La luce calda e tersa, di una finta primavera, cade dalle grandi finestre sui decori della suite e sul gruppo di giornalisti stretti in cerchio davanti all’uomo giovane seduto sull’angolo del divano: Marc Forster vestito di scuro, esile, pallidissimo, la testa rasata e uno sguardo magnetico, fatto di profondità e silenzio. Di malinconia e determinazione.
Come un ricordo di luci autunnali della Svizzera dove è cresciuto prima di trasferirsi in America per seguire il suo sogno di cinema.
Questo ragazzo etereo ha girato l’ultimo film di James Bond. Pieno di azione ma soprattutto di toni cupi, di solitudine, della ricerca di un poco di conforto. A quantum of solace, del titolo.
Ma dove cercarlo? Dove trovarlo, oggi, il conforto?
Il suo portamento elegante, ed insieme cauto, quasi selvatico, tradisce la stanchezza, lo spaesamento di chi nelle ultime settimane non ha visto altro che stanze d’albergo e microfoni tesi per le domande. Non è abituato ai tour promozionali, e stasera riparte per Valencia e poi Sidney e Tokio e prima c’è stata una lunga serie di città elencate scrupolosamente con un vago cenno di disperazione.
C’è chi, tra i giornalisti, lo definisce il più bel Bond degli ultimi quindici anni, chi si lamenta della parsimonia sessuale, dell’assenza di gadgets, dello schema tradizionale infranto e si chiede cosa può aver spinto un regista del cinema indipendente come lui ad imbarcarsi nella grande avventura di James Bond? È già difficile credere che questo ragazzo esile sia il regista di opere tutte intense, ma così diverse tra loro quali Monster’s Ball – L’ombra della vita, Neverland – Un sogno per la vita, Vero come la finzione.
I volti lo scrutano, cercano una risposta nel suo viso, come se nella superficie calma dei suoi occhi fosse possibile individuare le fonti invisibili e sotterranee di interessi così diversi.
E Marc Forster risponde e la sua voce rivela una fibra d’acciaio dietro il volto pallido, che neanche per un istante cerca di compiacere il pubblico con sorrisi o facili battute. Ha avuto molti dubbi se accettare l’offerta, si è chiesto se ci fosse quale vantaggio oltre ai rischi evidenti: un flop che gli avrebbe precluso i finanziamenti futuri e il successo che avrebbe portato altre offerte di grandi produzioni a cui non è interessato.
Voleva esser certo che il film portasse il suo sigillo, il produttore ha accettato. E lui si è messo al lavoro. In primo piano lo studio del personaggio, un uomo isolato, cupo, inserito in un contesto politico ben chiaro, a cui Paul Haggis ha lavorato in sceneggiatura. Il James Bond con il più alto numero di location, dove ognuna sta ad evidenziare un aspetto della follia del mondo contemporaneo: la Bolivia con l’alleanza obbligata di Morales con Chavez e la Russia, Haiti e gli interventi distorti della CIA. Il grande deserto del Cile, il primo deserto in un film di Bond: un riflesso della solitudine del personaggio, dei nuovi problemi ambientali. E servizi di intelligence allo sbando che non si fermano davanti a nulla e non sanno più se servono a proteggere il loro paese o gli interessi di pochi.
In un mondo così un uomo che si porta a letto donne splendide, guida macchine da sogno e strizza l’occhio al pubblico sarebbe risultato anacronistico. Conclude Marc Forster con un sorriso gentile. L’arte, il cinema riflettono la società in cui vivono. Negli anni sessanta James Bond poteva incarnare la figura del saggio, ma oggi le scene di azione, gli inseguimenti sono in realtà gli atti di un uomo in fuga da se stesso.
Ad invogliarlo ad accettare, infatti, è stato proprio il personaggio ereditato dall’epilogo di Casinò Royale (l’episodio precedente) un uomo che ha perso l’unica donna amata, un uomo ferito, spezzato. Un ottimo punto di partenza per delineare un James Bond molto più vicino alle intenzioni iniziali di Ian Fleming.
Ma perché tanta solitudine? Chiede qualcuno
Perché la solitudine profonda fa parte di Bond: un assassino perseguitato dai suoi spettri, dai suoi demoni. Risponde il ragazzo vestito di scuro dagli occhi dove ombre improvvise accendono bagliori tetri. C’è un mormorio in sala: James Bond un assassino? Hanno sentito bene o c’è stato un problema di traduzione? Gli chiedono di ripetere e lui, pallido ed elegante, ripete con la naturalezza di chi è abituato a chiamare le cose con il loro nome: chi tradisce è un traditore, chi uccide è un assassino. In sala c’è uno scambio di sguardi avviliti, di fremiti, di chi non ci sta a vedersi sottrarre così una manciata di sogni, dove le donne sono belle e basta, i soldi sempre facili, i cattivi sempre cattivi.
“Ma allora, lei, mi scusi” chiede qualcuno risentito “non ha una grande opinione di Bond”. Marc Forster non si scompone. Questo è l’unico Bond oggi possibile. Spiega. Un antieroe che continua ad esercitare tutto il suo fascino perché non si riesce mai ad afferrarlo del tutto. Anche se del romanticismo di un tempo ha conservato ben poco. Come diversa è la Bond girl, immagine speculare di Bond, guidata anche lei da una sua forza oscura, come diverso è il cattivo, il bravissimo attore francese Mathieu Amalric, che esprime il suo male non con le cicatrici o i segni esteriori ma con gli occhi, con le espressioni del viso (al modo di Sarkosy e di Tony Blair come ha suggerito l’attore stesso).
Passando da una stanza all’altra, da un gruppo di interviste ad un altro, Marc Fortster incontra gli attori che lo accompagnano nel tour, si scambiano battute e sorrisi: lo splendido Daniel Craig, il James Bond venuto dal cinema indipendente, che ha collaborato alla sceneggiatura e si è buttato con molta anima e molto corpo nelle azioni riducendo al minimo il ricorso agli stuntmen, e Olga Kurylenko la bellissima Bond Girl, animata dalla vendetta, uno dei temi centrali del film, una vendetta che acceca e, una volta compiuta, lascia dentro un senso di vuoto, di deserto. Una vendetta che anche James Bond sembra inseguire, sebbene siano altri i suoi fantasmi. Come rivela il finale del film, un finale a cui ha lavorato molto, ha detto Marc Forster, prima di trovare la soluzione che lo soddisfacesse. Quando Bond, da ultimo, trova l’uomo che segretamente cercava, l’uomo responsabile della morte della donna amata, non lo uccide come avrebbe potuto e voluto, come ha sempre fatto, scavandosi dentro un vuoto colmo di fantasmi; il traditore vive e James Bond si allontana nella neve lasciando a terra una collana, il suo ricordo d’amore. Un’oppressione di cui si è liberato, il primo passo verso qualcosa di nuovo.
Olga Kurylenko, unica Bond Girl a non andare a letto con James Bond, nella suite dell’albergo è una ragazza dal sorriso semplice e diretto, gli occhi che brillano di gratitudine, di felicità per l’insperata fortuna di essere qui oggi dall’Ucraina lontana.
E poi Giancarlo Giannini, grande istrione, che dissemina nelle stanze i suoi spettacoli improvvisati, le sue risate, i mozziconi delle tante sigarette fumate, cui spetta nel film, ha detto il regista, la battuta fondamentale: quella sul perdono, non potrebbe essere più diverso dal delicato ragazzo con i suoi occhi di lago, che pure ad ogni incontro gli sorride scarruffandogli i capelli, sorpreso nei suoi modi teutonici di tanta vociante libertà italica.
Ed eccolo di nuovo Marc Forster davanti ai microfoni. Anche quando non è l’angolo di un divano ad accoglierlo, ovunque si sieda qualcosa di lui sembra sempre ritrarsi. Sebbene il suo viso, le sue parole irradino un’enorme energia quando affronta gli aspetti della tecnica, del montaggio parallelo, delle scene girate in Italia, del suo desiderio di sempre di riprendere il Palio, di alternare la corsa dei cavalli in superficie con la caccia all’assassino nei tunnel sotterranei. La sua determinazione è estrema, le sue idee chiarissime e nei suoi occhi c’è ora un bagliore di acciaio, come sull’acqua increspata in certi giorni di vento, acciaio a prova di ogni modifica, di ogni intervento contrario.
E racconta che per la prima volta ha iniziato le riprese con una sceneggiatura non ultimata. Ha chiamato Paul Haggis per un ultimo intervento sulla sceneggiatura iniziale di cui non era soddisfatto; Paul Haggis ha potuto dedicargli solo poco tempo: si è concentrato sul rapporto tra i personaggi, sul contesto politico e ambientalista. Gli ha consegnato una prima stesura a cui lui, abituato alle sceneggiature blindate, ha continuato a lavorare durante il film, apportando cambiamenti in corso d’opera.
E se gli offrissero di fare il prossimo James Bond?
“Già fatto” risponde senza vanto, né baldanza, con stanchezza si direbbe, “ma ho rifiutato, ho voglia di tornare a fare film più piccoli, più personali. È stata un’esperienza bellissima, ma film così ti prendono tutta la vita.”
La sera, alla prima del film, il ragazzo etereo arriva elegantissimo con un grande sorriso sul viso, valli alpine inondate di sole, occhi verdi che risplendono sotto la luce dei riflettori. Con la compostezza di un principe, si ferma sul tappeto rosso, a scherzare; si presta con battute galanti al grande gioco della macchina di Bond. Persa per un istante la stanchezza del tour, rimane la felicità dell’autore in procinto di ritrovare la creatura a cui ha impresso il suo sigillo.
Gli spettatori sono già entrati, lo aspettano seduti nella grande sala, dopo aver percorso la passerella illuminata, aver sorriso ai fotografi e a chiunque altro volesse guardarli. E ora accomodati in poltrona sperano che James Bond li trascini presto nel suo mondo dorato, li faccia evadere lontano.
E lui, l’uomo del lago, etereo nel suo smoking, indugia ancora là fuori. Prima di entrare in sala a mostrare il film che rende omaggio ad alcuni James Bond del passato (Dalla Russia con amore, Missione Goldfinger, Al servizio segreto di sua maestà) ed ha eliminato serenamente tutto il resto: gadgets e battute anacronistiche per i nuovi tempi. Il film d’azione che Marc Forster avrebbe sempre voluto vedere, dove la prime sequenze creano astrazione e disorientamento in un percorso che lentamente si spoglia di sogni inutili, illusori sollievi, illusori veli per arrivare, alla fine, su una strada deserta, coperta di neve, con, nel cuore, un piccolo grumo di conforto, che aiuti l’eroe, in tempi così cupi, a ritrovare, almeno il suo percorso di uomo.
