La nostra cultura, si sa, è fatta di ritorni. Di nuove immersioni mediatiche, nuovi bagni di folla cui si sottopongono, a intervalli regolari, tante star vere o presunte, che dopo screzi, tradimenti, litigi furibondi, tornano a calcare i loro palcoscenici, prestigiosi o squallidamente televisivi. Ma il teatro, il cinema, lo sport e la musica sono fatti anche di finti ritorni, con protagonisti onnipresenti nella nostra scena culturale, ai quali basta un piccolo restyling, un cambiamento di forma, di etichetta, a volte solo di nome, per presentare un prodotto come fortemente innovativo, e renderne più sexy forma e confezione.
Il caso di Teo Teocoli, possiamo dirlo forte, è senz’altro un finto ritorno, ma molto gradito e pieno di aspettative. Il mattatore milanese, per la prima volta davanti a giornalisti nella capitale, ha presentato una nuova confezione, la sesta stagione teatrale consecutiva, messa in piedi come quinto spettacolo. Dopo “Sono tornato normale”, “Non ero in palinsesto”, “Spettacolo a richiesta” e “al Derby al Nuovo”, dal 28 ottobre parte “La Compagnia dei Giovani”, dove la formula classica del “One-man-show” sarà in parte contraddetta da esibizioni corali, collaborazioni con artisti di diversa estrazione (su tutti Mario Lavezzi). Finto ritorno, dunque. O meglio, conferma di una formula vincente, che assicura a Teocoli il mantenimento di una grandissima popolarità, conquistata nel corso dei decenni grazie a grandi gag ed imitazioni, a una consolidata esperienza teatrale (anche nel musical) e aumentata ancora di più da apparizioni televisive alla Domenica Sportiva, che gli fruttano persino richieste (improbabili) di consulenza su rigori, fuorigioco e Milan-Roma.
Ma a parte il calcio, dove i toni son concilianti, il Teocoli del 2009 qualcosa di nuovo lo porta, anche se lo show non è ancora partito. Il milanese ne ha per tutti, da Celentano a X-Factor, alla memoria mediatica italiana, colpevole di aver dimenticato Tony Dallara, trionfatore invece da secoli in Spagna e in Korea. E i primi bersagli di Teo sono proprio i meccanismi della tv.
Teo, perchè un nuovo show in teatro e non in televisione?
Diciamo che con il teatro ho una grande dimestichezza, lo considero casa mia. E poi, sinceramente, in televisione non saprei dove infilarmi. Io odio l’espressione “uno spettacolo tutto suo”, che è abbastanza tipica della tv. A me piace lavorare e rapportarmi continuamente con i colleghi. Poche settimane fa, dopo circa quattro anni, ho partecipato al programma di Carlo Conti su Rai1. In quel caso, è stato il conduttore che mi ha cercato, e sono molto soddisfatto perchè i riscontri sono stati ottimi.
E per il futuro, davvero non ci sono progetti a breve?
Mi piacerebbe il festival di Sanremo, ma per quello nessuno mi ha interpellato…
Diciamo anche che l’interesse dovrebbe essere reciproco. Negli ultimi anni, mi sono offerto per Affari Tuoi insieme a Fazio. A contratto firmato, poi hanno scelto Pupo. Poi, nuova ipotesi per X-Factor, e alla fine hanno preso Claudia Mori. Forse non piaccio a qualcuno…
Poi torneremo su Celentano e la Mori e sul tuo passato nel Clan del Molleggiato. Ma prima veniamo alla prossima stagione, e alla “Compagnia dei Giovani”. C’è aria di rinnovamento nel tuo spettacolo?
Basta una frase per rendere l’idea: il più giovane attore sono io, che ho 65 anni. Ho confermato l’impostazione del viaggio nel cabaret di qualità, quello del Derby di Milano. Le mie origini sono lì, è da lì che ho cominciato, e nel tempo prenderà il via anche il “Progetto Derby”, per rilanciare il dialetto milanese che ormai i giovani non parlano più. Lo show, tra l’altro, vuole anche richiamare alla “memoria collettiva” verso una forma di eccellenza italiana che non è valorizzata abbastanza. Mi spiego meglio: l’Italia ha artisti che hanno conquistato il mondo nel loro campo, ma che da noi sono caduti nel dimenticatoio. Basti pensare a Tony Dallara. Nel 1960 vince Sanremo con “Romantica”, e poi che succede? Qui in Italia, sparisce. Ma molti non sanno che ha vinto due festival in Spagna, uno in Giappone e un altro in Korea. Come ha fatto? Semplice, cantando in koreano.
La storia dell’emigrante di lusso incompreso in patria, purtroppo, da noi è sempre vera. Ma quali sono le cause? Perchè l’italiano dimentica?
L’italiano ha difficoltà a ricordare per l’alluvione d’immagini, di 3.000 canali tv, che fa accorciare il passato e la memoria, con il risultato che i personaggi scompaiono. E il problema, me ne rendo conto, riguarda soprattutto i giovani. Noi, da ragazzi, dovevamo lavorare molti ani per avere un ruolo da protagonisti. Al Derby, o facevi l’apertura, recitando mentre la gente arrivava, posava i cappotti, ordinava da bere, o la chiusura alle tre di notte, quando non c’era più nessuno. Cochi e Renato, per esempio, hanno tirato avanti così per cinque anni. Oggi si va in televisione, si fa lo sketch, si hanno 20 minuti di autonomia, sembra tutto più facile in prima linea. Poi, però, bisogna resistere. E non se ne parla, ma molti si perdono, e sviluppano crisi anche gravi.
Parole forti, dal grande senso sociale. Sarebbe contento il tuo amico Adriano…
Pure l’amicizia con Adriano va sfatata. Molti credono che gravitando intorno a lui, si possa beneficiare della sua grandezza. A chi pensa così, dico che è una stupidaggine, oggi come in passato. Ho fatto parte del Clan Celentano, ma lì non si combinava nulla, perchè tutti volevano lui e basta. Lui e Claudia fanno coppia, e fanno vita a sé, oggi come allora, e se speri di fare carriere vicino a loro, te lo puoi tranquillamente scordare.
E nemmeno l’età lo ha ammorbidito?
Chiariamoci: stiamo parlando di un grandissimo, che ha segnato veramente un’epoca. Ma oggi Adriano si comporta in un modo che a volte non capisco. Per quanto mi riguarda, dopo questa fatica, avevo pensato ad un musical sulla sua vita, che raccontasse, attraverso le tappe della carriera di Celentano, un intero periodo storico. Il problema è che non mi ha dato i diritti. In generale, è sempre più difficile riuscire a comunicare con lui, anche solo per celebrarlo e raccontarlo.Tra un po’ servirà il permesso anche per pronunciare il suo nome…
Tra giovani e vecchi, dunque, come è cambiata la comicità nel corso degli anni?
Non tanto, direi, perchè Berlusconi fa la comicità di 40 anni fa… Battute a parte, la comiticà si evolve, ma alla fine è sempre quella… C’è la comicità intellettuale del cabaret e di alcune trasmissioni, e poi c’è quella di chi prende il secchio d’acqua in faccia, cade dalla finestra, le gag… Gira e rigira, il mondo comico è questo. Un esempio per tutti: ho visto Borat. Nel 1965 feci un film con Pozzetto, che s’intitolava “Il Padrone operaio”… e lì, praticamente, ero Borat, perchè avevo baffi, basette, e vestito come un maiale salivo su uno yacth dove c’era la bella gente… La comicità, non cambia, neanche i tempi. Bisogna che però la gente si continui ad accorgere che c’è qualcuno che ti fa capire, ti fa vedere la vita sotto un altro aspetto. Valorizzando anche, come avviene nella Compagnia dei Giovani, i protagonisti degli anni passati che raccontano loro stessi con orgoglio.
