Piante rare e preziose (prima parte)

di

Data

“Allora, hai proprio deciso di fare una cosa simile? …Rievocare i tuoi ricordi? Vuoi ‘rievocare i tuoi ricordi’… È questo che vuoi, poche storie…

“Allora, hai proprio deciso di fare una cosa simile? …Rievocare i tuoi ricordi?
Vuoi ‘rievocare i tuoi ricordi’… È questo che vuoi, poche storie…

(…) Certo, non posso farci niente, mi tenta, non so perché.

(…) “Nein, das tust du nicht”… No, non farlo…

“Doch, Ich werde es tun”. Si, lo faccio.

 (…) Oh, per favore…”

       [Da: “Infanzia” di Nathalie Sarraute  – Feltrinelli; 1983]

 

 

– Dici rare, preziose… Termini esagerati per delle piante, no?

In effetti non sono né rare né preziose, nel senso comune; niente che non si possa trovare in un garden center ben attrezzato o, per i semi, attraverso i comuni cataloghi di vendita per corrispondenza.

– Eppure continui a pensare che siano mitiche, rare e preziose…

Si, una specie di calendario della memoria; delle presenze che hanno fatto come da contrappunto alla mia vita. Se si può fare con i libri, con i film – ho pensato – perché non anche con le piante?

– Non sarai per caso uno di quei bambini nati sotto un cavolo e nutriti a succhi di carote..?

Proprio no! Tutt’altro! Neanche ho ricordo troppo precisi dei miei primi anni. Sono ricostruzioni ‘a posteriori’, i ricordi. Come l’odore del mattino. Una leggera foschia, la mattina presto, e quel particolare modo di diffondersi del suono: rumori attutiti, come se dipendesse insieme dalle caratteristiche dell’aria e da una ottusità nelle orecchie, ancora abituate al mondo dei sogni. Quella luce particolare, un po’ lattiginosa; e l’umidità dell’aria, che si sente nelle narici, insieme ai profumi della prima estate, di mentastro e di ginestre.

– Questi sono ricordi dell’isola, naturalmente… Ci passavi solo le vacanze estive, dai nonni; tre mesi scarsi, mi pare. E dell’altro posto, dove vivevi per la maggior parte dell’anno, non ti è restato niente?

Mah… È che solo nel periodo delle vacanze, sull’isola, mi sembrava di aprire pienamente i sensi; di essere recettivo al bello, agli odori, ai sapori forti… Era il momento delle scoperte. Un altro mondo, rispetto alla vita abituale

– Che pure era in campagna, no? Sei stato un bambino fortunato, venuto su tra mare a campagna!

Adesso potrei dire di sì, ma a quel tempo non l’avrei mai detto. Mi sentivo sempre fuori posto, a cominciare dalla lingua. Mi adattavo in fretta; ma lo stesso ero sempre sotto esame, deriso per le minime inflessioni dialettali che rimanevano, nel passaggio da un mondo all’altro. Si sa, i bambini sono molto crudeli, non ci si perdona niente…

– Ma chiedevo in particolare del mondo delle piante: vivevi in campagna, hai detto…

Si, la casa era a circa tre chilometri da un grosso paese; ma le elementari le ho fatte nella scuola di contrada; solo dalle medie in poi si andava in città.

– Quindi topo di campagna quasi tutto l’anno e gabbiano d’estate?

Topo di campagna mi sta bene! I bambini di campagna ai miei tempi erano molto liberi; non c’erano pericoli – o i genitori di prima erano meno ansiosi di adesso – e non c’era neanche la televisione. I compiti di scuola erano un particolare insignificante della giornata; il resto era giocare a pallone e scorazzare in lungo e in largo.

– Eri già interessato alle piante, allora?

Per niente! Ci vivevamo in mezzo – i miei amici e io – sopra, dentro; ma nessuna particolare attenzione. ‘Botanica’ è stata una parola scoperta molto tempo dopo. Però sapevo dove gli uccelli facevano i nidi e i posti dove si potevano trovare serpenti. E già allora odiavo i ragazzini che facevano i cappi per prendere le lucertole! Mi mandavano a cercare le galline che si allontanavano dal pollaio e andavano a deporre le uova nelle siepi. Ero bravissimo, in quell’attività… Più furbo delle galline! E il mucchietto delle uova era un tesoro! Poi ho ritrovato brandelli di quelle sensazioni leggendo Davy Crockett e Tom Sawyer, ma erano scoperte di là da venire; a quel tempo creavo in proprio!

– Delle piante conoscevi i nomi?

Non direi. Quelli del linguaggio corrente; non la denominazione scientifica. Le conoscevo nel senso che erano nello sfondo del mio mondo di allora… Come le stagioni, il freddo e la neve, gli autunni ventosi e la primavera; in campagna tutto si vive con una partecipazione totale, diversa – immagino – dal mondo dei ragazzini di città… Tra ‘noi’ e ‘loro’ c’era reciproco disprezzo. Stavamo per conto nostro, ma poi ci venivano a cercare per giocare ad acchiapparsi o per fare le squadrette di pallone. Durante le gite poi, i capigruppo eravamo automaticamente noi; loro non sapevano come muoversi, all’aperto.

– Così finivi la scuola e i tuoi ti spedivano sull’isola… Non era la stessa dei confinati politici nel deprecato ventennio?

Si, la stessa. E lì è restata una memoria ben viva di quegli eventi: bene o male avevano rappresentato una ventata di novità rispetto alla vita piatta che vi si conduceva. Si era patita molto la fame negli anni della guerra e subito dopo… I vecchi raccontano che si era arrivati a mangiare di tutto: perfino ‘le palette’ dei fichi d’India.

– Il fico d’india è una delle piante preziose nel senso che dicevi prima?

Assolutamente sì. Da piccolo pensavo che crescesse solo sull’isola; nelle sue diverse varietà: con la polpa del frutto di color arancio, bianco-verdastro e rosso-bordò… Che delusione poi, trovarlo dappertutto!

Per prendere il frutto più grosso, più in alto, mi ci tuffavo letteralmente in mezzo; poi col tempo ho messo giudizio, specie dopo essere andato un paio di volte al pronto soccorso oculistico con le spine negli occhi…

– Ce n’erano altre, di piante che credevi fossero solo là?

Si, i capperi! Sull’isola crescevano spontanei e chiunque avesse un muro a secco cercava di averne una pianta sottomano, da cui prendere i boccioli prima della fioritura; è la parte utilizzata nella cucina isolana: i famosi sughi mediterranei con salsa di pomodoro e olive, alici salate e capperi.

– E si riesce, a farli attecchire?

Macché! I capperi vengono dove vogliono loro, nei posti più impervi; non si possono trapiantare e neanche la semina è tanto facile. “Il cappero, o della libertà”. Sviluppammo una teoria in proposito, con il mio amico Mario, negli anni a venire… Comunque gli isolani hanno alcuni metodi per riuscire allo scopo.

– Segreti?

Segretissimi!

– Ma torniamo alle piante. Ce n’erano che vedevi solo sull’isola, ma poi hai visto dappertutto; odori che sentivi solo lì, ma anche quelli dovevano essere dovunque, si presume…

È che facevo una maggiore attenzione agli odori, quando ero lì; quello del basilico nei vasi che tutti avevano sui gradini all’ingresso, o sui balconi e… Un odore forte, penetrante… Si… Ecco anche l’immagine: grandi piatti rossi, sotto il sole, con il pomodoro passato messo ‘a restringere’ per farne la conserva.

– E altri odori locali?

Le fresie! Ma la loro fioritura è primaverile precoce, non estiva; succedeva a volte che si andasse per Pasqua… Il profumo più buono del mondo!

Al ritorno, sulla nave, ma anche dopo, sul treno, quelli dell’isola si riconoscevano dai piccoli mazzetti di fresie che si portavano dietro, nelle borse, o addirittura che spuntavano dal taschino, per ‘farsi una tirata’, ogni tanto.

– Quindi c’era amore e attenzione per le piante, tra le persone che erano intorno a te?

Non direi che i contadini amino le piante; le conoscono bene e vivono di esse: questo sì! Questa storia dell’amore per le piante è più un vezzo borghese, o intellettualistico. A parte mia zia…
Perché, lei..?

Eh, lei era una naïf raffinata; una amatrice di genio. Coltivava per vera passione. Piante che nessuno conosceva, per i tempi; mai saputo come se le procurasse! Le piaceva stupire… Che gli altri restassero a bocca aperta, davanti alle sue meraviglie. Io facevo parte del piccolo gruppo di adepti per cui dava spettacolo. C’era un gran traffico di tuberi, germogli e talee di piante, a quei tempi (…e damme nu’ schiuopp’); niente da comprare, tutto era ‘a scambio’. Lei era generosa e prodiga di consigli. Ma le piante fiorivano in quel modo solo tra le sue mani.

– Quali piante, per esempio?

Le tuberose, dal profumo più buono del mondo [Vedi su “O”: Il giardino e gli odori del 30.04.07], e un’altra che lei chiamava “la pianta dei fiori di cera, di cui solo molto tempo dopo ho conosciuto il vero nome. Si trattava di un’Hoya…

– Quindi il pollice verde è di famiglia! Altre figure guida? Per esempio molti hanno ricordi di un padre, o di uno zio cacciatore che li portava con sé…

Mio nonno, mi portava con sé! Potevo avere sei-sette anni – ricordo – che mi portava per mano per una strada stretta e affollata: le banchine del porto…

– Che facevate sulle banchine?

C’erano i negozi. Di prima mattina mio nonno faceva la spesa di verdure e frutta per il figlio, mio zio, che aveva un ristorante in piazza. Di tutti i nipoti ero l’unico interessato, per via di quelle levatacce. Questo sodalizio nonno-nipote è durato per anni… Quando lui è diventato più vecchio e io più bravo, ero io a condurre il giro; ma lui restava sempre il più rapido, a fare di conto.

– Che storia! E che altro ricordo hai, di lui?

Ricordo tutto perfettamente. Potrei parlarne per ore… C’era una cosa tipicamente sua che a volte ritorna, come un’aura della sua presenza nei dintorni: usava portare un rametto di cedrina dietro l’orecchio; ne aveva una pianta nel suo orto-giardino. Quel profumo, ricordo…

– Hai detto più volte ‘il profumo più buono del mondo’, riferito però a profumi diversi…

Ma perché davvero ogni volta pensavo così! La relatività e il confronto non sono categorie che i bambini possiedono; vivono ogni esperienza come assoluta. Almeno per me funzionava così…

Ti è capitato poi di voler ricreare quell’universo infantile come se fosse un mondo perduto, da recuperare?

Oh! Penso che abitualmente succeda! Funziona come l’oceano di ‘Solaris’: sempre ricreiamo mondi con la memoria. Le piante di quella stagione sono ancora con me; me ne sono circondato e fatto scudo, nei vari cambiamenti di vita e di case.

Poi quest’infanzia felice è finita. Pian piano o d’un colpo solo?

Come la musica di un vecchio grammofono a manovella – anche di questo apparecchio ho un ricordo preciso – che rallenta, distorce e si confonde. Arrivavano rombando gli ormoni, in un gran tremito di mare, di terra e di corpo, il loro seguito di brufoli e i restanti cavalieri dell’Apocalisse. Quale posto più per piante e fiori, in mezzo a questo cataclisma?

– Oh, per favore..!

Piante rare e preziose.1 – (Continua)

Le immagini utilizzate in questo sito www.omero.it sono in parte proprietà dell’autore citato, o create appositamente dalla redazione, o reperite su apposite banche immagini online royalty-free. Nei casi in cui non è citata la fonte e/o l’autore, si tratta di immagini largamente diffuse su internet e ritenute di pubblico dominio. Su tali immagini il sito non detiene, quindi, alcun diritto d’autore. Se detenete il copyright di un’immagine presente su questo sito potete inviare una e-mail all’indirizzo scuola@omero.it che provvederà alla rimozione dell’immagine utilizzata. Grazie per la collaborazione!

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'