Condividi su facebook
Condividi su twitter

Alessandro Langiu: “Di fabbrica si muore”

di

Data

Puglia. Regione presa d’assalto da turisti. Orecchiette. Mare limpido. Mare ovunque. Ma anche trulli, terra rossa, terra piatta. Collinette. Ulivi. Viti. Querce. Mandorli. Mozzarelle, burrate, pesce. Storia.

Puglia. Regione presa d’assalto da turisti. Orecchiette. Mare limpido. Mare ovunque. Ma anche trulli, terra rossa, terra piatta. Collinette. Ulivi. Viti. Querce. Mandorli. Mozzarelle, burrate, pesce. Storia. Storia dimenticata, travolta. Muretti a secco divelti, ulivi sradicati per addobbare ville di ricchi al nord, fumo di ciminiere. Fumo ovunque in Puglia. Un connubio tanto forte di bellezze e orrore forse c’è da qualche altra parte d’Italia, qui però io lo vedo di più perché ci torno spesso. Non spesso, ma ci torno. Mai come quest’anno sentivo ovunque parlare di internet. Invece di locali dove andare a ballare, indirizzi web. Sulla spiaggia, le gambe a mollo in un mare dove riesci a vedere tutto, un mare trasparente come acqua in un bicchiere celeste, un mare che pare un miracolo, la gente parlava di programmi. Non i loro, quelli del computer. A prescindere dall’età, si scambiavano suggerimenti su come far funzionare il computer più velocemente, su come comunicare meglio, su quella tal persona di sessant’anni che chattando si fingeva ventenne, sulla connessione wireless, sulla webcam, il tutto mentre scrivevano messaggi col telefonino… sono grata a questi chiacchieroni perché mi hanno più di una volta conciliato il sonno. Dormire a mare è bellissimo. Ma ho anche girato un bel po’ per la regione, passeggiando per i paesini bianchi in orari caldissimi e vuoti di gente, che stava a mare a parlare di internet.

Una sera sono andata a sentire la presentazione di un libro. Pensavo di non trovare nessuno. In Puglia, anche se molta gente scrive, non so se ci sono molti lettori. Le librerie sono impegni umanitari e lotte di sopravvivenza. Si reggono sui libri di testo scolastici e sui best seller all’ultima moda. Trovare una libreria ben fornita non è scontato. Probabilmente la gente legge su internet. Una volta gli occhi rossi erano portati da chi si stordiva di canne, ora si confondono con quelli di chi sta di fronte al computer, che forse è un sistema più raffinato e legittimato di stordimento. Questa degli schermi è una storia singolare: quando c’è stato l’avvento della televisione, si stava tutti davanti al nuovo aggeggio, in comunità si iniziava a non parlare, ci si abituava a una contemplazione che sostituiva piano piano quella liturgica della messa, poi dopo pochi anni nelle case iniziavano a moltiplicarsi gli aggeggi, invadevano le stanze e si privatizzavano non solo nei programmi ma anche nella fruizione. Ora ognuno ha il suo computer, privato altare sacrificale del proprio tempo. Ma si interagisce. Si scrive. Si mettono in rete le proprie immagini. Si entra dentro quella che un tempo era la scatola magica, la televisione, e si vive dentro uno schermo più piccolo, quello del computer, ma più vicino. Anche la distanza con lo schermo è ridotta. Ci si perde così? Chissà.

Ma tutto sommato, la situazione alla presentazione non era così tragica. La gente c’era. Nella rilassata atmosfera di una vecchia masseria rimessa a nuovo, si ascoltava qualcuno che parlava di persona. Si ascoltava una chiacchierata tra un giornalista e un autore. A voce bassa ma ferma e senza toni da spettacolo ormai inevitabili, Stefano Maria Bianchi, giornalista Rai collaboratore di Santoro per Anno Zero e autore di un documentario fortissimo “La Mafia è bianca” su Totò Cuffaro, oltre che del libro “Geometra Cito sindaco di Taranto” (Kaos, 1996), presentava “Di Fabbrica si muore” edito da manni e scritto a quattro mani da Alessandro Langiu e Maurizio Portaluri, primario dell’ospedale di Brindisi. Il libro è la storia di Nicola Lovecchio, operaio del petrolchimico di Manfredonia, e della sua malattia. Un tumore ai polmoni. Un tumore mortale scatenato dalla fuoriuscita di arsenico dalla fabbrica. Grazie all’aiuto di Maurizio Portaluri, che con un’attenta anamnesi ricostruisce i fatti clinici, stupito che un non fumatore fosse colpito così giovane da una patologia tanto grave, Lovecchio intenta un processo contro l’Enichem di Manfredonia. Seppur malato, ha la forza di raccogliere testimonianze e cartelle cliniche dei suoi compagni di lavoro. Ma i suoi sforzi sono vani. La difesa ha la meglio, con una beffa: l’alto tasso di arsenico è imputato all’elevato consumo di crostacei nella zona di mare, di gamberi. “Nessuno ride”.

La prima parte del libro è una trascrizione dei colloqui di Portaluri con Lovecchio, in un rapporto che tra medico e paziente si trasforma in una vicinanza umana e civile e che, seppure dall’epilogo realisticamente impietoso, innalza il valore umano della lotta e della giustizia e della professione medica al servizio dell’uomo.

La seconda parte è narrata da Alessandro Langiu con i toni a lui propri del racconto orale, con ripetizioni a scandire un ritmo e un’incursione nella lingua parlata e dialettale che rende vicini i personaggi. Pensato e messo in scena sottoforma di monologo teatrale, “Anagrafe Lovecchio”, è un excursus che, partendo dai fatti reali, fa rivivere un uomo e la sua storia, passando attraverso un paese al quale viene strappata la vocazione contadina per inseguire il sogno dell’industrializzazione che si trasforma in incubo surreale. In una mistura struggente tra realismo e surrealismo, Langiu non rinuncia a una visione poetica e personalissima che accentua il dolore della perdita della vita di un uomo per cause non certo naturali ma di asservimento a logiche di profitto. L’intento di tutta la produzione di Langiu, voce ormai importante tra quelle pugliesi che si adirano artisticamente, è riassunto nella dedica del racconto: “A Rosa, mia madre. Perché lavorare o vivere vicino a una fabbrica, non sia perdita, ma conquista della vita”.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'