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Diario di viaggio – Mario Rigoni Stern

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Martedì sera. Sono in partenza. Per Milano, la mia amata Milano. Vado a vedere i Radiohead in concerto. È la prima volta per me. Sono emozionato.

Martedì sera. Sono in partenza. Per Milano, la mia amata Milano. Vado a vedere i Radiohead in concerto. È la prima volta per me. Sono emozionato. Vedere cantare Thom Yorke dal vivo. Mi viene la pelle d’oca solo a pensarci. Navigo su Internet per cercare qualche notizia utile sulle iniziative culturali in corso nel capoluogo lombardo. Sul portale della provincia c’è il commento del Presidente riguardo alla morte di Mario Rigoni Stern… Come morto? Quando?… Mario Rigoni Stern è morto due giorni fa all’età di ottantasei anni. Ne hanno dato notizia i parenti dopo la celebrazione dei funerali. Quel suo viso dolce e austero adesso è sepolto sotto gli amati boschi dell’Altopiano di Asiago. Per me è come se se ne fosse andato un parente, un parente stretto. Rigoni Stern non era soltanto un grandissimo scrittore (leggere Il sergente nella neve è un’esperienza indimenticabile, che ti segna nell’animo) ma un uomo, un cittadino che si sentiva partecipe e responsabile del bene collettivo. Merce rara in questo paese di caimani. La sua più grande soddisfazione nella vita è stata quella di guidare, da ufficiale, tutti i suoi uomini in salvo nella disperata ritirata di Russia. Mario aveva una voce dolcissima, una voce che riusciva a restituire senza asprezze, ma con pacata fermezza, gli orrori a cui aveva assistito nel corso della sua vita: la guerra, il campo di prigionia, il ritorno in un paese dilaniato dalla guerra civile. Le parole. A queste Rigoni Stern era tenacemente aggrappato. Perché come disse nello splendido film-dialogo con Marco Paolini “la gente ha la memoria labile”. Era una sofferenza per lui ricordare, lo si notava nei suoi impercettibili movimenti del viso. Eppure aveva scelto di andare avanti, di non darsi per vinto, come aveva già fatto nella ritirata in Russia. Il suo era un dovere morale. Altrimenti sarebbe stata la fine. La fine di tutto, di ogni speranza. E così Mario chiedeva aiuto alle parole, soprattutto a quelle giuste e invitava i giovani che si avvicinavano alla scrittura a leggere i vocabolari: “Nei vocabolari ci sono tutte le parole che uno può dire, bisogna conoscere le parole giuste”. Solo le parole giuste sono le fondamenta necessarie per fare in modo che la gente non dimentichi il passato e agisca sul presente per creare condizioni di vita più civili e armoniose. Per fare in modo che rispetti il mondo che abbiamo ereditato dai nostri avi. Mario era legato alla terra, terra di montagna popolata da boschi e animali. Ne leggeva gli alfabeti, ne interpretava i segni. Soprattutto li rispettava, perché capiva che noi uomini siamo di passaggio in questo mondo e dobbiamo cercare di fare meno danni possibili. Lo scorso anno lo vidi a “Che tempo che fa” di Fazio. Rigoni Stern sembrava all’apparenza intimidito per essere stato invitato in una trasmissione televisiva, ma dentro di sé aveva invece una sicurezza incrollabile, tenace. E così all’improvviso, durante l’intervista, disse: “Spegnete la televisione, prendete un libro”. Era una persona vera Mario, che diceva sempre quello che pensava, senza gridare, senza sbracciarsi. Nel film-dialogo con Marco Paolini c’è una cosa che mi colpì molto. Mario disse che il problema al giorno d’oggi è quello di non avere più il contatto vero con le cose che ci circondano. “Oggi”, disse, “quasi nessuno sa più come accendere un fuoco”. È vero, la tecnologia ci ha reso così disperatamente deboli. Il monito di Mario era quello di prendere in mano il nostro destino, di lasciare una traccia viva nell’esistenza che conduciamo ogni giorno… Lo rividi poi nel monologo-teatrale che Marco Paolini ha tratto dal suo libro (Il Sergente) e che venne ripreso da La7 in una serata-evento memorabile. Alla fine venne inquadrato, lui insieme ad un altro sopravvissuto della ritirata in Russia. Mario, leggermente ingobbito, sembrava un albero stanco, stanco dei ricordi, del dolore, della sofferenza. Ma sentiva che la sua testimonianza era ancora necessaria. Perchè l’oblio non sia la legge immodificabile della nostra società, perché il passato non si risolva in un orizzonte indistinto dove tutti hanno ragione e nessuno torto… Mercoledì sera. Sono all’Arena Civica. Tra poco inizierà il concerto. Le persone per non sporcarsi di fango hanno poggiato sul prato dei fogli di giornale. Ce n’è uno vicino a me. La foto di Mario Rigoni Stern in primo piano. I suoi occhi attenti e vigili, la sua folta barba asburgica. Ho le lacrime agli occhi. Addio mio sergente. Adesso puoi sciare quanto vuoi per i boschi del tuo Altopiano.

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