Il film: Una separazione di Ashgar Farhadi

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Non bisogna andare in Iran per trovare situazioni di ordinaria incomprensione familiare come quelle mostrate nel bel film di Ashgar Farhadi "Una separazione".

Non bisogna andare in Iran per trovare situazioni di ordinaria incomprensione familiare come quelle mostrate nel bel film di Ashgar Farhadi Una separazione (Jodaeiye Nader az Simin – Nader and Simin. A Separation). Ma l’ambientazione della vicenda in un paese così diverso dal nostro suscita un interesse e degli stimoli che vanno ben oltre la separazione di una coppia.

Orso d’oro a Berlino nella recente Berlinale 61, il film arriva ora al pubblico italiano, che dello stesso regista aveva apprezzato un precedente film del 2009 About Elly (Darbārehye Elly). La storia per grandi linee è sovrapponibile. Vi si tratta della classe media agiata di Teheran, dove un fatto apparentemente banale innesca una progressione drammatica di eventi, che viene condotta stavolta con grande maestria.

Più maturo Farhadi – ancora nel duplice ruolo di sceneggiatore e di regista – rispetto al film precedente, anch’esso eccellente nel tratteggio dell’ambiente e dei rapporti interpersonali, ma con troppi personaggi e dialoghi, in una vicenda ai limiti del surreale.

In Una separazione il tema della coppia è più universale e condivisibile; i personaggi sono precisamente individuati e tutta la storia è più credibile.

La trama è semplice, anche se progressivamente si complica.

Una coppia – Simin, la donna, insegnante e Nader, l’uomo, bancario – si presenta davanti al giudice (e agli spettatori) per un’istanza di separazione. Lei ha ottenuto il visto per l’estero per tutta la famiglia: loro due e la figlia di 11 anni, Termeh. Il visto ha una validità limitata, di soli quaranta giorni; bisogna decidere in fretta. Ma lui ci ha ripensato, non vuole seguirla. Dice che non c’è niente nel paese che non va, e che lui deve badare al padre vecchio e malato di Alzheimer. Il giudice non ritiene le argomentazioni della donna motivo di separazione, ma malgrado ciò la donna va via da casa; torna nella casa materna, lasciando soli il marito e la figlia che ha deciso di rimanere con lui.

L’uomo è così obbligato a prendere una ‘badante’ per il padre anziano. Ingaggia per ciò una madre di famiglia in una situazione di bisogno – Razieh – che accetta l’incarico senza dire niente al marito, disoccupato, depresso e pieno di debiti.

Il lavoro per la donna non è facile: si disbriga come può, accompagnata sul lavoro dalla figlioletta di 4 anni, e alle prese con alcune necessità corporali dell’anziano, che le pongono anche problemi morali a causa della sua stretta osservanza religiosa. Raziieh commette un errore; lascia per un momento il vecchio senza sorveglianza e deve andarlo a recuperare per strada. Scoperta il giorno dopo, di nuovo per aver lasciato da solo l’anziano, viene licenziata e trattata molto duramente da Nader, che la accusa di inadempienza e di furto, e nel tentativo d spingerla fuori di casa provoca una sua caduta per le scale.

La cosa si complica, perché la donna viene portata all’ospedale, è sottoposta ad una interruzione di gravidanza (era al quarto mese e mezzo) e Nader, il datore di lavoro, torna davanti al giudice con un’accusa di omicidio. Un punto cruciale è se fosse o no a conoscenza della gravidanza della donna, a suo dire celata dal chador.

Già qui la storia travalica la separazione di una coppia e si allarga ad una problematica più ampia. Ai rapporti all’interno della famiglia, alla forzata crescita della ragazzina costretta ad una presa di coscienza e a delle scelte; ma anche alle divergenze tra la classe agiata e quella popolare; tra modernità (benessere, desiderio di emancipazione) e tradizioni (superstizione, regole islamiche).

È nello sviluppo drammaturgico della vicenda che il talento dello sceneggiatore- regista emerge e che noi spettatori (occidentali!) riusciamo a cogliere gli aspetti più interessanti.

Si conferma la predilezione del regista per i dialoghi, e una certa sua ‘simpatia’ per le donne della storia: esposte in prima linea; coraggiose, determinate. Un uso dello spazio ravvicinato, quasi claustrofobico ed una città verticale, senza mai uno scorcio panoramico o spazi aperti.

Un bello spaccato di una società, pur tanto diversa dalla nostra, in cui entriamo più facilmente grazie ad oggetti e comportamenti in comune: automobili, traffico, cellulari, burocrazia. Ma per altrettanti versi è una cultura diversa; per la profonda religiosità venata di superstizione, l’esistenza di un forte ‘senso etico’; la presenza di una specie di Consiglio dei Saggi di quartiere per dirimere le questioni del vivere comune. E altro ancora…

…La gestualità e le distanze: sono di tipo orientale, come ci ha insegnato la ‘prossemica’, la disciplina che studia lo spazio e le distanze all’interno della comunicazione, sia verbale che non verbale. Alcuni popoli letteralmente ‘si stanno addosso’: come nella scena in cui i contendenti ‘assediano’ il giudice; inconcepibile da noi. Malgrado ciò, nel trattare della separazione di una coppia, la rappresentazione dei sentimenti tra Simin e Nader è a dir poco ‘trattenuta’. Mai un contatto tra i due, neanche uno sguardo d’affetto. La ragazzina Termeh piange e abbraccia la madre; Nader nel ruolo di figlio si lascia andare ad un momento di sconforto sulle spalle del vecchio padre; ma tra i due coniugi nulla! Anche a ragion di ciò l’empatia dello spettatore ‘occidentale’ non si stabilisce né con la donna né con l’uomo; egli si trova piuttosto nel ruolo del giudice esterno. La realtà è complessa, ma il film non mostra solo verità soggettive; il filo della vicenda si dipana e si chiarisce, e sarà questa verità a guidare la scelta della ragazzina nel finale.

 

Gli attori sono eccezionali. Anche la bambina e la ragazzina; in nessun momento si ha la sensazione di essere in un film e non nella vita reale. Molto bravo anche il vecchio con l’Alzheimer.

Il finale del film certo farà discutere. Ovviamente non si può rivelare, ma alcune cose generiche al riguardo si possono dire.

Che ci sono le storie vere, in cui un epilogo c’è stato, nella vita reale, e lo spettatore vuole conoscerlo. Diverso il discorso per le storie di fantasia… C’è un finale dello spettatore, che tira le fila degli indizi disseminati lungo tutto il film e li porta alla logica conclusione. E c’è un finale del Regista, che certo include le sue scelte artistiche ma anche altre ragioni, ivi incluse quelle ‘di botteghino’ e anche ‘la ragion di stato’. In un regime repressivo, come quello in cui il nostro film è stato generato, quest’ultima non è da sottovalutare.

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