La prima parte potete leggerla qui
Spazzoliamo via tutto quello che sta sui piatti. Fuori ha smesso di nevicare. “Non mi piace il fantasy ecco tutto quello che so sul fantasy”. “E perché no? Secondo me non ci hai mai nemmeno provato a leggerlo”. Mi risponde Massimiliano. “Secondo me sono libri per autistici. Ogni volta che ho provato a leggere un racconto del genere mi sono rattristato. Ognuno sceglie il proprio mondo fatto di gnomi o astronavi spaziali e dentro quel mondo trova tutto quel che gli serve per essere autosufficiente”. “Manca un confronto?” “Esatto manca un confronto con il mondo che ti circonda e con le culture che lo formano. E a te cos’è che piace?”. “Il senso di comunità… il senso di condivisione comune di una storia”. “ È proprio quello che non ci trovo dentro quei libri”. “Alla fine è vero che siamo un po’ tutti chiusi nei nostri mondi e forse il fantasy amplifica questi modi di vita, ma bada bene che c’è un forte senso della condivisione anche lì”. Massimiliano finisce la frase e ingolla l’ultimo sorso di frullato menta e cioccolato, poi sospira e fa: “Tu sei troppo critico… prima o poi lo pagherai questo atteggiamento”. Dopo il giocoliere rientrano in scena i camerieri in livrea. Spostano i mobili uno per uno. Dall’alto calano dei nastri bianchi. Un ragazzo a torso nudo si fascia le mani con i nastri e Inizia a salire fino a tre metri di altezza. I nastri si bloccano e lui inizia a contorcersi lassù. Sembra un ginnasta olimpico. Lo spettacolo è freddo, si basa tutto sulla bellezza estetica del corpo sospeso a mezz’aria. Dietro c’è un telone bianco che riflette un’ombra ingigantita dei movimenti del ragazzo. Edwin che mi sta accanto mi dà di gomito e mi dice: ”È più bella l’ombra!” Siamo tutti a casa per cena. Gioanna, la terza ragazza con cui dividono la casa, ha appena finito di cucinare e si fa versare dell’altro vino. Edwin non ha nessuna dubbio la pasta col tomato va mantecata con due cucchiai di burro. Inutile starlo a fermare è talmente simpatico che mangerei anche i testicoli di toro serviti da lui. Leo è seduta vicino a me, davanti al piccolo tavolinetto della cucina e spinge il tasto play della telecamera. “Questo è il giro di Panama che abbiamo fatto verso dicembre”. Le riprese sono fatte dalla moto e sono bellissime. Verrebbe voglia di fare un biglietto solo andata per quel posto. Lungo le foreste si vedono turisti, laghetti salmastri, cieli infiniti e tanti coccodrilli. “Sotto casa abbiamo i coccodrilli. La sera ci affacciamo dal balcone e li troviamo spaparanzati sul piazzale a prendere l’ultimo sole del giorno”. Leo dice questo e gli occhi azzurri gli risplendono per un momento, come se avesse parlato di una cosa lontana. Fare il giro di Panama in moto deve essere una cosa stupenda, così iniziò a fantasticare di raggiungerli a dicembre. Edwin abbozza una tabella di viaggio che potremmo percorrere senza troppe soste. Analizziamo una cartina stradale per circa dieci minuti prima di accorgerci che è la mappa di Londra. Finiamo le prime tre bottiglie di vino e io vado a comprare al Off License una bottiglia di rosso californiano. Sei pound alla bottiglia. Quando torno trovo Edwin ubriaco che canta una canzone spagnola. Leo gli va dietro e Massimiliano accompagna il tutto con la chitarra. Poi Gioanna li applaude e io servo dell’altro vino. Andiamo avanti così fino all’una. Loro hanno la faccia stanca, da gente che ha lavorato duro tutto il giorno. A un certo punto Edwin si alza e inizia a raccontare questa storia. “Una volta sono andato in un’isola vicino Panama a surfare. Era una giornata fantastica, onde di un paio di metri che si frangevano alla grande e un sole da leoni. Quando abbiamo finito di romperci le ossa in acqua siamo andati a mangiare nel parco dove stavano un sacco di famiglie a fare il barbecue. “Mentre mettevamo a posto la griglia ho iniziato a vedere tante cose rosa che circolavano tra le persone. Sembravano bambini piccoli o enormi batuffoli di lana rosa. Dopo qualche secondo mi si è schiarita l’immagine. Erano pappagalli di ottanta centimetri che camminavano tra le persone in cerca di cibo.” “Ma che cavolo vai raccontando pappagalli di ottanta centimetri?” “Lasciami finire… prepariamo la brace e stendiamo salsicce e pancetta. La fame dopo tre ore di surf si faceva sentire. Quei cosi rosa intanto continuavano il loro vagabondaggio. Quando tutto si è cucinato, ci siamo aperti un bel po’ di cerveza e abbiamo iniziato a darci dentro. Poi sono arrivati i tucani insieme ai pappagalli. “Quei maledetti cosi hanno iniziato a circolare incazzati neri. Non se ne stavano in attesa come i loro colleghi rosa, ma infilavano le teste nel piatto fottendoci da mangiare da sotto il naso. Uno di quei tucani me lo sono trovato accanto. Avevo la forchetta in mano e tre salsicce sul piatto. Ci siamo guardati negli occhi un secondo e lui mi ha fottuto tutto. Quasi non mi sono accorto di niente tanto era stato veloce”. Il Penbury Tavern è un pub che si trova tra Amhurst Rd e Dalston Ln. verso le sei diventa il posto migliore sulla terra dove andare a scrivere e bere birra. Hanno una Tennense ceca amarissima e il bancone è pieno di lavoratori ancora in divisa. Si fermano lì e si fanno un boccale prima di tornare a casa. Un giorno ho ordinato per pranzo salsicce di maiale alle erbe con pasticcio di patate e verza. Un piatto squisito. Quando ho finito di mangiare ho fissato per un po’ quei lavoratori sugli sgabelli con le loro tristi pinte e ho pensato che Massimiliano poteva anche aver ragione sul Fantasy. In fondo è come una malattia. Si comincia a criticare per paura di buttarsi nel mondo e di vivere tutto di un fiato la vita. Si comincia per paura di mettersi in gioco. Si pongono dei paletti per isolare i nostri mondi, per avere con gli altri solo contatti comodi e rasserenanti.
Ma quand’è che un contatto comodo e sereno vi ha dato l’ebbrezza di vivere? Da quando il non mettersi in gioco dà qualcosa che valga la pena conservare per un bel pezzo? Dopo il ragazzo appeso alle due corde ci sono Massimiliano e il suo leggero Tiago. Rientrano i ragazzi in livrea. Più procede lo show e più sembrano una forma di coro. Sono la parte umana del teatro. Quello che succede prima o dopo loro è sacro, ma quando entrano in scena loro tutto può tornare al quotidiano. Vengono fissati dei tappeti a terra e in fondo mettono uno stereo. Entra Massimiliano per primo. Ha delle basette lunghe e uno sguardo da quello che la sa lunga. Fa ridere. Accende lo stereo e mette su Strauss concerto n° 3 per violino e stende un asciugamano per terra e inizia a fare Thai Chi. Dall’altra parte entra Tiago, un po’ seccato da quella musica e cambia stazione. Massimiliano tenta di mantenere la calma, torna vicino allo stereo e rimette Strauss. La cosa va avanti un paio di minuti. Lui una stazione e l’altro un’altra. Finchè la cosa non decade e i due iniziano a picchiarsi. Sono davvero forti, sembrano una versione moderna di Stanlio e Olio. Una voce fuori campo li chiama. Lo show deve cominciare. Allora si capisce che i due sono una coppia esaurita, che lavora insieme da anni e non ne può più. Quando tornano in scena sono vestiti anni settanta e iniziano lo spettacolo. Tiago vola come un uccello e Massimiliano lo riprende come se non pesasse nulla. Il pubblico non riesce a smettere di ridere e le risate hanno il sapore di un divertimento vecchio come il mondo. Edwin ha la faccia cotta dal sole e gli occhi leggermente a mandorla. Suona in un gruppo reggae e ha dei lunghi dred. Un giorno gli ho detto che mi volevo fare tatuare una carpa sulla spalla e lui mi ha risposto: “Tranquilo no hay problema”. Lui è il ragazzo di Leo da tredici anni. Il giorno in cui sono arrivato a Londra gli aveva appena chiesto di sposarla. Edwin ha uno studio di tatuaggi a Panama-city. Leo gli ha detto che un po’ di persone volevano tatuarsi a Londra così si è portato il “kit da viaggio” come lo chiama lui. Il disegno non era venuto per nulla male e una certa serenità nei suoi modi mi dava fiducia. Il problema è stato tutto il resto. L a cucina era diventata un piccolo studio di tattoo. Il motorino era appoggiato sulla credenza accanto alle scatole di tè e i colori allineati sul tavolo dove la sera prima avevamo mangiato pasta mantecata col burro. Abbiamo attaccato la spina e il fusibile è partito. A Panama hanno centodieci watt, qui in Europa ne abbiamo duecentoventi. Abbiamo preso della carta stagnola e l’abbiamo adattata a fusibile. Poi è stata la volta del saldatore. Sempre per lo stesso problema. Così siamo dovuti uscire a cercare un ferramenta. Su Amhurst Rd c’è n’era uno gestito da sudamericani. Quando siamo entrati Edwin è stato accolto come un parente. Per cinque pound ci hanno dato un saldatore nuovo e un pacchetto di stagno. Siamo usciti da lì che eravamo le persone più felici del mondo. Edwin si è messo al lavoro. Ha saldato gli aghi sulle aste e poi li ha messi a bollire per un quarto d’ora in acqua. Io sono andato al Off License e ho comprato la vasellina, una bottiglietta di Listerine con cui diluire il colore e del disinfettante. Secondo Edwin il disinfettante era troppo forte così ha optato per la vodka. Dopo circa dieci minuti siamo arrivati alla ragionevole conclusione che almeno un bicchierino di disinfettante nell’acqua, insieme alla vodka, andava messo. Con tutte le cose pronte sul tavolo abbiamo riempito una pipetta di erba e ci siamo messi a fumare. Siamo rimasti in silenzio, ogni tanto tossivamo, ma niente di più. Ci passavamo la pipetta con gesti calmi e precisi. Edwin ha lavorato sulla mia spalla per circa una’ora e mezza. Ogni volta che usciva del sangue lo tamponava con uno scottex imbevuto di acqua, disinfettante e vodka e mi faceva: “Tranquilo no hay problema”.

