Trentottesimo parallelo

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Mister Lee dice, nello specchietto retrovisore, che i coreani e gli italiani sono molto simili perché vivono entrambi su una penisola.

 

Mister Lee dice, nello specchietto retrovisore, che i coreani e gli italiani sono molto simili perché vivono entrambi su una penisola. Siamo reduci da un pranzo a base di kimcy, il piatto nazionale della Corea, accompagnato da Mak Gul Li versato in grosse ciotole, il vino di riso tipico di Yonchon. Yonchon è un villaggio a 250 chilometri a nord di Seul che dà il nome a una regione preservata e sfuggita alla frenesia edilizia coreana degli ultimi cinquanta anni a causa della sua vicinanza con il confine della Corea del Nord. Mister Lee ci sta portando, con il suo pulmino Hundai bianco, sul punto di osservazione del confine, quello deciso a tavolino nel 1953, che ricalca il trentottesimo parallelo. Costeggiamo le piantagioni di riso che ondeggiano come il grano per il vento in una campagna florida in cui è pressante la presenza dell’esercito. I soldati in licenza o in servizio sono ovunque: al ristorante, in strada all’ombra di qualche tank parcheggiato e all’internet cafe che chattano. Il servizio militare in Corea del Sud, obbligatorio, dura 26 mesi nei quali i giovani soldati vengono addestrati con simulazioni di guerra soprattutto in questa zona di confine, come a mostrare i muscoli e a far sentire gli scoppi delle armi oltre la cortina. Sul ciglio della strada, mentre il pulmino di Mister Lee arranca sulle colline, si vedono di continuo cartelli con un disegno di due soldati che saltano in aria. Sotto c’è scritto: attenti alle mine. Il punto di osservazione si trova su una collina più alta, rispetto alle altre, che domina la valle attraversata dal fiume Im Jin. Questo è uno dei punti sulla carta dove la distanza si riduce sensibilmente e le due Coree sono divise solo da 800 metri di DMZ. Questa DMZ (De-Military Zone) dovrebbe essere una sorta di No Man’s Land senza militari per almeno 2 chilometri da una parte e dall’altra, ma negli anni i contendenti hanno rosicchiato specularmente il terreno fino a quasi toccarsi. Eppure non siamo nel punto dove i due paesi si toccano: più ad ovest esiste la zona di sicurezza condivisa (la JSA) dove i militari con il colbacco e quelli con i ray-bahn stazionano su una linea sul terreno (il trentottesimo parallelo) guardandosi in cagnesco e dove i turisti posssono visitare, a turno, due musei: le due ideologiche versioni della recente storia della penisola coreana.
Sulla collina che stiamo visitando, una ex-base di attacco-difesa, c’è oggi un mausoleo che ricorda i caduti, un tempio buddista, una chiesa e un negozio di liquori non tassati gestito dai militari stessi. La vista è incredibile e mette i brividi: si respira aria di Guerra Fredda e il tempo sembra congelato ad allora. A destra e a sinistra si allungano chilometri di filo spinato sopra una recinsione alta due metri. Ogni tanto spunta una torretta di avvistamento e a destra c’è una stazione abbandonata dalla quale, fino a poco tempo fa, la Corea del Sud combatteva la guerra della propaganda. Nella valle oltre il fiume inizia la Corea del Nord comunista. In questa valle si sono combattute le guerre più sanguinose corpo a corpo tra cui l’ultima, nel marzo del 1953, in cui persero la vita più di 20.000 cinesi spediti da Mao Zedong a proteggere la Repubblica Popolare Democratica di Corea. Questo il nome ufficiale di quella che tutti chiamano Corea del Nord, uno degli ultimi regimi comunisti del mondo sopravvissuti alla caduta del Muro di Berlino, sempre più isolato e povero per l’interruzione degli aiuti economici da Russia e Cina, retto dalla dinastia dei King del misterioso dittatore Kim Jong II e di suo padre Kim II Sung che, morto da una decina d’anni, è ancora considerato il capo dello stato dal quale dipendono anche i fenomeni atmosferici. Dopo il 1989 in occidente, tutti si erano scordati della Corea del Nord fino a quando, pochi anni fa, il presidente americano George W. Bush non l’ha inserita, nella sua demenziale e manichea divisione del mondo, nel famoso Asse del Male insieme a Iraq, Iran, Siria e Somalia. La minaccia dell’utillizzo dell’arma atomica, in possesso di Kim Jong II, non sembra però realistica non solo per il fallito test missilistico nell’oceano di qualche settimana fa, ma anche perché la Corea del Nord è un paese in ginocchio da cui, da sei anni, quotidianamente masse di lavoratori nordcoreani attraversano il confine per andare a lavorare, come manodopera sottopagata, nelle ricche fabbriche sudcoreane. In Corea del Sud tutti sono sicuri che tra qualche anno ci sarà la riunificazione anche perché ci sono dei segnali positivi come la riunificazione sportiva ai giochi olimpici di Sydney del 2000. Ma i coreani dicono anche che la riunificazione dipende solo da due fattori: dai capricci e dalla resistenza del dittatore comunista e dalla Samsung, il colosso economico praticamente a capo della Corea del Sud. Mister Lee, guardando nei binocoli a disposizione dei turisti senza vedere neanche un coreano, sostiene che tra tre anni la Corea sarà una cosa sola, una sola nazione, un solo popolo, una sola penisola. Come l’Italia, appunto.

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