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Sandra Petrignani: “I libri scritti su commissione allontanano gli scrittori dalle ossessioni personali”

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Ci sono luoghi che conservano un senso statico di eterno mentre tutto intorno cambia e si trasforma. Ci sono posti legati a una storia, a un monumento, a un ricordo e sornione ogni angolo di strada è in grado di raccontare di ieri, di oggi e perfino di domani.

Ci sono luoghi che conservano un senso statico di eterno mentre tutto intorno cambia e si trasforma. Ci sono posti legati a una storia, a un monumento, a un ricordo e sornione ogni angolo di strada è in grado di raccontare di ieri, di oggi e perfino di domani. E poi ci sono i fiumi che dividono le città con la loro rive gauche e rive droite  ne forgiano i quartieri e ne “risaccano”  il tempo, la vita e l’anima della gente. Ma quando la città è Roma e il fiume è il Tevere e c’è  chi come Sandra Petrignani  scrive “E in mezzo il fiume. A piedi nei due centri di Roma” (Laterza Editore, 2010). Allora una  passeggiata, nel quartiere più “village” della capitale, Trastevere, e su e giù per i ponti che collegano le due rive, diventa icona di un immaginario che restituisce alla realtà  l’effige di un“Tevere sinuoso, femminile, tutto mammelloni che si insinuano nella città ad allattarla“.

 

Da cosa è nata l’idea per la tua ultima opera “E in mezzo il fiume. A piedi nei due centri di Roma”?

La collana “Contromano” commissiona i libri agli autori cui si rivolge. Sono commissioni molto libere, ma insieme meditate con la editor della Laterza, responsabile della collana, Anna Gialluca. I libri scritti su “commissione” sono molto importanti per gli scrittori, li portano un po’ lontani dalle ossessioni personali e li costringono a contatti diretti con le cose. Io amo molto, di tanto in tanto, lavorare così.

 

Che cosa rappresenta per te Trastevere?

Un posto dove mi sento a casa, dove ritrovo una dimensione paesana che mi fa sentire vivibile la contemporaneità dai tempi stressanti e dall’anonimato esorbitante. A Trastevere rallenti i ritmi, vai a piedi, perdi l’illusione dell’onnipotenza, metti un limite al tuo andare.

 

 

Che cosa rende Trastevere una realtà “diversa” dal resto di Roma?

Trastevere è la parte “downtown” di Roma, quella più vicina alle radici lontane, quella meno prevedibile, meno borghese.

 

Quanto sono  importanti le origini per i trasteverini?

Meno d’un tempo, ma i trasteverini sentono sempre una profonda differenza fra chi è “de noantri” e chi no. C’è molta coesione fra trasteverini di nascita che, fino agli anni ’90, diventava diffidenza verso gli altri con conseguenze anche pesanti: gli intrusi venivano scoraggiati con una serie di angherie, tipo furti, aggressioni non solo verbali e altro. Oggi non è più così, c’è molta tolleranza. Anzi direi che non c’è quartiere a Roma più aperto e accogliente di Trastevere, anche verso gli immigrati. E questo grazie al lavoro di tanti cattolici di base attivi nel quartiere.

 

Quindi il legame di un “trasteverino” con Trastevere è uguale, secondo te, a quello di qualsiasi altro romano con il proprio quartiere oppure è diverso?

I trasteverini hanno una forma di gelosia e di amore per il quartiere che non mi pare si riscontri altrove nella città. Sono anche fieri dell’appartenenza, soprattutto quando è di vecchia data, quando possono far risalire il loro essere trasteverini a vecchie generazioni che li hanno preceduti e che hanno visto la guerra, i tempi di terribile miseria.

 

Che ruolo assume, invece,  per i romani e per i trasteverini il Tevere?

I romani non hanno un vero rapporto col Tevere, lo tengono a distanza, lo temono perfino, lo ignorano. I trasteverini lo sentono cosa loro, e sono gli unici a frequentarlo costretti come sono a fare su è giù per i ponti per “andare in città” o “dellà” come dicono loro. Poi c’è l’Isola Tiberina, dove in primavera vanno a prendere il sole, e siccome i trasteverini vanno parecchio in bicicletta, ne utilizzano spesso anche gli argini almeno fino a Ponte Milvio. Vedo spesso gente che corre lungo il fiume, sotto i muraglioni, gente del quartiere immagino.

 

Come è nato l’incontro con  i personaggi che il lettore a sua volta incontra nel libro?

Nel libro mi sono fatta raccontare il centro di Roma da persone note e sconosciute, artisti, scrittori, registi, artigiani, clochard, bottegai…. Volevo fosse un libro corale e, insieme, dimostrare che Trastevere è un po’ il “Village” di Roma, la parte artistica e bohémienne della città. Alcuni di loro, la maggior parte forse, sono amici o conoscenti, altri li ho coinvolti casualmente, strada facendo direi.

 

Si può pensare che il Tevere sta a Roma come la Senna a Parigi? In che modo questi due fiumi modellano  la vita di chi “li vive”?

La Senna ha un’eleganza e una tradizione culturale che il Tevere non ha. Sono realtà lontanissime quella parigina e quella romana. I parigini, poi, hanno un contatto più stretto col fiume lungo tutto il percorso perché l’hanno reso più vivibile. I romani in genere sono sospettosi verso il loro fiume.

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