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Passeggiata romana tra le vie del mondo

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Rahis sistema le tabla sul palco avvolto nel suo kurta di un color fuxia che fa male agli occhi, mentre dispensa sorrisi e biglietti da visita. Silenzio.

Rahis sistema le tabla sul palco avvolto nel suo kurta di un color fuxia che fa male agli occhi, mentre dispensa sorrisi e biglietti da visita. Silenzio. Poi, si comincia. I tamburi hanno un potere ipnotico, e l’harmonium, con un suono simile a quello dell’organo, porta in una dimensione irreale, quasi di trance. Le narici si riempiono del pungente odore di spezie orientali. Ma un particolare stona, e l’occhio è costretto a rimettere a fuoco il cristallino. Nel bel mezzo del deserto indiano del Thar, culla dei gitani, passa un ragazzo di evidenti origini africane con un enorme mazzo di rose rosse in mano: un venditore ambulante. L’incanto è spezzato. Dall’India dei Dhoad Gitani del Rajasthan si precipita nuovamente nella capitale italiana degli immigrati clandestini. Giardini di Piazza Vittorio Emanuele, nel quartiere Esquilino, diventato da qualche tempo simbolo di multiculturalità causa forte presenza di stranieri. Sarà per questo che il Comune di Roma ha organizzato proprio qui dal 15 al 20 maggio Intermundia, la Festa dell’Intercultura giunta già alla nona edizione. L’iniziativa si divide tra la presentazione di progetti – fra cui teatro, danza, pittura – legati al dialogo tra le culture da parte di 64 scuole romane, e programmi pomeridiani e serali dedicati agli adulti. Il filo conduttore di quest’anno è la produzione letteraria della migrazione e le donne nel mondo. A queste ultime è dedicata una mostra fotografica, quasi nascosta fra le decine e decine di stand delle associazioni e ONG cittadine che, ansiose di mostrare il proprio operato – e nella speranza di poterlo incrementare grazie ad una libera donazione -, sommergono il visitatore di volantini di tutte le forme. “Interculturando”, “Voci della Terra”, “Futuro”, “Tobanka” della Caritas. Più che punto di incontro tra le culture sembra un enorme vetrina pubblicitaria. Tra i viali del giardino qua e là qualche isola felice: una bancarella di libri, una di gioielli afgani che fa proprio cadere in tentazione, ma che per fortuna del portafogli è solo espositiva. Alle foto è lasciato il compito di parlare del dolore dell’immigrazione nella separazione, nel viaggio e nella solitudine nel paese ospitante. E poi c’è la musica. Due ampi palchi sono montati alle estremità del parco, e per tutto il pomeriggio riecheggiano suoni africaneggianti e orientaleggianti provenienti da strumenti non ben identificati. Protagonisti delle serate sono gruppi che portano le sonorità del Brasile, della Mongolia, dell’Argentina. “In realtà non si può parlare di musica tipica”, lamenta Francesco, 20 anni, alla fine del concerto dedicato al Mozambico; “il sitar c’era, ma il sound era decisamente poco etnico. L’impressione è che la musica sia stata resa più ‘commerciale’”.
In quanto alla partecipazione di pubblico, Francesco non potrebbe trovare definizione migliore: “la solita gente delle manifestazioni”.

Basta guardarsi intorno. Ovunque colori accesi, tanti da far girare la testa, dai turbanti indiani, passando per i variopinti abiti dei senegalesi, per finire con le gonne arlecchino raso-terra delle ragazze italiane. E le tonalità pastello e grigio-scuro? Dove sono tutti gli altri, quei cittadini per cui Paola Gabbrielli, consulente per l’Intercultura presso il comune di Roma, tenta da anni di “creare luoghi pubblici stabili che favoriscano l’incontro, il confronto, lo scambio tra italiani e migranti di tutte le età”? A conti fatti questo tipo di iniziative coinvolgono solo comunità di stranieri, i soliti noti che sono già “sensibilizzati” fino al midollo e qualche mamma che si aggira per il giardino con il passeggino. Che il tutto sia stato poco pubblicizzato? Basta chiedere ai negozianti di Piazza Vittorio. Alessandra, esercente di un negozio di abbigliamento, mostra di sapere almeno a grandi linee di cosa si tratta: “sarebbe anche una bella cosa – dice -, ma c’è troppa confusione, musica dalla mattina alla sera”. Sì, ma gli abitanti partecipano?
“Gente ce n’è, ma – conclude con un’alzata di spalle – gli italiani non ci vanno”. Altri negozianti non hanno idea di cosa stiano festeggiando davanti ai loro occhi, ma d’altronde “ogni giorno fanno qualcosa lì. Non ci si può tenere informati su tutto”. Su una cosa sono tutti d’accordo: questo movimento non ha portato più guadagno del solito. Accanto all’ingresso dei giardini c’è una postazione di Forza Italia. Quale ghiotta occasione. La signora Marisa inveisce subito contro “questi immigrati che sono venuti a rovinarci”. Le peggiori offese sono sempre precedute da un “io non sono razzista, però”. Urge fermarla prima che attacchi con la storia del nipote che non trova lavoro; sarebbe interessante sapere una sua opinione su Intermundia. “Non se ne può più, hanno sempre qualcosa da festeggiare e poi lasciano uno schifo”. Indica delle carte per terra e urla trionfante “vede? vede?”. Si lascia andare infine ad un ricordo nostalgico di com’era l’Esquilino prima dell’arrivo di “quelli”. “Ora qui intorno ci sono solo cinesi”. I cinesi. Ecco cosa manca fra i vari stand: un riferimento alla comunità più numerosa della zona.

Un’assenza davvero ingiustificata, considerato che i loro problemi di integrazione coincidono con quelli degli altri stranieri, nonostante le numerose attività commerciali presenti sul territorio romano. Sorge un dubbio: che non siano stati neanche invitati? Dal dubbio alla certezza: nessun negoziante cinese ne sa qualcosa. “Pensavo fosse una festa vostra”, dice uno di loro. Per “vostra” intende “nostra”, cioè degli italiani. Una ragazza si chiude addirittura in un ostinato mutismo di fronte a semplici domande, che ricorda molto l’omertà. Chissà che non abbia questioni ben più gravi di cui occuparsi. È lontano anni luce ancora il passaggio da società multiculturale a società interculturale. Naturalmente queste manifestazioni non possono che far bene al processo di integrazione. In questa in particolare è da lodare il coinvolgimento delle scuole, ma quanta acqua dovrà passare ancora sotto i ponti. Se solo si potesse uscire da questa castrante auto-referenzialità.
Intanto, una bella sorpresa: uno dei cinesi che ignorava la natura dell’iniziativa decide di farsi un giro fra gli stand con famiglia a seguito. Forse bastava solo dirglielo.

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