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Quindici minuti

di

Data

Diana si affacciò dal balcone del suo appartamento, al tredicesimo piano di un palazzone di periferia. Con uno sguardo calcolò la distanza tra casa sua e il cantiere di Oil Bridge: 15 chilometri, a occhio e croce.

Diana si affacciò dal balcone del suo appartamento, al tredicesimo piano di un palazzone di periferia. Con uno sguardo calcolò la distanza tra casa sua e il cantiere di Oil Bridge: 15 chilometri, a occhio e croce. Tutto quello che doveva fare era arrivare lì in pochi minuti, evitare un disastro naturale e una mattanza di vite umane e tornare a casa per cucinare la cena. Aveva ricevuto la chiamata mentre era sdraiata sul divano, come spesso le accadeva negli ultimi tempi: il diadema a penzoloni, il corpetto dorato slacciato, il mantello rosso usato come coperta e, accanto, una bacinella a portata di mano utile per raccogliere il vomito delle nausee mattutine. Diana, conosciuta anche come Wonder Woman, ora era incinta di 7 mesi e, nonostante un tempo avrebbe sollevato il monte Everest con il palmo di una mano, ora non riusciva a staccare il suo culo appesantito dal divano. Mai nella sua vita aveva provato tanta stanchezza e si era sentita così fragile, neanche quella volta in cui il Joker l’aveva incatenata all’Empire State Building e, per poter salvare l’umanità e Batman, era stata costretta a sradicarlo da terra con il solo uso dell’alluce destro. Già, Batman… chissà che avrebbe fatto se avesse saputo che il bambino che portava in grembo era il suo. Ma non era quello il momento di perdersi in riflessioni: i minuti scorrevano rapidi e, in coscienza, sapeva di non potersi tirare indietro.
In realtà, una volta scoperto di essere incinta, Diana aveva riflettuto sull’idea di ritirarsi per crescere suo figlio come una persona qualunque, magari in una casa di campagna. Un pomeriggio, però, mentre era intenta a reggere con una mano una quercia pronta ad abbattersi sulle giostrine del parco comunale si rese conto di quanto sarebbe stato difficile senza i suoi super poteri. Come avrebbe potuto accompagnare il bambino a scuola e lavorare allo stesso momento senza il dono dell’ubiquità? Come avrebbe potuto stare sveglia intere notti senza il potere dell’auto-rigenerazione? Sarebbe stato impossibile. Certo, con l’aiuto di Batman forse sarebbe riuscita a gestire tutto ma era chiaro che al super eroe non interessava un rapporto a tre. O, almeno, non quel tipo di rapporto a tre. Nonostante si frequentassero da un po’, Batman era rimasto in fondo lo scapolo convinto che era sempre stato. I suoi unici interessi erano le auto veloci e tirare tardi con il suo amico, quel nanetto di Robin. “Stasera andiamo a Gotham City”, le aveva detto più di una volta, fingendo di avere un’importante missione da portare a termine. Ma Diana sapeva benissimo che voleva solo sbronzarsi in qualche bettola o  provare l’impianto subwoofer della bat-mobile, pompando musica dubstep mentre sfrecciava per la città.  No: Batman non era l’uomo giusto per lei.  E così decise di non dire niente e di lasciar passare i 9 mesi come meglio poteva.
Ora, però era allo stremo delle forze. I suoi muscoli, una volta tonici e slanciati, erano addormentati sotto una coltre di grasso e gonfiore. Il cibo era diventato la sua unica consolazione. Colazioni a base di quarti di bue ripieni di faraone imperiali, snack pomeridiani con forme intere di parmigiano e la produzione annuale di una fabbrica di cioccolato come spuntino di mezzanotte erano ormai il suo standard. La vista supersonica era annebbiata dal continuo torpore che le imbavagliava il corpo e l’aria che aveva nella pancia le impediva qualsiasi tipo di movimento sulla terra ferma, figuriamoci in volo.
“Come cazzo ci arrivo lì?”, disse fra sé e sé. Solo l’idea di saltare dal balcone e spiccare il volo le faceva venire il voltastomaco. “No, ci rinuncio. Stavolta non ce la faccio. Mi cercherò un lavoro da commessa”. E, così ragionando, si riaccasciò sul divano. Stette un po’ con lo sguardo riverso sul soffitto, le mani incrociate sul ventre gonfio, le gambe adagiate su una pila di cuscini di velluto blu. Guardò l’orologio: tra 12 minuti il tubo usato per l’estrazione del petrolio sarebbe esploso a causa di una fuga di gas nel sottosuolo, il liquame nero e denso sarebbe fuoriuscito con una violenza ineguagliabile da un cratere aperto nel terreno e avrebbe contaminato tutta l’area, distruggendo forme di vita animali e vegetali. La struttura portante del cantiere sarebbe crollata per la violenza dell’impatto causando la morte degli operai e le rispettive famiglie, il cui unico sostentamento dipendeva dal lavoro degli uomini impiegati nell’estrazione del petrolio, sarebbero andate in rovina perché il governo, sotto pressione degli ambientalisti, avrebbe dovuto chiudere il cantiere. Diana cercò di scacciare il pensiero come si cerca di allontanare una zanzara. Ma le zanzare sono come le probabilità: ne basta una. E la possibilità che forse avrebbe potuto evitare tutto quel disastro le ronzava insistentemente nella testa.
“Al diavolo”, disse tra i denti mentre cercava di alzarsi dal divano appoggiando un braccio sui cuscini e l’altro dietro la schiena.  “Ci proverò. Il corpetto lo lascio qui anche perché non mi entra più. Ecco, mi metto questa t-shirt dei Motorhead che Batman ha lasciato qui prima di mollarmi: è più comoda.  Ma il diadema no, quello lo porto”.
Così si sporse dalla finestra, con un rutto mandò giù l’ennesimo conato di vomito, poggiò le mani gonfie sulla balaustra e si diede una spinta per spiccare il volo.
La velocità era rallentata e, dentro di sé, sentiva il bambino agitarsi come un cubetto di ghiaccio nello shaker. Mentre il braccio destro era teso in avanti con il pugno chiuso per farle da antenna, la mano sinistra era pigiata sul ventre per cercare di tenere fermo tutto quel subbuglio. Il continuo volteggiare, però, le causò delle nausee fortissime e sebbene avesse provato a trattenersi in tutti i modi, fu costretta a liberarsi e a riversare sulla città sotto di lei una o due litrate di vomito. La donna guardò l’orologio nucleare che aveva al polso per controllare il tempo:  7 minuti e ancora una manciata di chilometri per arrivare.  Non ce l’avrebbe mai fatta. Il bambino iniziò a scalciare con tutta la forza che il patrimonio genetico gli aveva dato e il suo volo si fece sempre più basso e lento, come se una zavorra la calamitasse verso il basso. Decise allora di aiutarsi anche con le gambe, sbattendole come le avevano insegnato al corso pre-parto in acqua. Iniziò a nuotare nell’aria, riuscendo ad accelerare leggermente l’andatura.
Sei minuti. Cinque minuti, e finalmente vide in lontananza il cantiere di Oil Bridge, brulicante di operai che non avevano la più pallida idea di cosa stesse per accadere. Diana cercò di calibrare la potenza per garantirsi un atterraggio delicato ma appena provò a virare verso destra per iniziare le manovre il peso della pancia la fece capovolgere e così si ritrovò a cadere al suolo di schiena, rimbalzando sul sedere che a causa della gravidanza le era diventato una specie di pallone puntellato di buchi di cellulite.
“Cazzo che dolore!”, urlò mentre perdeva secondi preziosi a cercare di rialzarsi da quella posizione scomposta. Quando si rialzò si rese conto che quindici operai nerboruti e ricoperti di viscido liquame nero la stavano guardando.
“Signora, le serve aiuto?”, disse uno di loro porgendole la mano callosa.
Diana era sconcertata, possibile non l’avessero riconosciuta? Lei, che aveva salvato la città innumerevoli volte e protetto le loro famiglie da criminali e mostri alati. Forse, pensò, è perché non indossava il suo corpetto dorato ma solo quella stupida maglietta.
“Idioti, sono Wonder Woman e sono venuta qui per salvarvi! Toglietevi di mezzo!”
“Wonder Woman?! Ma lei è…”
“Incinta! Sì, sono incinta!”, sbottò.
“Beh, io avrei detto solo sovrappeso…”, ammise candidamente l’operaio.
“Ma poi Wonder Woman non girava con un jet?”, insistette un altro.
“Magari… solo nel telefilm, purtroppo”, concluse Diana massaggiandosi i reni dopo la rovinosa caduta.
Guardò di nuovo l’orologio. Tre minuti. Non indugiò oltre e corse, arrancando verso il cratere dal quale, di lì  a poco, sarebbe fuoriuscito uno tsunami di petrolio.
“Via di qui! Via di qui!”, continuò a urlare.
Il piano ero quello di spostare l’enorme megalitico della dinastia Gendar che gli archeologi avevano trovato prima che aprisse il cantiere. Fino ad allora nessuno si era curato di trasportare quella testimonianza di civiltà altrove e, negli anni, era diventata una specie di totem al quale gli operai rivolgevano le loro preghiere e le loro bestemmie.
Diana si avvicinò al masso.
“Non lo tocchi!”, urlarono gli operai. “Quello è il Sassone, il nostro porta fortuna. Se lo sposta di lì siamo rovinati!
“Stronzate! Siete rovinati se non lo sposto! Via di qui! Via di qui!”
Ma la scaramanzia è più forte di ogni minaccia naturale e gli energumeni fecero una catena umana e si misero davanti al megalitico. “Nessuna donna può toccare il Sassone!”
“Idioti! Da quel cratere sta per fuoriuscire un fiume di petrolio che vi travolgerà!”
Ma gli operai non avevano intenzione di muoversi. Diana stava per perdere la pazienza e l’agitazione le aveva causato un ulteriore scombussolamento delle viscere. Un conato di vomito stava per arrivare, potente quanto lo tsunami di petrolio che li avrebbe travolti tutti se non avesse spostato quel masso. Stavolta, però, invece di trattenerlo, tirò indietro la testa, aprì il petto e dalla sua bocca laccata di rosso lasciò uscire un flusso di vomito potentissimo contro gli operai. Travolti e schifati, finalmente mollarono il totem di pietra.
“Che schifo! Ma che si è mangiata, signora?”
“Ora levatevi di torno altrimenti vi prendo a calci nel culo”, decretò Wonder Woman.
“Che signorina…”, sentenziò, ironicamente, uno degli energumeni.
Due minuti. Sudata e ormai quasi priva di forze, Diana si avvicinò al megalitico. Provò a spostarlo con un dito, ma niente. Sbuffò e provò con una mano ma, di nuovo, neanche un cenno di movimento. Ormai aveva le energie azzerate anche perché tutta la quantità di cibo he aveva nel corpo e che le avrebbe garantito la potenza sufficiente per spostare una montagna, ora era tutta spalmata sul gruppo di operai.
“Non si muove! Non si muove! E questo continua a scalciare. Sono esausta, non ce la faccio!”, pensò. Provò a spingere con la schiena, con una gamba, con la testa, ma niente. Si ricordò del suo lazo d’oro. Credette di lanciarlo e avvolgerlo intorno al masso per trascinarlo, ma il braccio che aveva tenuto teso durante tutto il volo era completamente indolenzito. E pensare che era stata proprio la sua abilità nel far roteare  il lazo in aria a permetterle di accalappiare una preda succulenta come Batman. Tornò con la mente al quel pomeriggio quando con la sua frusta aveva tenuto salda una sequoia che stava per abbattersi su un gruppo di boy scout in visita al Parco Nazionale e Batman la guardava  da lontano, estasiato. L’esito di quella giornata ora era lì, nella sua pancia.
Un minuto, solo un minuto. Doveva cambiare piano. Si guardò intorno: non c’erano altri massi all’orizzonte, nulla che avrebbe potuto bloccare la fuoriuscita. Ormai era quasi rassegnata quando con il suo super udito sentì uno del gruppo, il più giovane tra i lavoratori, sussurrare a un compagno: “Se ci fosse stato Batman, ora saremmo salvi. La signora, con quel culo, è già tanto se riesce a muoversi”.
Diana si girò di scatto e si illuminò. Gliel’avrebbe fatta vedere lei a quell’accolita di rozzi individui.
30 secondi. Con un balzo si avvicinò al cratere, si voltò di spalle e si sedette. L’enorme sedere ricopriva perfettamente tutto il diametro della buca sul suolo. 10 secondi, 5 secondi, 1 secondo.
All’improvviso si udì uno scoppio. Tutti restarono a bocca aperta nel vedere la scena: una donna, appollaiata al suolo, con il deretano su un cratere, tutta rossa per lo sforzo che spingeva indietro, con il solo aiuto del suo sedere, ettolitri di petrolio che, invece di esplodere in una geyser si riversarono timidamente sul terreno in piccoli rivoli. La donna restò in quella posizione per 15 secondi, abbastanza per evitare il disastro.
Quando tutto finì, si rialzò con calma e, accarezzandosi il sedere indolenzito, si avvicinò al gruppo di operai. I loro corpi muscolosi, possenti e induriti da anni di lavoro apparivano inutili ora che una donna, incinta, aveva salvato quella loro pellaccia incallita da morte certa. Si sarebbero più permessi altre battute sulle dimensioni del suo culo? Diana li guardò negli occhi, uno per uno, senza dire una parola. Fiera, si voltò, si aggiustò i mutandoni stellati e spiccò il volo. Sotto di lei, il gruppo di operai si fece sempre più piccolo fino a sparire completamente.

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