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Il paradiso degli indecisi

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Pecorino sardo, tanto per cominciare. E come tirarsi indietro di fronte al cannolo siciliano. Quello vero, lungo un palmo della mano, traboccante ricotta con scaglie di cioccolato a volontà.

Pecorino sardo, tanto per cominciare. E come tirarsi indietro di fronte al cannolo siciliano. Quello vero, lungo un palmo della mano, traboccante ricotta con scaglie di cioccolato a volontà. Poco più in là, la “casa della porchetta”. Proprio accanto alla soppressata con funghetti piccanti. Ariccia o Catanzaro? Questo è il paradiso degli indecisi: non c’è alcun bisogno di scegliere, si può ondeggiare tranquillamente da una parte all’altra della penisola – e oltre – senza preoccuparsi del prezzo della benzina verde. Il che non è poco. Gusti d’Europa, Fiera di Roma, 8-11 giugno. La manifestazione, finanziata dall’Unione Europea e in collaborazione con l’AGEA (Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura) è alla seconda edizione; la prima si è svolta due anni fa, sempre nella capitale. Obiettivo: la valorizzazione di prodotti tipici ed enogastronomici a marchio riconosciuto dall’Unione Europea. D.O.P., I.G.P., D.O.C., D.O.C.G., I.G.T.. Sono solo alcune delle sigle in bella vista sui depliants esplicativi. E non è facile ottenere questa certificazione. Dopo aver fatto domanda al Ministero delle Politiche Agricole, la decisione spetta a Bruxelles.

“Noi abbiamo dovuto aspettare ben 13 anni – spiega Mara, al banco dei fagioli di Sorana –, ma alla fine siamo riusciti ad ottenere il marchio di Indicazione Geografica Protetta per il nostro prodotto”. La fatica è giustificata: un certo tipo di etichetta permette ad un prodotto di origine contadina e proveniente da piccole aziende di sopravvivere sul mercato. Certo tutto ciò suona strano se si pensa al Parmigiano Reggiano o al Sauvignon. In questi casi serve più che altro a proteggerli dalle imitazioni al di fuori dei confini nazionali. E dunque, 200 stands che occupano lo spazio di due padiglioni – per un totale di ben 8000 mq – hanno avuto il compito di sedurre i visitatori con i colori e gli odori dei loro prodotti di qualità. Presenti consorzi, cooperative agricole e associazioni. A dire il vero, in alcuni stand non erano la vista e l’olfatto i primi sensi ad essere coinvolti. “Benie, benie a pappare innoghe custoso prodottoso saporoso”. A fugare qualunque dubbio sul dialetto, una gigantesca bandiera dei quattro mori ad occupare la parete. Il signor Giovanni avrà perso la voce in queste tre giornate, ma a giudicare dalla piccola folla intorno al suo banco, è stata davvero l’unica perdita.

“Avete il formaggio con i vermi?”, azzarda una ragazza. “Qui non si può vendere, è illegale – è la laconica risposta -, ma se quest’estate viene in Sardegna…”. Contrabbando di su cazu marzu a parte – con vermi a seguito -, è incredibile l’ospitalità dei sardi se si accenna a qualche parentela con l’isola. In un attimo ci si ritrova in mano Maccarroneddos (meglio conosciuti come gnocchetti) e mirto bianco. Con tanti saluti a mamma. La tentazione di tradire la propria terra d’origine c’è. Magari siciliani e calabresi ci cascano, in fondo la fisionomia è quella. Difficile però ingannare i polacchi. Presenti nello straordinario numero di 6 stands – considerando che Francia, Svezia, Spagna e Ungheria ne avevano uno o due a testa -, la Polonia ha sicuramente vinto la gara di marketing. Gli uomini facevano la fila di fronte al cartello “il succo di carota funziona meglio del Viagra”. Vero è che si parla del potere afrodisiaco di molti cibi; la carota deve essere una new entry. Come resistere poi alla tentazione di chiedere “mi dà un pezzo di Wojtjla?” davanti al salame Lisiecka di Giovanni Paolo II. Accanto ai polacchi, gli ungheresi sfoggiano uno dei banchi più ricchi e colorati: miele con frutti secchi, prugne, mele, albicocche. Grandi quantità di biscotti fatti in casa. E poi, grappe di albicocche, mele, ciliegie, ribes, prugne. Dai 40 ai 50 gradi . E si sentivano tutti. “Egésrségedre! Egésrségedre!”. Dopo il secondo bicchierino si rinunciava definitivamente a dire “salute” in ungherese con loro.

È dura ricominciare il giro degli stands dopo questa sosta. “Signorina, che fa, beve la grappa ungherese e ignora quella toscana?”. Impossibile fare un tale affronto. Dopotutto la grappa di Capalbio ha solo 35 gradi. Franco, da dietro il bancone, ne approfitta per lamentarsi un po’ della manifestazione: “avrebbero dovuto far pagare almeno il biglietto d’ingresso. Così ci sarebbero stati i soldi per le pulizie. Lo sa che non spazzano da giovedì?”. Effettivamente non è rassicurante per una fiera di degustazione del cibo. E non è l’unica lamentela quella dello stand toscano. Si sarebbe dovuto munire il visitatore di carrello per portarsi in giro i prodotti che ha acquistato, quelli del secondo stand partono svantaggiati perché la gente ha già fatto la spesa nel primo, ecc. ecc. “Questi espositori parlano tanto – si sfoga uno degli organizzatori -, ma la realtà è che qui c’è anche chi ha fatto i soldi. Lo chieda allo stand del ‘fungo porcino borgataro’”. Quell’enorme banco al centro della sala? Effettivamente ha un notevole via vai. Ma è opinione un po’ di tutti che due anni fa, alla prima edizione di Gusti d’Europa erano accorsi molti più visitatori. E il motivo del calo non è certo imputabile all’aumento di viaggi da parte degli italiani per conoscere direttamente sul posto i prodotti tipici. Vista la situazione economica mondiale, non sarà che è l’Europa ad aver perso gusto per gli italiani?

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