio il letto numero sedici del reparto di medicina dell’ospedale “Mario e Pippo Santoanastaso” di Grantortello era occupato da Artemio Trombin di professione fabbro in pensione. Motivo del ricovero:  infarto del miocardio dovuto al sovrappeso associato al dolore straziante per la prematura perdita del suo amato iguana Karl Marx.

Nel letto a fianco riposava Giuseppe Folletti detto “Brugola”, di professione idraulico, elettricista, a volte pittore. Motivo del ricovero: intossicazione alimentare dovuta a una non meglio precisata quantità di grappa di pioppo ingerita la sera stessa e  prodotta in casa dallo stesso Folletti.

Il Trombin era stato ricoverato il giorno precedente. L’occlusione arteriosa lo aveva colpito a tradimento durante l’ora di pranzo ed era crollato, come ciccio morto cade, finendo con la faccia dentro la terrina di gnocchi al ragù fatti in casa; di fronte lo sguardo impietrito e un po’ schifato della moglie.

Portato a terra dal secondo piano con la gru di un camion da traslochi, era stato trasportato d’urgenza al pronto soccorso con gli gnocchi ancora fumanti dentro il taschino della camicia e non si era più ripreso.

Lo avevano successivamente trasferito nel reparto di medicina e ora, Artemio Trombin fabbro in pensione, disteso sul letto, vestito come un paggetto gigante, con un paio di pantaloni del pigiama, azzurri, di due taglie più piccoli, una canottiera con intarsi di ragù sul ventre rotondo, giocava la sua drammatica partita con la morte.

Alle due del mattino la morte vinse per uno a zero.

Non c’era nessuno vicino a lui quando accadde e, d’altro canto, i decessi in ospedale sono all’ordine del giorno (anche in cantiere ma questa è un’altra storia). Ma se qualcuno fosse stato presente si sarebbe accorto del momento in cui veniva esalato l’ultimo respiro se non altro per il fatto che, un istante dopo la sua dipartita, il corpo di Artemio Trombin di professione fabbro in pensione, era sospeso in aria a circa un metro dal letto.

Quando Marisa Perelli, infermiera neodiplomata al suo primo incarico, un quarto d’ora dopo entrò nella stanza, non si avvide subito dello strano evento che si stava verificando in quel momento sul letto numero sedici; anche perché la stanza era immersa nel buio e la Perelli era immersa nel rincoglionimento da sonno. Di conseguenza, l’ignara novizia, si diresse spedita verso il letto del Folletti con la flebo di fisiologica in mano. Appena accesa la luce ebbe un sussulto nel  trovarsi davanti il Brugola seduto sul letto con lo sguardo fisso, catatonico, che puntava all’altro lato della stanza.

Dopo aver inutilmente tentato di ravvivare il paziente scuotendolo più volte come una maracas, l’infermiera si girò per cercare di capire cosa attirasse tanto l’attenzione del Folletti.

Nel trovarsi di fronte il Trombin-dirigibile, l’infermiera Marisa Perelli infermiera neodiplomata al suo primo incarico, venne ad assumere, per uno strano caso di osmosi catatonica, la stessa espressione inebetita del Brugola seduto al suo fianco.

Dopo circa due minuti di stand-by il cervello della Perelli ricominciò lentamente a inviare blandi segnali al resto del corpo che le consentirono di uscire meccanicamente dalla stanza e avviarsi verso l’ufficio dove si trovava la collega intenta a seguire la replica della puntata tremilaseicentosette di “Frittelle”, la soap opera più vista del momento.

Entrata nell’ufficio l’infermiera, esprimendosi solo con consonati, fece capire, con qualche difficoltà, a Bianca Storti la sua anziana collega, di seguirla.

La Storti, seccata per dover abbandonare la sua soap opera preferita e per non aver avuto un rapporto carnale con nessuno tra animali vegetali o minerali, negli ultimi sei anni, si diresse verso la stanza, preceduta dall’amica.

Affacciandosi alla porta smadonnando, guardò prima in cagnesco il Folletti che oramai stava seduto nella posizione del loto in contemplazione e poi si rivolse in direzione dello sguardo di quest’ultimo, imbrugolendosi di colpo anch’essa.

Le ci volle circa un minuto per riprendersi (meno della collega per una valida questione di anzianità) dopo di che, sbalordita, si avvicinò al corpo fluttuante del Trombin e lo toccò senza però provocare nessun spostamento sostanziale da parte del fabbro volante. A quel punto, riprese ormai in mano le redini della propria psiche, la Storti si ricompose tornando ad assumere, almeno parzialmente, un atteggiamento professionale. Prima di tutto decise di verificare le condizioni del Trombin. Salita su una sedia, armata di stetoscopio e sfigmomanometro, constatò l’avvenuto decesso del paziente; poi, con fare deciso, ordinò alla Perelli di salire sull’altra sedia, di appoggiarsi sul corpo sospeso e di premere verso il basso con tutta la forza che una neodiplomata con contratto part-time può imprimere.

Dopo diversi tentativi  falliti di riportare il corpo nella sua sede naturale e dopo aver escluso la proposta della collega di aggiungere tre materassi  sul letto per mimetizzare l’evento e lasciare che se la sbrigassero i colleghi del turno successivo, Bianca Storti decise che l’unica cosa da fare, per quanto estrema e pericolosa, fosse quella di svegliare il medico di guardia.

Sentendosi chiamare dolcemente il dottor De Tommaso, cardiochirurgo di provata esperienza con l’hobby dell’origami, si alzò lentamente, si sistemò alla bell’e meglio, si mise la giacca, prese la borsa e, ancora assonnato, salutò cortesemente l’infermiera avviandosi verso la porta per tornarsene a casa.

Fu a quel punto che l’infermiera Storti gli fece notare che erano le tre e un quarto del mattino e che lo aveva svegliato in quanto si era verificato un piccolo problema di nessuna importanza con  il paziente del letto numero sedici.

Il dottor De Tommaso, giustamente paonazzo e inferocito, cominciò a inveire nei confronti della poverella accusandola di incompetenza e di non conoscere il regolamento il quale prevede che:  a meno di catastrofi naturali di bibliche proporzioni, partita della nazionale di calcio in diretta da un altro continente o festa con possibilità palesi di accoppiamento, un medico di guardia non va mai svegliato.

L’infermiera, titubante ma sicura (mah!), chiese al medico di seguirla e mentre questi la minacciava di ritorsioni nei confronti della famiglia, si avviarono verso il letto numero sedici. Il De Tommaso entrò sbraitando nella stanza e vedendo  il Trombin-pallone galleggiare sopra il letto, forte della sua decennale esperienza e della freddezza che si addice a un cardiochirurgo di fama internazionale, svenne.

Quando, cinque minuti dopo lo risvegliarono, il dottore non riusciva a credere ai suoi occhi: un paziente, oltretutto morto senza preavviso, fluttuava a un metro circa di altezza sopra il suo letto senza permesso contravvenendo a tutte le regole dell’ospedale.

La prima cosa che il De Tommaso fece fu quella di controllare la cartella clinica perché così si addice a un vero professionista, dopodiché, con la velocità di una prostituta che fugge da una retata, diagnosticò al Trombin una forma estrema di aerofagia la quale, impedendo la fuoriuscita di gas dal corpo, lo portava ad essere più leggero dell’aria.

A quel punto l’infermiera Perelli che, mentre ascoltava la diagnosi immaginava i genitori del De Tommaso disperarsi per i soldi gettati e le ferie sacrificate allo scopo di far studiare il figlio, fece notare che il corpo del paziente, essendo questi deceduto, non avrebbe potuto trattenere del gas ma, anzi, rilasciarlo.

Il medico, voltandosi di scatto con sguardo diabolico e carbonizzandola sul posto, le fece notare a sua volta che i genitori avevano speso fior di quattrini e rinunciato alle ferie per anni pur di farlo studiare e quindi non era prevista nessuna  forma di incompetenza nel suo agire; si trattava di aerofagia e la cosa finiva lì. Rimaneva il problema di riportare il corpo nella sua giusta allocazione.

Nel frattempo, come da prassi, l’infermiera Storti aveva contattato il prete per l’estrema unzione mentre il Folletti, ripresosi dallo choc iniziale, era disteso sul letto circondato da una collana di aglio di poco chiara provenienza recitando il Padre Nostro e l’Ave Maria alternati in sequenze da dodici con la Bibbia in una mano e il Corano nell’altra, perché è sempre meglio abbondare che deficere.

Quando Don Mario, cappellano dell’ospedale nonché ex missionario presso la chiesa di Nostra Signora delle Insolazioni a Miami, entrò nella stanza, vedendo il corpo del Trombin galleggiare coperto da un lenzuolo si fece prontamente il segno della croce e pronunciò alcune parole incomprensibili riguardo a un non meglio precisato demone avicolo distraendo il Brugola e facendogli perdere il conto dei Pater Noster, prontamente sostituiti con considerazioni più o meno veritiere sulla presunta attività lavorativa della madre del parroco.

Donna Mirella, moglie del Trombin, anch’ella avvisata prontamente dall’infermiera, giunse nel momento in cui veniva impartita l’estrema unzione con apposito innaffiatoio a collo lungo, per ovvi motivi. Nel vedere il marito morto e volante esplose in un pianto disperato e venne colta da malore immediatamente soccorsa dalla Perelli la quale le riempi le tasche di oggetti pesanti recuperati al volo, allo scopo di zavorrarla (nel dubbio …).

Alle sei e trenta circa del mattino, mentre il dottor De Tommaso pensava a piombare la salma, donna Mirella pensava che il vestito buono per il funerale si trovava in lavanderia, don Mario recitava le orazioni su un bignami di Penthouse, le infermiere inzuppavano fette biscottate nel caffellatte e il Brugola pensava a che numero potesse corrispondere il morto volante nella smorfia napoletana, il corpo di Artemio Trombin di professione fabbro in pensione, emise una scorreggia da guinness dei primati fonando i capelli del parroco, immediatamente seguita da un rutto di undici secondi netti modulati in Do minore e si riadagiò sul letto sottostante.

I presenti osservarono e ascoltarono la scena sbalorditi e proprio mentre il dottor De Tommaso si preparava ad accogliere i complimenti per la diagnosi inequivocabile, gli occhi di Artemio Trombin di professione fabbro in pensione, si aprirono.

Si guardò lentamente intorno, un po’ stupito dalla presenza di tutta quella gente nei pressi del suo letto, poi, accortosi della moglie le disse:

– Sai, ho fatto un sogno stranissimo. Ero stanco e affamato in un luogo che non conoscevo. Poi, ad un certo punto, in lontananza, è apparsa una luce bianca che mi invitava ad andare verso di lei, solo che…

– Solo che, cosa? – ribadì la moglie.

– Solo che ero troppo stanco e debole per muovermi, non riuscivo a raggiungerla… per quanto mi sentissi attratto. Poi, d’improvviso…

-D’improvviso?- ripeté don Mario, che già prospettava la pubblicazione di un libro dal titolo “La luce esiste l’ha vista un mio amico”.

-D’improvviso- riprese Trombin- la luce è venuta verso di me, lentamente. Oh, se tu avessi potuto vederla, era così bella, così dolce, così chiara, intensa, profumata e mi si è fermata davanti, proprio qui- disse indicandosi il viso.

-E tu? – chiesero tutti all’unisono, in preda all’ansia di ricevere la sacra rivelazione.

-E io… l’ho mangiata.

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