Giuseppe Gagliardi e il Calabria Style

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Il suo La vera leggenda di Tony Vilar è stato il film rivelazione della prima Festa del Cinema di Roma, tanto che è stato presentato, in seguito, al Tribeca Film Festival di New York.

Il suo La vera leggenda di Tony Vilar è stato il film rivelazione della prima Festa del Cinema di Roma, tanto che è stato presentato, in seguito, al Tribeca Film Festival di New York. Il successo è dovuto all’originalità della storia: un documentario, in realtà un mockumentary (che è costruito come un documentario ma è in realtà un prodotto di fiction), che va alla ricerca di Tony Vilar, un cantante calabrese famoso negli anni sessanta in Argentina, caduto in disgrazia per colpa di un tupè e ora rivenditore di auto a New York. Giuseppe Gagliardi, classe ’77, promettente regista calabrese al suo primo lungometraggio, non è la prima volta che affronta il tema dell’emigrazione italiana (ma poi è calabrese) all’estero. Lo ha già fatto con Doichlanda (2003) un documentario ambientato in Germania. Il suo stile è ironico e leggero, ma grazie a questo riesce a descrivere in modo esauriente questo mondo nostalgico degli emigranti all’estero. Cosa non secondaria, Gagliardi è calabrese, di Cosenza, della zona settentrionale dell’altipiano della Sila. È cioè figlio di una cultura in cui la famiglia è l’istituzione più forte, un nucleo potente che supera le distanze e le difficoltà: una famiglia globalizzata. Un mondo anche alimentare fatto di pietanze dai nomi impronunciabili come sardella, sopressata, miuncene chine, pittuilli, crustui, casi cavallo, scauillle, bocconotti, pittampigliata. Occasione per mangiare tutte queste prelibatezze e per incontrare Galgliardi è stata la rassegna estiva “Bimbi Belli” dell’Arena Nuovo Sacher di Nanni Moretti. Una rassegna dedicata agli esordienti dell’anno seguita da un dibattito. Ecco l’intervista:

 

Il tuo film, La vera leggenda di Tony Vilar, è stato la rivelazione del primo festival di Roma. Subito dopo è nata la querelle su quale etichetta dargli: «mockumentary», docufiction, ecc ecc. Qual è la definizione che ti sembra più vicina alla tua idea del film?
Il mio film ha diverse anime. Non saprei definirlo con precisione. È un film di finzione che all’interno ha elementi di documentario, di finto documentario e di musical.

Che cosa vuol dire oggi aggiornare il “genere” mockumentary?
Non so se l’ho aggiornato. Sicuramente è un modo di fare cinema che stimola molto la creatività dell’autore. È un genere ‘non-genere’ che ti permette una grande libertà espressiva e formale. Personalmente non sapevo che esistesse prima di aver terminato il mio film. Poi ho scoperto che ci sono diversi esempi nella recente storia del cinema.

È lecito affezionarsi ai propri personaggi che nel film appaiono un po’ troppo compiaciuti?
Volevo che ci fosse un’esasperazione di alcuni tratti degli italiani all’estero. In alcune scene interpretate da personaggi ’veri’ è venuto naturale. Spesso sembrano la parodia di se stessi. In alcune scene girate con attori ho cercato di portare il racconto ai limiti della macchietta. Quando si capisce l’intenzionalità si ride di gusto.

Qual è il significato delle sequenze musicali da videoclip nel film?
Nessun significato particolare. Mi piace molto la sensazione di smarrimento dello spettatore. Far iniziare di punto in bianco una scena musical, serve a sovvertire le regole del racconto tradizionale.

Nel film ci sono tanti rimandi all’immaginario della Little Italy celebrato dai registi italo-americani della new-Hollywood (ci sono tante spie scorsesiane tra cui pure i manifesti dei film).
Sono cresciuto guardando il cinema di Scorsese, Abel Ferrara, Coppola… le citazioni indirette sono evidenti. La cosa che più mi eccitava era lavorare e mettere sullo schermo la gente vera, quella che ha ispirato i personaggi interpretati dai vari De Niro, Palminteri e Sorvino. Abbiamo persino girato sulle stesse strade di film come Bronx Tale e Mean Street.

A quale cinema ti ispiri?
Mi piace il cinema americano che ho appena citato, quello che fanno i fratelli Cohen. Mi piace il cinema di Kusturica. Ma anche quello di Won Kar-Way. Quindi un cinema che ha una grande attenzione per la forma, non trascurando le storie originali.

Protagonisti del film sono gli immigrati, soprattutto calabresi, in Argentina e Stati Uniti. Questo sembra ormai un tuo tema d’elezione dopo il cortometraggio Doichlanda. Hai intenzione di approfondire questo tema in futuro?
Non lo so. Credo che questo sia stato l’ultimo atto della ‘saga’. Mancherebbe il capitolo australiano, ma per ora mi interessa sviluppare il tema del successo.

È vero che per il tuo primo corto, Peperoni, hai assoldato tutti gli abitanti del tuo paese di origine in provincia di Cosenza?
È stata una produzione di massa. Molti hanno dato il loro contributo alla lavorazione e molti hanno partecipato come attori e comparse. Fece scalpore. Venne una troupe con Carmen La sorella a intervistarci.

Ti è piaciuto il dibattito al nuovo Sacher con Moretti?
Nanni è un grande. L’unico regista italiano che fa qualcosa di concreto per aiutare le nuove leve. Prima il festival dei corti, ora quello delle opere prime. Durante il dibattito era bello il contrasto tra il suo volto serioso e io che facevo il buffone per cercare di sciogliere il pubblico. È stato un dibattito strano, ma divertente. Almeno questo è quello che mi hanno detto tutti dopo. Forse mentivano…

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