Condividi su facebook
Condividi su twitter

Dove tutto è possibile

di

Data

Si dice che ogni viaggio disordini equilibri per tracciarne di nuovi. Non importa se questo fa rumore: quello che vale davvero è che porti ad orizzonti sconosciuti, o agli stessi...
341 Friscoville Avenue in Arabi

Si dice che ogni viaggio disordini equilibri per tracciarne di nuovi. Non importa se questo fa rumore: quello che vale davvero è che porti ad orizzonti sconosciuti, o agli stessi di sempre, ma da prospettive diverse.
Tredici ore di volo e nessuna di sonno. È già buio quando atterriamo ed io crollo sui divani arancioni, stile anni settanta, spettatori di un nastro trasportatore ancora deserto. Alla mia valigia, spero ci penseranno Sabri e Cate.
Non c’è nessuno ad accoglierci, solo la musica di Louis Armstrong ad intonarci il suo personalissimo benvenuto. Ho sempre pensato che gli aeroporti introducano, in qualche modo, le città di cui sono via di fuga o in cui consentono rifugio. Dipende. E quello di New Orleans non fa eccezione.
Ci svegliamo in una casa coloniale, al 341 Friscoville Avenue in Arabi. Sulla veranda, appoggiata al parapetto in legno, Cate fuma la prima sigaretta della giornata. Io che non fumo, gliele conto di nascosto; mi serve per quando mi rimprovera che esagero coi dolci. Intanto, tra meraviglia e incoscienza, ancora in pigiama, dondolo sull’altalena. Qui non viene voglia di toglierselo. L’aria tiepida invita a rimandare, un silenzio ancora sonnolento sfuma le immagini e sul prato, la cassetta postale (di quelle americane, alla Snoopy) ha lo sportellino abbassato ed è vuota. Sembra un film, uno di quelli d’altri tempi.
Una ventina di minuti in taxi bastano per catapultarci in tutt’altra sceneggiatura.

Musicisti di strada durante il French Quarter Festival

Il French Quarter Festival ci inghiotte senza preavviso. Le strade traboccano di musica in ogni dove. Musica nera, ma non solo. I marciapiedi sono palchi prestigiosi per i quali non serve pagare il biglietto, dove si esibiscono ballerini, musicisti, poeti (o pseudo-tali). Tutti. La gente balla, si veste di colori e fa come le viene. Si lascia trascinare nei ritmi avvolgenti, nelle improvvisazioni musicali (e non solo), nell’atmosfera festosa che legittima e incoraggia ogni stravaganza. La gente, qui, si ricorda che vivere viene prima.
Sembra piovino coriandoli nei vicoli del Vieux Carré, sui balconi in ferro battuto, sugli edifici ottocenteschi, sulle perline fluorescenti appese agli alberi in Jackson Square. Un Mardi Gras abusivo, fuori tempo. Ma, a Nola, il tempo è solo un’opinione. S’è fermato nelle boutique vintage a Chartres Street, nelle gallerie d’arte in Royal Street e nell’esoterismo dei riti Voodoo.
Non sapevo degli incendi misteriosi, né delle storie di streghe e fantasmi che aleggiano sulla Nouvelle-Orléans. E forse, visitare il cimitero monumentale di St. Louis, con il suo livore e la sua quiete spettrale, dopo averle ascoltate, non è stata una grande idea. Chissà se Milly si sarà rassegnata. Qualcuno giura che ancora adesso, dopo circa centosessantasei anni, la Lost Bride, in abito da sposa e con un lungo velo bianco sul volto, spii dietro le finestre del Dauphine Orleans Hotel (nel Dauphine Street, a poche decine di metri da Bourbon Street), nella speranza di ritrovarci il suo amore perduto.

Cimitero monumentale di St. Louis

A dirla tutta, neppure noi abbiamo resistito al fascino dell’arcano: ai piedi della imponente Cattedrale di Saint Louis (la più antica chiesa cattolica attiva negli Stati Uniti), Sabri ed io ci lasciamo stuzzicare dall’illusione di giocare d’anticipo col futuro. Tra le parole della cartomante, traduciamo solo quelle che ci convengono; alle altre, abboniamo il beneficio del dubbio di un inglese imperfetto. Che poi, anche se non c’entra niente, alle carte, io preferisco le stelle.
Non ci facciamo nemmeno mancare un pranzo al Lüke Restaurant: l’unico degno di nota. Come tutte le volte all’estero, c’è sempre un certo timore che quello che ordini non sia esattamente quello che poi ti servono. Appunto, arrivano le ostriche col ketchup. Pare si mangino così, qui. Cate e Sabri storcono un po’ il naso. Io le preferirei col limone, è vero; ma intanto, la mia curiosità culinaria non è mai sazia, quindi, le assaggio. Niente male. È andata meglio con la zuppa di Gumbo che non è solo una ricetta, ma la metafora più rappresentativa di questa città, dove le diverse culture, pur conservando ciascuna i propri aromi, legano benissimo con quelli in cui si fondano.
Un po’ figlia della bouillabaisse degli immigrati francesi, nel Gumbo puoi sentirci tutto il sudore degli schiavi africani che ci hanno messo l’okra, il piccante dei peperoni spagnoli, la polvere di sassofrasso degli Indiani d’America. Il resto delle volte, ci siamo accontentate di pasti on the road: hamburger strabordanti e insalate col parmigiano. Lasciamo stare. Le pralines, invece, meritano almeno una riga: secondi di goduria incomparabile al gusto di zucchero e caramello. Così come pure i beignets al Cafè du Monde; angolo paradisiaco, dal sapore tutto francese.

I nostri sguardi sono perennemente disorientati, intrigati, divertiti. C’è odore di piscio in Bourbon Street; qui, dove l’amore è a buon mercato, gli eccessi non chiedono giustificazione e gli istinti cedono al sesso fast-food.
Io che mi perdo nelle vie della mia città, mi ritrovo in quelle che non ho mai percorso prima. Soprattutto di notte, Frenchmen Street (come un po’ tutto il Franch Quarter) scintilla di suoni che rimbalzano tra il Cats e il Three Muses, tra lo Yuki e il d.b.a.. Minimo comune denominatore della Crescent City resta la musica. Quella buona.
Il talento sa esprimersi nelle bettole più maleodoranti, come al Preservation Hall, in St. Peter Street, dove fuori, stasera, c’è una fila chilometrica. Non c’è etichetta, classificazione o gerarchia che conti.
L’idea di quanto la Big Easy possa essere pericolosa è subito vinta dai carretti fumanti di hot dog e dai personaggi eclettici che la abitano.

Stravaganze durante il French Quarter Festival

Nola è sufficientemente grande per perdersi di vista e piccola quanto basta per rincontrare le stesse persone. Come il tipo che riesce a far restare immobile il suo cane; sdraiato a pancia in su, con le zampette che gli fuoriescono da una maglia blu, gli occhiali da sole, il cappello, le famose perline ed una birra vicino alla coda. Oppure, il signore col bastone e la piuma bianca sul cappello. Sotto la sua giacca a (ma anche sopra le) righe e le sue collane improbabili, è sempre in giro a regalare battute e a rubare sorrisi.
In questa Piccola Palermo, dove tutti (o quasi) hanno un nonno o un bisnonno siciliano (che è arrivato qui a bordo di una nave, in viaggio sulla rotta Palermo-New Orleans), i ritmi lenti fanno di Nola una delle città meno americane dell’America. Irrequieta ed eccentrica. Disinvolta e briosa.
Ma anche romantica: l’orchestra a bordo di Natchez ci culla sulle acque torbide del Mississipi, al riparo da topi muschiati e alligatori. Allontanandoci dal molo, in Via Toulouse, il battello a vapore, ci accompagna oltre il Huey P. Long Bridge, fino a salutare, lungo gli argini del fiume, la Caserma Jackson e quello che resta delle più suggestive Plantation House, con le loro coltivazioni di cotone, canna da zucchero e tabacco.

Huey P. Long Bridge

Non è mancato uno sguardo al passato, al 29 Agosto di undici anni fa. Nel Lower Ninth Ward, come anche nel limitrofo Bywater, la furia dell’uragano Katrina, nonostante il tempo trascorso, si lascia, in qualche modo, ricordare ma non più temere: il Musician’s Village, il New Orleans center for Creative Arts e la Louisiana Music Factory si sono rimessi in piedi. Contenitori di creatività straripante dai connotati afroamericani, che neppure la più grande onda di marea della storia ha potuto annegare.
I profumi forestieri che ho trattenuto anche solo per un attimo, le mani sconosciute che ho stretto, le lingue straniere che ho masticato, hanno fatto presto a farmi sentire a casa, come in tutte le volte in cui le sono lontana.
Siamo per aria già da un pezzo ed io ho colonizzato un posto vicino al finestrino. Al solito, le nuvole disegnano forme diverse ogni volta, e in questa, non potevano che avere quella dei campi di cotone.

Il battello a vapore Natchez

A proposito, il viaggio aveva un motivo. Era, più o meno, una storia d’amore. O meglio, una storia e basta. Una di quelle che finiscono ancora prima di iniziare. Ma quella, magari, ve la racconto un’altra volta.

Bourbon Street
Il signore col bastone e la piuma bianca sul cappello

 

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'