Una società bigotta e chiusa nel proprio egoismo. Una tradizione culturale segnata dall’impronta reazionaria del cattolicesimo. Un paesaggio naturale deturpato dalla stupidità dell’uomo. Uno stile di scrittura che insiste con foga ripetitiva sulle ossessioni del protagonista di nome Thomas. Il romanzo di Vitaliano Trevisan (I quindicimila passi, Einaudi Stile Libero, p. 155, e. 8,50) è profondamente debitore dell’opera di Thomas Bernhard. Il Veneto descritto nel libro è parente prossimo dell’Austria “infelix” del grande scrittore di Salisburgo. E Trevisan, con la sua spietata urgenza di mettere a nudo l’insensatezza che domina le azioni dell’uomo, non ce lo fa mai rimpiangere. Dedicato a chi ha ancora voglia di un libro “scomodo”.
Molte volte sono stato – anche questo si dice – a un passo dall’andarmene lasciando tutto dietro le mie spalle. A volte pensavo di togliermi la vita e di scomparire, altre volte di scomparire senza togliermi la vita. Più volte nel corso di questi dieci anni, e cioè dalla morte di mia sorella, avevo preparato una valigia, una sola, con la ferma determinazione di lasciare la mia casa, il mio paese (Cavazzale) e la nazione, ma all’ultimo momento quella valigia l’ho sempre disfatta. Ero arrivato addirittura a tenerla sempre pronta, la valigia, in un angolo del guardaroba, in modo da non dover perdere un solo attimo di tempo, nel momento in cui avessi deciso di andarmene. In fin dei conti, mi ero detto, non ha senso continuare a fare la valigia ogni volta che decido di andarmene, per poi disfarla non appena mi rendo conto che mi mancano le forze per andarmene veramente. Forse, mi ero detto, è proprio questo il motivo per cui non me ne vado: perdo troppo tempo a fare la valigia, la testa totalmente occupata dal pensiero della valigia, da quali capi di vestiario devo mettere nella valigia, in che quantità, in che modo, quali libri devo assolutamente portare con me, quali invece posso lasciare dietro di me, quali penne, quale spazzolino, quale dentifricio, le lamette o il rasoio elettrico? – se le lamette, allora la schiuma da barba, se il rasoio elettrico, niente schiuma -, andrò in un paese caldo oppure in un paese freddo? – se caldo, allora vestiti leggeri, se freddo, vestiti pesanti -, e questo e quello, se questo, allora quello, ma quello, allora questo, se quell’altro, quest’altro, oppure niente altro, ma sempre saltava fuori qualcos’altro, un nuovo problema, un nuovo dilemma, infiniti problemi per infiniti dilemmi, e di problema in problema, dilemma per dilemma, la determinazione viene meno e non parto. Molte volte non sono nemmeno riuscito a preparare la valigia, e anche quando, dopo infiniti sforzi, ero riuscito a prepararla, l’avevo subito disfatta. E non ero mai partito. Sempre, alla fine, ero restato, completamente sopraffatto dalla valigia e da una serie di dilemmi scaturiti dalla preparazione della valigia. Ma un giorno, ricordo, posi fine a ogni questione: preparai tre valigie di uguale formato: una per un paese caldo, una per un paese freddo, l’altra per dove ero. Misi le tre valigie aperte sopra il letto e una quarta, vuota, ai piedi del letto. Presi da ognuna delle tre valigie sopra il letto lo stretto necessario e lo misi nella quarta ai piedi del letto, componendo in questo modo una valigia per così dire ideale, una valigia che avrei potuto prendere in ogni momento per recarmi in un qualsiasi paese. Libri non ne avrei portati: impossibile fare una scelta e comunque, anche facendo una scelta ci sarebbero volute due valigie solo per i libri, dunque niente libri, pensai, al massimo il libro o i libri che sto leggendo nel momento in cui decido di prendere il largo. La valigia ideale, pensavo, la valigia che tengo sempre pronta. Ho deciso più di una volta di andarmene, di prendere il mare e andarmi ad arenare in qualche parte del mondo, la più lontana possibile da questa casa che a volte sembra soffocarmi. Più di una volta mi sono alzato dal letto e ho fatto colazione con l’idea che, appena fatta colazione, avrei preso dal guardaroba la valigia che tengo sempre pronta e me ne sarei andato da questo paese di merda e da questo stato di merda. In fin dei conti, pensavo in quei momenti, niente mi trattiene, niente e nessuno. E se niente e nessuno mi trattiene, e anzi tutto e tutti mi respingono, per quale ragione dovrei mai restare? Perché? , mi chiedevo, perché restare? perché resistere? perché, invece di sprecare incalcolabili riserve di energia al solo scopo di tenermi lontano e tenere lontana tutta la gente che popola il vicinato, perché, invece, non porre fra loro e me la maggiore quantità di spazio possibile? Me ne vado, mi dicevo, me ne vado, scompaio. Andarsene, dissi a un tratto ad alta voce, andarsene. Scomparire, urlai quasi, guardandomi nello specchio del guardaroba, scomparire. Ma non sono mai scomparso; non me ne sono mai andato. Mi sono arenato nei corridoi di questa casa, pensavo guardandomi nello specchio, mi sono impantanato e impidocchiato in questa casa. (…) Non ho mai avuto la forza di andarmene, lasciando tutto alle mie spalle. Non ho mai avuto la determinazione, la prontezza di spirito e in definitiva la necessaria spietatezza, per prendere quella valigia e, stringendola saldamente in mano, varcare la soglia di casa, incamminarmi verso la stazione e prendere il primo treno. Mio fratello, penso, mi ha colto di sorpresa. Andandosene dall’oggi al domani, senza nemmeno lasciare un biglietto, una spiegazione, qualcosa, tuo fratello ti ha colto nettamente di sorpresa e ti ha incatenato qui, pensavo uscendo di casa. Mio fratello ha colto l’occasione e se n’è andato senza alcun preavviso, pensavo, e andandosene così, senza alcun preavviso, mi ha colto assolutamente di sorpresa e mi ha paralizzato, mi ha reso infermo, mi ha reso incapace di compiere un’azione come la sua, azione che richiede una grande dinamicità di corpo e di pensiero, mentre io sono paralizzato, se non nel corpo, certamente nel pensiero. (…) O forse non sono affatto paralizzato, ma solo incatenato. Posso camminare e muovermi in tutte le direzioni, ma solo per la lunghezza della catena che mi stringe il cervello, paralizzandolo, inchiavardata all’estremità opposta alla soglia della casa di via Dante. In un certo senso sono paralizzato, pensai, dall’altro invece non sono affatto paralizzato, ma solo incatenato. Sono incatenato e mi sento paralizzato. E a paralizzarti, incatenandoti, pensavo attraversando il giardino ormai completamente in malora, visto che nessuno, da anni, se ne occupava più, è stato tuo fratello. Appena in strada presi subito a sinistra e dopo pochi passi (77), girai ancora a sinistra per via Roi, la via del marchese, il nostro caro marchese Roi, pensai. Il benemerito marchese Roi e la sua tessitura, dove per anni hanno lavorato le sue vittime, di lui attraverso la sua tessitura. Il caro nobiluomo che ci ha costruito il teatro Roi, caduto poi nel corso del tempo sotto le sgrinfie dei preti che, cattolicamente, l’hanno distrutto. I preti del resto, pensavo, distruggono sempre tutto. I preti ci distruggono tutto fin da quando siamo bambini, ci rovinano l’esistenza e non si fanno nessuno scrupolo di rovinarcela appena nati. Non passano che pochi giorni dalla nostra nascita, pensavo camminando, e già subiamo il trauma cattolico dell’acqua sulla testa. poi magari, proprio come è successo a me, veniamo mandati, senza tenere in alcun conto il fatto che mai e poi mai, noi di nostra volontà spontanea, andremmo in un posto del genere, veniamo mandati, dicevo, in un asilo di suore cattoliche. E queste suore cattoliche sono autorizzate, in qualità di suore cattoliche, a torturarci cattolicamente e a lavarci il cervello nella loro lavanderia cristiano-cattolica. Se poi, come è successo a mio fratello e a me, si frequenta questo asilo-lavanderia-cristiano-cattolico per due o tre anni di seguito, allora, pensavo per il resto della nostra vita saremo costretti a fare i conti con un’esperienza che resterà impressa in modo indelebile nel nostro corpo e nel nostro cervello, un’esperienza con la quale sempre e di continuo ci vedremo costretti a fare i conti e dalla quale il nostro sistema nervoso dovrà in continuazione guardarsi. (:..) …se si è costretti tutti i pomeriggi, nell’immediato pomeriggio, non appena terminato un pasto assolutamente schifoso, ad ammassarsi nel grande stanzone al seminterrato, per essere poi costretti a sedersi, in due file viso contro viso, separati da una fila centrale di banchi di formica, su una lunga e scomoda serie di panche di legno e, dopo avere appoggiato la testa, piegata da un lato, destro o sinistro non aveva importanza, sulle braccia conserte sopra il banco, si è obbligati a dormire, o comunque a stare assolutamente immobili con gli occhi chiusi per più di un’ora, tutto sotto la minaccia di uno strofinaccio bagnato che lei, la madre superiora, teneva nella mano destra, disteso, prontissima ad attorcigliarlo e a sbatterlo con forza sul banco del disgraziato che per sbaglio si era mosso…se la stessa madre superiora ti racconta la storia di Santa Lucia, pensavo, e si sofferma sul martirio di Santa Lucia, e con dovizia di particolari ti racconta di come le sono stati strappati gli occhi…se poi, cogliendoti di sorpresa, proprio come successe a mio fratello e a me e anche, questo devo proprio dirlo, a tutti i disgraziati che all’epoca andavano all’asilo delle suore, se poi, dicevo, senza alcun preavviso, la madre superiora fa entrare in aula una sua complice, vestita completamente di nero, con un velo nero a trama finissima che le copre intera la testa, con nelle mani un vassoio di peltro coperto con un drappo nero, e dice alla sua complice, da lei apostrofata come Santa Lucia, di avvicinarsi e di mostrare cosa ha portato, e all’improvviso con uno scatto della mano, toglie il drappo nero e ti fa vedere dei veri occhi già strappati, poggiati sul vassoio di peltro…Erano occhi di coniglio, mi dissero poi. Ma in quel momento io, e ancor più di me mio fratello, noi eravamo convinti che fossero occhi umani. Fissammo quegli occhi umani senza dire una parola, mio fratello e io, per molti minuti di seguito senza dire una sola parola, ricordo. Solo dopo alcuni minuti, trascorsi in immobile silenzio, riuscii a staccare gli occhi da quegli occhi staccati. (…) Sì, pensavo camminando, se siamo stati costretti a subire tutto questo e altro ancora, nel periodo di massima impressionabilità della nostra esistenza, allora, pensavo, non abbiamo scampo: tutto ciò che abbiamo subito ci accompagnerà poi per quanto vivremo, insepolto a maggiore o minore profondità, un granuloma nel cervello, un’infezione circoscritta ma sempre ben presente e pronta a scatenarsi, non appena abbassiamo la guardia, nei modi e nei luoghi più impensati, nel corpo o nella mente, ma quasi sempre nel corpo e nella mente, approfittando senza pietà di ogni più piccola debolezza del corpo e della mente e di ogni possibile circostanza esterna. Un’esistenza dominata da una malattia di cui siamo in grado di curare solo i sintomi, pensavo, sapendo bene che essa è comunque sempre ben nascosta dentro di noi, dentro di me, ben nascosta, una malattia. Sempre. (…) Avevo iniziato il conto dei passi, come di consueto, dalla soglia del cancello d’ingresso della mia casa di via Dante, esattamente al centro di un quartiere composto di vie con nomi di scrittori, e questo certo non è un caso. No, pensavo, i nomi non si devono mai sottovalutare, e certo essi non possono non avere avuto un’importanza determinante nella nostra vita, di mio fratello e la mia. I nomi sono determinanti, pensavo, questo è un dato di fatto. Avrebbe potuto essere via Leopardi, oppure via Petrarca, e in tutte e due i casi non mi sarebbe dispiaciuto; oppure via Fogazzaro, e mi sarebbe dispiaciuto; oppure via Manzoni, eventualità che avrebbe portato a un dispiacere ancora più grande. Per non parlare poi se la mia via fosse stata una delle innumerevoli via Aldo Moro!, via che non manca in nessun paese della provincia, di questo sono assolutamente certo, né in nessun paese d’Italia, cosa che mi sento di dire anche senza averne l’assoluta certezza. In tutti i nuovi quartieri residenziali proliferati, e a tutt’oggi proliferanti, nell’intera provincia di Vicenza, una via Aldo Moro non manca mai, e se non c’è una via Aldo Moro senz’altro c’è un viale Aldo Moro; in mancanza del viale una piazza, e se una piazza non c’è allora una piazzetta, un largo uno slargo uno stretto, una contrà, un vicolo, una stradella, un viottolo, magari un sentiero, ma Aldo Moro. Di fronte all’eventualità di una via Aldo Moro, per una personalità come la mia non ci sarebbe altro rimedio che il trasloco. No, penso, una via Aldo Moro non l’accetto, e non l’avrei accettata, a una via Aldo Moro reagisco, e avrei senz’altro reagito traslocando non appena se ne fosse presentata la possibilità, e anzi farei, e avrei fatto, di tutto per far sì che questa eventualità si presentasse, e si fosse presentata, il prima possibile. Questa proliferazione di vie Aldo Moro e soprattutto i motivi che stanno dietro questa proliferazione di vie Aldo Moro e in definitiva lo stesso concetto di una via Aldo Moro, mi irritano indicibilmente ogni qualvolta mi imbatto, nel corso dei miei spostamenti attraverso e fuori il bosco di roveri, in una via Aldo Moro. E fuori e dentro il bosco di roveri, in cui pure esiste una radura (2571 passi verso Nordest il suo centro), dove ci si può stendere all’ombra di cedri giganteschi, una via Aldo Moro non manca mai, penso.
