“Il velo rappresenta, e non solo simbolicamente, l’oppressione della donna nel mondo islamico”. Giuliana Sgrena, inviata de “Il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l’evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l’occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Nella sua carriera di cronista, si è occupata particolarmente della condizione della donna nell’Islam. È in edicola, dal 7 febbraio, Il prezzo del velo il nuovo libro in cui la giornalista racconta le estreme spinte della cultura islamica, attraverso le storie di donne alle quali è stato sottratto il diritto di vivere liberamente la propria identità. “Più dei carri armati americani, sono le donne, e le loro organizzazioni, come dimostra l’esperienza algerina, a poter fermare l’imponente ondata illiberale che sta per prendere il sopravvento nei paesi islamici. Si gioca qui la vera sfida democratica dell’altra sponda del Mediterraneo”.
Che valore ha, secondo lei, il velo nella cultura islamica?
Penso che il velo è il passaggio per introdurre altre discriminazioni. Il processo di solito avviene così: il velo viene imposto nel periodo della fertilità, perché ha un forte valore sessuale, da quando hai la prima mestruazione, fino alla menopausa. Se tu porti il velo, non fai ginnastica, perché il velo ti dà fastidio e cominci a limitare l’attività fisica e questo già genera una discriminazione tra maschio e femmina; poi se c’è una piscina, la piscina è solo per i maschi, se vai all’ospedale meglio non farti visitare da un uomo, a scuola alcune materie, per le donne, vengono eliminate. Il processo che comincia anche solo con il velo, poi è progressivo.
Nei paesi che ospitano immigrati islamici, imporre di non portare il velo, come è accaduto in Francia, non è comunque una forma di coercizione ?
Quello della legge francese che vietava l’uso del velo a scuola è stato un dibattito molto acceso, avevo gli stessi dubbi anch’io. Sono andata a Parigi e 67 ragazze si erano ritirate da scuola, la maggior parte si erano iscritte a scuole cattoliche o private, perché le scuole cattoliche accettano il velo, una decina si erano iscritte a scuole per corrispondenza e una decina non si sapeva che fine avevano fatto. Sono andata a intervistare molte ragazze musulmane ed erano felicissime che questa legge avesse dato loro uno stimolo in più per liberarsi da spinte islamiste del loro quartiere. Loro spesso sono costrette a uscire dal quartiere con il velo in testa perché i ragazzi vogliono un controllo su di loro. Non sono libere di avere un rapporto con altri perché i ragazzi vogliono un controllo sessuale sulle ragazze della loro comunità. Tutte le comunità musulmane si erano schierate a favore della legge, dopo che l’esercito islamico dell’Iraq aveva chiesto l’abolizione di questa legge per liberare i due giornalisti che avevano rapito. Probabilmente, anche questo ha contribuito a far accettare la legge. Comunque parliamo della Francia, un paese molto diverso dal nostro, dove la scuola è veramente laica. Questo non potrebbe mai succedere in Italia, in Francia la legge ha funzionato, ma ovviamente queste forzature possono essere fatte solo se c’è un contesto veramente laico.
È possibile raccontare storie tutto sommato così lontane, almeno dalla nostra realtà, e fare in modo che le persone ne provino interesse?
Non ho molte idee su come raccontare le cose. Le ho sempre raccontate come le ho vissute, nel mio libro do soprattutto voce alle donne che ho incontrato. Loro mi raccontano in prima persona le loro esperienze e le loro aspirazioni e io ho fatto il mio lavoro. Il mio è uno stile giornalistico, non è lo stile di una ricercatrice, ho cercato solo di rendere più leggibili le cose anche al grande pubblico e penso che questo sia il modo di far capire una realtà, di far conoscere una realtà, che penso comunque sia conosciuta.
Lei crede che le informazioni che arrivano facciano realmente conoscere quella realtà?
No, perché le cronache quotidiane spesso passano dei fatti che non sono significativi e molti altri li trascurano completamente. Si parla di alcuni paesi per un periodo, quando fa notizia, e poi si dimenticano completamente. Al massimo, esce la notizia di un attentato e poi non si sa più niente. Si dà la notizia dell’attentato, ma senza contestualizzarlo e non si capisce quali sono i problemi, quali sono gli obiettivi, come sta la gente, come vive, in che condizioni. Nel libro, ho cercato di fare delle storie che attraversano diversi paesi, il primo capitolo è tutto dedicato alla Bosnia perché è forse la storia che si conosce meno dal punto di vista della reislamizzaizone. Reislamizzazione è il tentativo di imporre una nuova visione dell’islam reinterpretata alla lettera e molto arretrata, nel senso che non tiene conto della evoluzione della società. Nei paesi musulmani ci sono anche molti religiosi che si battono per una visione progressista dei testi sacri, però di questi non si parla mai perché non hanno la forza degli attentati.
Crede che sia possibile scegliere di portare il velo?
No, credo che nessuna donna sceglierebbe liberamente di portare il velo.
