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Illustrazione di Agrin Amedì
Il cancello si apre appena lo spazio per lasciarmi entrare, al Carmelo si entra così, quasi chiedendo scusa per essere stati chiamati. Mi lascio alle spalle un tramonto esploso in un caos cromatico che ferisce lo sguardo, da medico ho bisogno di ordine.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di autobiografia
diretto da Rossana Campo per la Scuola Omero.

Il cancello si apre appena lo spazio per lasciarmi entrare, al Carmelo si entra così, quasi chiedendo scusa per essere stati chiamati. Mi lascio alle spalle un tramonto esploso in un caos cromatico che ferisce lo sguardo, da medico ho bisogno di ordine.

La madre badessa ha una giovinezza intatta, una vernice recente come di restauro appena ultimato. Nel silenzio assoluto del chiostro il rumore dei tacchi è inopportuno, molesto, cammino in punta di piedi, ho pensato di togliermi le scarpe ma è gennaio e la pietra è  gelida. È tutto fermo, riesco a sentire l’aria che  entra ed esce dal mio naso e con un atto di fede immagino che in certi momenti risuonino risate e voci ma nell’aria non ve ne è traccia e il porticato ne custodisce  poca memoria.

La madre badessa scivola sul pavimento come sospinta da piccole ruote “Carmelitane scalze”, impossibile cogliere qualsiasi dettaglio a cui siamo abituati a dare un significato, mentre la seguo penso che se non fosse per la mia macchina parcheggiata fuori potrei sparire per sempre in una di quelle celle e a nessuno verrebbe mai in mente di venirmi a cercare lì. Attraversiamo una serie interminabile di porte e corridoi scarsamente illuminati, stanze di decantazione, mano a mano che si procede mi libero dalle contaminazioni che appesantiscono la quotidianità e il circo itinerante della mia esistenza appoggiato appena fuori da quelle mura tace all’improvviso, tutto lì ai cancelli, mi volto e continuo a camminare come ipnotizzata.

L’ odore dell’incenso copre a malapena quelli di muffa e cloro, corridoi lunghi e stretti a rinforzare, se mai ce ne fosse bisogno, un senso di oppressione e di separazione dal mondo di aria e luce. Cammino curva, il soffitto dalle volte basse e massicce mi schiaccia a terra a ricordare, passo dopo passo, il peso del peccato originale che marchia la nostra specie.  Finalmente aprono la porta della cella dove giace immobile il corpo di suor Benedetta. “Troppo tardi” penso fra me e me, sto per esprimere il mio dispiacere quando con un movimento lentissimo la vedo sollevare un braccio in segno di saluto e nel fare questo movimento lascia cadere un pesante rosario i cui grani di legno scuro sono in continuità con le nodosità della sua mano scheletrica. Il viso è scavato, una durezza di pietra levigata dall’etica feroce dei martiri, uno sguardo febbrile si accende per un attimo sotto le palpebre trasparenti per poi tornare ad abitare le tenebre. Eppure, da quel corpo prossimo alla morte lei emana uno strano potere, il potere di chi non la teme e pensa di poterla controllare, è un corpo martoriato e dolente plasmato da una consuetudine antica  al controllo della carne e delle sue istanze, la rinuncia come metro della santità nascosta dentro un pesante saio di lana grezza. Il gesto è carico di intenzionalità ieratica, l’atto finale di un dramma allestito ad uso e consumo di quell’enclave di follia, una bolla di Medioevo intatta sopravvissuta grazie a eventi misteriosi che ne hanno cristallizzato la vita, come  insetti rimasti intrappolati dentro l’ambra.

Fermo immagine, mi vedo dentro un dagherrotipo, è tutto dello stesso colore, compresa me che ho un cappotto e scarpe marroni, le tonache delle suore, i sandali, il poco legno della sedia, la porta, l’inginocchiatoio, perfino l’aria, un marrone opaco, pesante, che ingoia lo sguardo e lo trattiene asciugandolo; il giallo emanato da una piccola lampadina è l’unica nota di colore.  A qualcuno potrà sembrare bizzarro che in una tale situazione un medico si metta ragionare sul colore, ma entrare e uscire dalle rappresentazioni più drammatiche, concentrandomi su dettagli insignificanti o perfino ridicoli mi ha sempre aiutato, un terzo occhio che fissa l’obiettivo dalla giusta distanza al riparo dalle insidie dell’empatia. Sì, i colori  hanno abbandonato il Carmelo, fuggiti, e nessuno ha fatto niente per trattenerli, nessuno li ha rincorsi, l’ultimo è stato un pezzetto di cielo scampato al tramonto, l’ho visto ritirarsi, diventare piccolo e imbiancare un attimo prima di arrendersi alla notte. Mi ritrovo a pensare che il potere in ogni sua espressione uniforma il colore,  mortifica  la bellezza, i colori aprono i cuori, lo sguardo allarga il campo visivo, il potere lo chiude e riporta gli occhi nel regno delle ombre e io sono Alice nel paese del dolore e lo esploro dominata da Suor Benedetta, che dalla sua postazione ci muove come burattini.

Suor Benedetta, come tutte le mistiche anoressiche ha un controllo assoluto sulla sua comunità, e la madre badessa sbiadisce immediatamente, la sua presenza va a confondersi con le altre presenze mute e adoranti in quel presepe dove si celebra la morte, vorrei voltarmi, guardarle ma non posso, chi sono queste ombre alle mie spalle? Che volti hanno? Voci addomesticate al silenzio, ma soprattutto cosa si aspettano da me e perché suor  Benedetta  deve morire?

La finestra è una feritoia dalla quale entra così poca luce che se non fosse per la lampadina sopra le nostre teste saremmo al buio. Non so da dove cominciare, prendo tempo, dico che voglio visitarla ma in quel gelo non ho il coraggio di chiederle di spogliarsi, così infilo la mano sotto la tunica alla ricerca del cuore. Lo sento molto prima di arrivarci, batte velocemente, battiti violenti e irregolari, le mie dita intirizzite incontrano un corpo rovente, faccio delle stupide domande mentre la mano continua a toccare ossa e soltanto ossa, le chiedo da quanto tempo ha smesso di mangiare e altre domande inutili, mi rendo conto che è lei a dettare i tempi della mia ridicola intervista, lei col suo silenzio feroce e beffardo si prende gioco di noi, apre gli occhi, vuole dire qualcosa ma si interrompe per lo sforzo e comincia a tossire così forte da cominciare a pensare che presto il suo cuore uscirà dalla gabbia toracica e allora la vedremo volare in posizione orizzontale come in un quadro di Chagall abbracciata al suo angelo. La voce di una suora molto anziana mi richiama alla realtà:  “Oggi ha donato la sua porzione di  cibo come sacrificio per i peccati del mondo”. Il cibo ? I peccati del mondo?

Guardo la madre badessa e la vedo sorridere compiaciuta “Sì, è proprio una santa”. Non so cosa rispondere, la situazione è di quelle che richiedono competenze che non ho, da medico ateo posso soltanto dire che dobbiamo portarla in ospedale. L’ospedale come antidoto alla santità non funziona, non può funzionare e infatti la sento sussurrare con un filo di voce: “Lei , lei e la sua scienza, lasci perdere…”. “Perché mi avete chiamato?”, chiedo. “Mah! Ha questa brutta tosse e la notte le viene un febbrone e continua a chiamare sua madre”. Già, sua madre, perché non è li a stringere il corpo della sua bambina fra le braccia? Chi è sua madre? Quale spietata regola la tiene lontana? Mi accorgo che fatico a contenere una rabbia crescente però devo rimanere calma, mantenere un atteggiamento distaccato e professionale, e così insisto con la necessità di portarla in ospedale perché anche i santi hanno diritto alle cure e una volta guariti possono tornare a fare del bene per l’umanità. Mi  disprezzo da sola per la pochezza delle argomentazioni, non riuscirei a convincere neanche un neonato. Silenzio. L’idea di un santo che guarisce con le medicine non viene accolta con entusiasmo, forse hanno sbagliato a chiamarmi; un corpo estraneo, troppo tardi per espellermi e tornare ai loro riti sacrificali La trattativa dura a lungo, per argomentare la fede non sono attrezzata,  solo poche nozioni risalenti all’epoca del catechismo e mai approfonditi. Ma non cedo, ho giurato a me stessa che non uscirò da quel posto senza aver raggiunto il mio obiettivo: restituire alla vita  la carne disperata di suor Benedetta.

Procediamo su rette parallele come al solito, la fede, la scienza e bla bla bla e intanto quella se ne sta andando e io sto perdendo la pazienza , infine si decide per l’ospedale, ma dovrò  portarcela io perché suor Benedetta rifiuta l’ambulanza. Ho paura, potrebbe morire durante il trasporto, e inoltre continua ad avere un atteggiamento di sfida come a dire “Bene obbedisco, ma non servirà a niente, io non ho voglia di vivere”. Mentre penso a cosa fare, un’ondata di saliva acida allaga lo spazio che ci separa, insieme ad un odore di carni disfatte, sto per vomitare, per fortuna sono a digiuno, sono rimasta al Carmelo per 4 ore, che è successo in tutto quel tempo? Sto guidando, fatico a rimanere concentrata, dei rantoli  improvvisi interrompono i miei pensieri, una tosse violenta agita il dorso della suora che forma una strana cupola con la testa appoggiata sulle ginocchia, una posizione fetale assolutamente inopportuna.

“La prego si metta seduta per bene.”

“Non posso fare turismo.” è la strabiliante risposta. Turismo? Tossisce sangue sul cruscotto, mi proteggo la bocca, qualcuno mi aiuti, sta morendo, cerco di afferrarle il polso e non sento niente, la chiamo e non risponde. “Benedetta mi senti ?”. Accelero, il traffico di Roma non è mai stato così cattivo e insensato. L’arrivo  al pronto soccorso, lo smarrimento, la barella che lei rifiuta quasi con disprezzo cadendo a terra più di una volta come Cristo sul Golgota, scalza con la croce trasparente della sua follia a curvarle la schiena, le risposte che non darà coprendosi il volto con le mani ossute, l’ispezione del corpo che rivelerà segni di autoflagellazione, tra la curiosità morbosa del personale, sconcerto, il rimprovero muto dei suoi occhi, la mia inadeguatezza e la voglia di essere altrove. Ci lascia fare nell’illusione che faremo qualcosa per lei, per tenerla in vita. Osserva indifferente il nostro  trafficare intorno al suo corpo quasi non le appartenesse, ci sfida con il suo rosario intrecciato fra le mani “La mia vita è nelle mani del Signore”. In realtà penso che ci stia chiedendo aiuto, dentro di me so che non vuole morire, come lo so ? Lo so e basta.

I colleghi mi fanno domande alle quali non so rispondere, non so chi sia, non so niente di niente, non ho preso i documenti. Torno trafelata al Carmelo, mi consegnano una piccola busta, dentro c’è la carta d’identità insieme ad un esercito di santini, gli stessi che non sono riusciti a proteggerla da se stessa, sono lì con tutto l’inutile armamentario di invocazioni e promesse di intercessione presso l’Onnipotente, che però per il momento si è dimenticato di lei, e nascosta e ripiegata, una lettera scritta con grafia incerta. Infine riesco a fare l’unica cosa  che abbia un senso, telefonare ai suoi genitori, dirgli di prendere il primo treno e venire dalla figlia che non vedono ormai da molti anni. Suor Benedetta sta morendo, o forse è già morta, non lo voglio sapere, ho lasciato il pronto soccorso perché penso che il mio compito sia terminato, ho portato con me la lettera. Fermo la macchina e comincio a leggere, è la lettera di un uomo, un uomo che deve averla amata disperatamente. Torno di corsa in ospedale, è in rianimazione, per terra vedo il suo rosario in mezzo a garze macchiate di sangue, lo raccolgo e lo avvolgo in un telo insieme alla lettera, lo chiudo in una busta con un biglietto con il nome della suora affinché venga seppellito col suo corpo.

Un anno dopo ricevo una telefonata, è suor Benedetta, mi chiama dalla casa dei suoi genitori, una casa di campagna nel Polesine, le piantine che ha seminato per me sono cresciute e vuole portarmele. Ci incontriamo in una mattina di primavera, è una giovane donna dall’aria sana e serena, mi consegna tre piccoli vasi con delle piante, mi abbraccia con vigore. “Grazie dottoressa, non la dimenticherò mai.”

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