Brian Fawcett – Cambogia (Instar libri)

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Il libro di Brian Fawcett è, secondo l’autore, “un saggio, un racconto, un romanzo breve, una requisitoria, un poema, un’invettiva: qualsiasi cosa necessaria all’argomento che voglio trattare”

Il libro di Brian Fawcett è, secondo l’autore, “un saggio, un racconto, un romanzo breve, una requisitoria, un poema, un’invettiva: qualsiasi cosa necessaria all’argomento che voglio trattare” (Cambogia, traduzione di Valeria Viganò, Instar Libri, pp.212 e. 14,80). E l’argomento è il genocidio; quello del popolo cambogiano, ad esempio, che ha riguardato almeno due milioni di persone uccise dai khmer rossi nell’arco di pochi anni. Oltre al genocidio vero e proprio però, che riguarda la soppressione fisica dell’individuo, ce ne è un altro non meno importante (non a caso i due argomenti vanno di pari passo nel libro, le cui pagine sono composte da un testo e un “sottotesto”). Il genocidio cioè del “pensiero individuale” che viene quotidianamente ucciso dal “Villaggio globale”, dai media, cioè, che sostengono invece un “unico modo di pensare, di consumare, di divertirsi”. E così l’individuo scompare nella giungla della società di massa, apparentemente meno violenta di un khmer rosso ma non per questo meno pericolosa.

Hai appena lasciato l’autostrada per entrare in una moderna area di servizio. È dall’alba che guidi. Sei stanco, la macchina è in riserva e tu hai una certa fame. Mezzogiorno è passato da poco, e la giornata è di quelle orribili, molto più frequenti oggi di un tempo, senza sole né pioggia, solo nuvole piatte che vanno da un orizzonte all’altro, quasi il clima non esistesse più.

Mentre accosti alla pompa, freni e spegni il motore, provi una sensazione d’irrealtà. Non ricordi dove sei. Ti guardi intorno, ma la cosa non ti aiuta. Nulla che tu non abbia già visto altrove. L’automobile ti ha intorpidito dalla punta dei piedi al culo, e su fino al cervello. Sospetti un problema allo scarico, forse sei stordito dal monossido di carbonio. Poi ti accorgi che il veleno ha un’origine diversa.

La tua mente sta ancora peggio del corpo. È intrappolata in uno strano groviglio di messaggi iconografici: Gulf, Pepsi, Speedy Muffler King, Burger King. Avrai superato venti o trenta autogrill da quando sei partito. Eppure non riesci a capire dove ti trovi, perché la tua facoltà di connettere pensieri, e utilizzare parole per formularli, sembra avere lasciato il posto a uno sgradevole ronzio che ti sta trapanando la testa. Ti scrolli, come per sbloccare l’afasia, e per un attimo ne intravedi la causa.

Per tutta la mattina hai viaggiato in una specie di congegno antimemoria. Hai presente quella specie di enciclopedie che nel Medioevo chiamavano “teatri”? Erano paesaggi mentali che aiutavano gli uomini a ricordare chi e che cosa erano, dove si trovavano, quale tipo di relazione li legava agli altri, alla natura e a Dio. Quello che hai appena attraversato è l’esatto opposto. Nessun Dio, nessuna natura che non sia asfaltata, intorno soltanto gente incapsulata come te in un’auto o nella propria identità di consumatore. Il congegno antimemoria continua a bombardarti d’immagini che ti dicono cosa comprare, cosa è alla moda. E intanto logora ogni consapevolezza di te stesso, del luogo in cui sei e in cui vuoi andare, convincendoti che sei come chiunque altro e che tutti i posti sono uguali.

Benvenuto sul Pianeta Grandi Marche, qui ogni immagine è un consiglio per gli acquisti: dove mangiare, dove dormire, dove far benzina e comprare nuovi accessori per l’auto. Ma tu non reagisci come dovresti. Spasimi per qualcosa di unico, di vagamente imperfetto, qualcosa che non richieda un consiglio d’amministrazione o una strategia di profitto, qualcosa, qualsiasi cosa, che si trovi solo ed esclusivamente lì dove la vedi. Stamattina hai incontrato così poca unicità che un settore anestetizzato del tuo cervello sta addirittura mettendo in dubbio la realtà del desiderio.

Il “mostro”, concludi scacciando il tarlo, è l’autostrada. No, ancora peggio. È l’intero Nord America. Circonda te e questo piccolo pianeta; tu te ne accorgi e ti senti indifeso.

E ogni giorno diventa più malvagio. Più invadente. Stanotte, quando scenderai in un motel, ti addormenterai con gli stessi programmi televisivi che trascinano in un temporaneo oblio milioni di altre persone subissate tutto il giorno dagli assalti delle identiche marche che hanno assalito te per tutta la mattina. È un attacco subdolo, naturalmente. Almeno finché non ti accorgi che sei stato colonizzato e soggiogato.

Qualcuno dice che questa è la nuova democrazia: tutti godono della stessa varietà di prodotti. Ma tale comunanza non è molto rassicurante. La democrazia non dovrebbe fondarsi proprio sulla differenza e sul rispetto della differenza? In fondo il mondo è bello perché è vario. Fare parte del “popolo” non dà più il brivido alla schiena come un tempo. L’unica cosa che ancora spartisci con il prossimo sono le tue preferenze di consumatore. Una volta, se ben ricordi, potevi condividere valori, progetti di vita, esperienze. O almeno così pareva. Comunque, il mondo che hai attraversato stamattina non è condivisibile. E nemmeno sperimentabile. L’esperienza un processo a doppio senso, dove ognuno influenza ciò da cui viene influenzato. Come dovrebbe essere la democrazia. Non puoi interagire con il televisore o con un Big Mac. Puoi solo accettarli o rifiutarli. Antidemocrazia, antimemoria.

Siamo alle solite. Non sei ancora sceso dalla macchina e sei già incazzato. Contrai il volto in una smorfia ironica. Anche parenti e amici ti rimproverano di essere ipercritico. Fregatene, dicono. Pensi troppo.

Una volta t’inorgogliva sentire queste cose. Ma oggi pensare è una fatica. Era l’unicità del mondo materiale a rendere piacevole il pensiero, ora non è rimasto nulla di simile che valga lo sforzo. Alle tue spalle e davanti ai tuoi occhi solo l’autostrada, e le marche dei prodotti: boing, boing, blip, blip.

I tuoi presunti alleati naturali – architetti, urbanisti, intellettuali, anarchici – sono di scarso conforto. Sembrano voler purificare il mondo di ogni unicità incontrollata, proprio come i manager e i pubblicitari che stanno imponendo questo deserto. Quello che tutti vogliono è vedere un miliardo di universi semoventi, ciascuno nel proprio vuoto pneumatico ben sigillato. Rimproveri i tuoi alleati perché si sono arresi, ma loro ti guardano con disprezzo e ti accusano di essere un dinosauro.

Un benzinaio in uniforme si avvicina con il suo bel sorriso aziendale stampato in faccia. Scendi dall’auto e gli dài le spalle, stiracchiando i muscoli intorpiditi mentre ordini il pieno con voce neutra. Poi ti trascini fino all’autogrill, diviso tra il desiderio di essere un Tyrannosaurus rex e la consapevolezza di appartenere a una razza ben inferiore. Sei solo uno dei tanti dinosauri a becco d’anatra, un erbivoro sdentato, e probabilmente stai cercando uno stagno tranquillo e pieno di ninfee da mangiare. Sei depresso e deprimente. Staresti benissimo nella parte.

Ti sei fermato qui perché c’è anche il ristorante. Arrivi alla porta, la apri ed entri. Negli ultimi giorni hai già visto lo stesso locale in almeno una dozzina di altre stazioni lungo l’autostrada. Ricordi perfino il menù a memoria, però quando ti siedi al tavolo lo chiedi, perché sei un dinosauro ottimista.

Non hai avuto fortuna. Ordini con riluttanza i soliti grumi di pollo disidratato, pressati in blocchetti fritti e rifritti. Li chiamano Chicken Delights. O NuggetzaChicken. Oppure Chicken Strips. Chi se ne frega del nome. È Pollo Universale.

Il tuo pollo è morto mesi fa in un anonimo impianto di lavorazione alimentare a migliaia di chilometri da qui. È cresciuto in batteria, senza mai vedere la luce del sole. Appena ha raggiunto peso e taglia adeguati è stato sventrato e, ancora in preda agli spasmi, immerso in una vasca d’acido che gli ha dissolto le piume e disarticolato lo scheletro. Poi la carcassa è stata smembrata da un’enorme macchina che separa la macchina dalle ossa con velocità ed efficienza sorprendenti. È possibile che in questo momento il tuo cane ne stia mangiando gli scarti in cucina, ed è probabile che il fertilizzante ottenuto dalle ossa e dalle piume si trovi a bordo di una nave diretta nel Terzo Mondo. Se non è così, sarà qualcosa di altrettanto lugubre e depollizzante.

Sorridi amaramente della tua spiritosaggine, e fai altrettanto quando la cameriera ti annuncia orgogliosa che il pollo sarà pronto in meno di cinque minuti. La cosa ti lascia indifferente. Sai benissimo come fanno. Tirano fuori dal congelatore una porzione preconfezionata e l’affogano in un intruglio bollente d’olio di arachidi o di colza e grasso bovino deodorizzato. Anche qui è stata eliminata ogni differenza.

Ti guardi attorno in cerca dei servizi. Hai giusto il tempo di fare pipì e darti una rinfrescata prima che arrivi il pollo. (…)

Ma appena ti avvicini alla porta del bagno, un omone grande e grosso con un giaccone di panno a scacchi ti taglia la strada. Sembra arrabbiato, e per un attimo temi irrazionalmente che voglia pestarti. Forse è uno di quegli ex marine impazziti di cui parlano i giornali. Oppure ti ha letto nel pensiero e non sopporta le tue stronzate deprimenti. O magari ce l’ha con te solo perché sei forestiero. Fai un rapido calcolo difensivo: lui è un po’ più grosso di te, ma tu sei più giovane e sembri più in forma, nonostante la giornata.

Non ti assale. Ha solo bisogno di pisciare, come te. Anzi gli scappa proprio; lo capisci quando ti spinge via e spalanca la porta. Nel bagno ci sono due orinatoi, e ti ritrovi spalla a spalla con lui mentre vi tirate giù la cerniera. Sarà la comunanza delle vostre intenzioni, fatto sta che non ti viene più.

In realtà tu sai perché. È uno strano fenomeno che talvolta accade agli uomini negli orinatoi pubblici. Dipende da un effetto ottico molto semplice: un oggetto visto dall’alto appare sempre più piccolo di quanto non sia in realtà. Questa caratteristica della percezione visiva ha dato origine a ogni sorta d’imbecillità maschili. Ce l’hanno tutti più grosso di te.

Alcuni reagiscono diventando violenti. Ecco perché la maggior parte delle risse nei bar si scatenano vicino ai gabinetti maschili. Altri però riescono a controllarsi. Semplicemente si bloccano. È quello che di solito succede a te. Ed è quello che ti sta succedendo adesso. (…)

Di solito il tipo che ti sta accanto conosce il tuo travaglio e ride di te, silenzioso e sprezzante. Svuota la vescica senza problemi, mentre tu ascolti e ti vergogni. E quando se ne va, devi sopportare il suo ghigno di scherno.

Stavolta, invece, il tuo vicino è diverso. Nonostante il giaccone a scacchi e il fisico da marine non rispetta la regola. Ve ne state spalla a spalla mentre scorrono i secondi, vibrando come impianti di irrigazione con una bolla d’aria nel tubo. Ormai è una gara a chi la fa prima, così ve ne state in posizione, pateticamente concentrati, le vene del collo e della fronte gonfie per lo sforzo.

Niente da fare. Sei inchiodato. Anche al tuo rivale non va meglio, e la situazione comincia a sembrarti divertente. Certo, anche questa è una tattica. Se ti rilassi abbastanza da ridere, magari la tensione si spezza. (…)

Allora fai appello alla tua forza di volontà e alla tua astuzia e te la ridi in silenzio. Niente da fare. Non viene. L’innesco si nasconde da qualche parte nel tuo cervello, è lì fin da quando eri piccolo. Si fa beffe di te, evidentemente. Ma tu non sei più un bambino. Sei un uomo. Non puoi farti prendere in giro così, per Dio, e in un impeto di energia matura e asessuata ti chiami fuori. Abbandoni il gioco e l’orinatoio. All’inferno. Tiri su la cerniera e lasci l’altro da solo, a sforzarsi. Vai al lavandino, ti lavi e ti asciughi le mani, poi ti dirigi tranquillo alla porta. Ti senti adulto e padrone di te. Non dovevi pisciare, ecco tutto. Forse non piscerai mai più.

Torni al tavolo e ti siedi, ancora sicuro di te. Subito riappare la cameriera con il Pollo Universale. Il piatto ha lo stesso aspetto che aveva a Seattle, a Winnipeg o ad Akron, nell’Ohio. Ha un sapore così scialbo che ti sembra di fare il pieno, non di mangiare.

Esatto! È proprio ciò che vogliono i malefici inventori del Pollo Universale: convincerti che non sei diverso da una macchina, da un’automobile. Ecco lo scopo di questa dannata messinscena. Per loro non sei neanche un dinosauro, sei una Buick del ’56. Quei bastardi trovano il modo di trasformarti in un congegno meccanico almeno dieci volte al giorno. E probabilmente, nel cupo futuro verso cui avanziamo, le strategie di autocoscienza che metti in atto per difenderti saranno considerate superflue quanto le pinne su un’automobile. Oppure sovversive. Se già non lo sono. Forse i computer della polizia stanno già raccogliendo dossier segreti su consumatori disamorati come te. Il cinismo del consumatore, come la libertà di memoria, è troppo imprevedibile e anarchico. Chi ne è affetto è nemico dell’autogestione, della struttura socioeconomica e dell’industria automobilistica. Dio se sei noioso. (…)

Cominci a giocare con i blocchetti di Pollo Universale. Vedi, ti dici, spingendone uno in mezzo al piatto, ce l’hanno con tutto ciò che non è standardizzato. Vogliono spezzare il tuo sistema nervoso, perché l’unicità è uno stimolo neurale. Fa sì che la gente pensi. Invece di affidarsi a un limpido (e pertanto controllabile) ordine esteriore, i liberi pensatori si creano bizzarre abitudini e convinzioni personali che li rendono inefficienti come consumatori di merci. E tu sei della specie peggiore. Scegli solo cose difettose o rovinate. Ti piacciono le mele ammaccate e i tipi strampalati. Ami la scomodità e le tortuose strade di campagna. Tu non andrai da nessuna parte.

È vero. Ecco perché sei qui, seduto in un autogrill a condividere l’omogeneizzata e pastorizzata umiliazione della materialità. Le caccole ultrafritte di Pollo Universale davanti a te non assomigliano a nulla, se non a una viscida riedizione del brodo primordiale. E tu ingolli come ogni altro consumatore imbecille. Sei una vera minaccia.

Concludi il pensiero inghiottendo il penultimo boccone di Pollo Universale. Sei in uno stato di disperazione quasi suicida, e cerchi un appiglio per resistere a questa soverchiante congiura che vorrebbe privarti dell’immaginazione e della volontà. Tutto quel che puoi fare è rifiutare l’ultimo pezzo.

Lo spingi fuori dal piatto sul tavolo, finché cade sul pavimento. Quando alzi lo sguardo, soddisfatto del tuo minuscolo gesto di protesta, vedi la cameriera che ti fissa con aria interrogativa. La ignori, e i tuoi occhi perlustrano di nuovo il ristorante in cerca di un’imperfezione. Va bene una cosa qualsiasi, purché unica: un vetro rotto, una crepa nell’intonaco.

Non c’è niente. Le cameriere sono in uniforme, i benzinai sono in uniforme, tutto il locale è stato concepito per dare un’impressione di piatta familiarità. Ogni maledetta cosa in questo scenario è vuota, salvo il serbatoio della tua auto e il tuo stomaco. Ah già! Anche la tua vescica.

La tua piccola lite con te stesso ha allontanato ogni tensione e adesso senti uno stimolo urgente. Paghi il conto, metti in tasca la ricevuta e infili la porta del bagno, pronto a tirare giù la cerniera e farla in un sol colpo.

Quello con il giaccone a scacchi è ancora lì, in piedi davanti all’orinatoio.

Senti un’ondata di piacere che spazza via all’istante ogni malumore. È un’emozione così forte che quasi perdi il controllo della vescica. Ti avvicini al tipo soffocando una risatina. Azzardi un’occhiata e vedi che è esausto, con la faccia segnata da una tensione e uno sforzo ormai epici. Lui si gira, gli occhi smarriti e pieni di vergogna, e tu vieni sopraffatto dalla compassione. Per la prima volta hai il coraggio di rivolgere la parola al tuo vicino di orinatoio.

– Tempo schifoso, vero? – domandi fissando discretamente il muro di fronte.

Prima che possa risponderti, rilasci la vescica e, incapace di trattenere la sensazione di benessere, ti volti verso di lui e gli sorridi dritto in faccia. Le conseguenze sono imprevedibili.

Con un sospiro di sollievo comincia a pisciare anche lui. Ti restituisce un sorriso pieno di gratitudine. Dopotutto l’hai salvato dall’indecoroso destino di passare il resto della vita in un gabinetto nel mezzo della campagna desolata. Poi, quando il sollievo lo fa tornare in sé, riporta lo sguardo al muro.

– Sì, – risponde freddamente – un vero piscio.

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