Un sogno di scrittore: Il bambino della città ghiacciata di Olle Lönnaeus – ed. Newton Compton

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Manca mezz’ora alla presentazione in Italia di questa nuova crime story svedese. Per ammazzare il tempo dell’attesa, potrei mettermi a curiosare tra gli scaffali della libreria Notebook all’Auditorium di Roma, sede dell’evento. Non lo faccio. Mi siedo invece sul primo gradino del piccolo anfiteatro in fondo alla libreria.

Manca mezz’ora alla presentazione in Italia di questa nuova crime story svedese.

Per ammazzare il tempo dell’attesa, potrei mettermi a curiosare tra gli scaffali della libreria Notebook all’Auditorium di Roma, sede dell’evento. Non lo faccio. Mi siedo invece sul primo gradino del piccolo anfiteatro in fondo alla libreria.

Nonostante l’ottima traduzione, ho dei dubbi sulla mia capacità di capire il romanzo scritto in una lingua per me sconosciuta. Forse sarò fortunato se riuscirò a cogliere nell’autore qualcosa che me lo avvicini.

Dopo qualche minuto, un uomo si materializza al centro dell’anfiteatro.

Stempiato, non biondo, magro. In pantaloni scuri e camiciola chiara aperta al collo scesa sui pantaloni. Si guarda intorno sorpreso che ancora non ci sia gente. Si avvicina a un tavolo su cui c’è un cartone colmo di copie in italiano del suo romanzo del quale si parlerà tra poco. Ne prende una copia.

È solo con il suo libro. Lo guarda, osserva attentamente la grafica di copertina. Ad essa è affidata la comprensibilità delle sue parole scritte in  lingua italiana. Gira lo sguardo per il salone. Nei suoi occhi un vivo luccichio che  fa trasparire ansia, consapevolezza interiore del momento e forse anche un tantino di sfida. Rapido battito di ciglia non appena si accorge di me.

Anche io ho tra le mani una copia del suo libro. Lui sbircia di scatto l’orologio che ha al polso, più per  coprire l’attimo di defaillance che ho colto nel suo atteggiamento, che per la noia dell’attesa e mi sorride.

Eccolo lì, solo con la sua Tomelilla e i suoi personaggi che aspettano di poter parlare in una lingua diversa a gente mediterranea abituata al sole e distante più di mille miglia da quella città ghiacciata del Nord Europa.

Lui è l’uomo il cui sogno è statoquello di creare un mondo” comprensibile da tutti. Il sogno degli scrittori. Legittimo e doveroso. Si tratta solo di una tecnica conoscitiva che si usa in altre branche del sapere e delle scienze, ma non posso fare a meno di chiedermi se Lonnaeus non sia  stato un po’ troppo ambizioso. In verità, il romanziere  è, per definizione, un creatore di universi paralleli ma nel nostro caso occorre attendere un attimo prima di azzardare qualsiasi giudizio.

 

L’idea che regge il romanzo è semplice. Un uomo  da bambino si porta dentro il marchio di estraneo ricevuto a  Tomelilla, il posto in cui ha vissuto la fanciullezza e la prima puerizia, perché figlio di una straniera reietta ed espulsa da quella  piccola città svedese ove era finita non si sa come. Vi ritorna in cerca di quella madre e di ogni indizio  che possa consentirgli di non sentirsi più estraneo e sradicato né lì né altrove.  Tema dalle mille facce svolto in mille modi in ogni parte del mondo. Sempre attuale ma che da noi è a rischio noia in forza dei tanti casi che la cronaca degli ultimi anni ci ha portato in casa con i gommoni in Adriatico e i barconi nel Canale di Sicilia.

Il romanzo è una ricerca della città dell’infanzia ( anni ’60 – ’70) del protagonista nella Tomelilla di oggi per dare una risposta all’interrogativo che lo tormenta.

Il protagonista stenta a ritrovarsi nella Tomelilla 2009 ove è stato costretto a ritornare. Non riconosce più l’angolo di città fatto di case in eternit tra il macello e la pizzeria  Bella Napoli prima inesistente ove si fronteggiano socialdemocratici e metallari dalle teste rapate, falsi epigoni nazifascisti. Chi sono? Cosa vogliono?

Vorrebbe ordinare in uno schema quei tipi, ma non ci riesce. Meglio approfondire passo passo la ricerca ricostruttiva del suo ambiente scolastico e dei suoi rapporti con il fratellastro Klaus e il suo gruppo.

Perché la madre l’ha lasciato solo quando era un bambino di appena sette anni? Evento atroce, incomprensibile, che il bambino non accettò e subì come un’ingiustizia che lo obbligò a vivere da figlio adottivo in una famiglia da cui scappò non appena poté.

Da qui tutta una serie di interrogativi. Tomelilla è  una città del settentrione del mondo inventata solo per far da set all’azione dei personaggi della storia narrata, oppure no? Che tipi sono i suoi abitanti? Come vivono, come si comportano di fronte ai grandi e universali problemi del vivere insieme? Fino a che punto le condizioni climatiche incidono su di essi?

Leggo l’incipit del romanzo e sono preso dal fraseggio chiaro che invita ad andare avanti. Ho la sensazione che i personaggi del libro non siano solo figurine di carta.

Alzo gli occhi dal libro, guardo l’autore, sorrido per fargli intendere che posso entrarci in quel suo mondo. Sorride anche lui. Fa un passo nella mia direzione, ma arrivano le ragazze dell’organizzazione ed è risucchiato nel loro cicaleccio in inglese.

L’antefatto che innesca la narrazione è costituito da due telefonate. La telefonata di una ispettrice di polizia che comunica a Konrad Jonsson, protagonista del romanzo, la morte violenta di Herman e Signe, suoi genitori adottivi, seguita da un’altra telefonata di un avvocato che lo informa dell’esistenza di una grossa somma di denaro da spartire tra lui e Klaus, il figlio naturale della coppia.

Le due notizie obbligano Konrad a ritornare nella casa ove si era sentito estraneo, a Tomelilla, il posto da cui era partito per non più ritornarvi e ove, ancora una volta, si accorge di essere sempre un estraneo straniero e, per questo, sospettato dell’omicidio dei genitori adottivi.

 

Konrad comincia così un viaggio a ritroso, fisico e nella memoria, per dimostrare la sua innocenza che non è certamente nuovo come tema narrativo ma che, nel romanzo, diventa interessante perché pagina dopo pagina si trasforma in una indagine criminale il cui senso morale non sta solo nel bisogno di fare giustizia in astratto, ma anche in quello più concreto di riappacificare un figlio con la madre che lo ha abbandonato bambino.

 

Che tipo di crime story è il romanzo?

L’autore ha scelto di scrivere una storia criminale senza indulgere a macchinosità nella struttura e/o a scene di violente sparatorie.

La storia è inquadrata tra un prologo e un epilogo. Il prologo mostra le circostanze drammatiche nelle quali scompare una donna, Agnes la madre di Konrad, che in cerca di pace e sicurezza per se e il suo bambino ferisce un uomo, crede di averlo ucciso e fugge con in mano un  coltello insanguinato.

L’epilogo che conclude il romanzo e la storia narrata, vede il protagonista nel cimitero di Tomelilla, appagato per essere riuscito a dare degna sepoltura ai resti di sua madre, e contento per aver ritrovato se stesso e la certezza di non essere più straniero nelle braccia di una donna, Gertrud, anche senza avere in tasca nemmeno una corona dei soldi lasciati dai genitori adottivi.

 

Il tono del linguaggio narrativo è dato dalla diversità variamente coniugata che puntella anche il gioco tra climax e anticlimax che movimenta il narrato.

Il contesto spazio temporale del romanzo è una galleria di certezze e dubbi che ne costituiscono la struttura.

Si  parte dal titolo e dalla figura di un ragazzo in cappuccio di pelliccia che lasciano intendere al lettore che sta per entrare in un posto tanto freddo che

più non si può e, invece, il romanzo comincia e finisce  nel breve tempo della mezza estate di Tomelilla.

Su questo stesso principio di vero/falso è organizzato anche il sistema dei personaggi e delle loro azioni. Questo è anche il filo conduttore che nella sua ricerca della verità muove il protagonista cosciente di essere innocente dell’omicidio di Herman e Signe. Konrad , per dimostrare la propria estraneità al delitto, è costretto a confrontarsi e scontrarsi con personaggi della Tomelilla di oggi e della sua fanciullezza. Tutti sono accomunati da un velo, che non è azzardato definire omertoso, per nascondere l’odio atavico verso il forestiero che ha spinto a commettere crimini rimasti impuniti e che, nel presente, crea diversivi fuorvianti per la  polizia che indaga sulla morte sanguinosa dei due vecchi.

 

Perché tanta acredine contro chi arriva da fuori a Tomelilla?

L’autore fa un balzo indietro nella  Storia e  attribuisce tutto ai residui della cultura nazifascista che era penetrata anche in Scandinavia durante gli anni ’40, che sopravvive ora solo come tratto caratteriale di alcuni come avviene nel caso  dell’antagonista e dei suoi aiutanti .

E così una donna polacca scampata a Auschwitz, un bambino figlio di prostituta straniera, uno zingaro sono le vittime  emblematiche di gente di Tomelilla ignorante, abbrutita dall’alcool e imbarbarita dal mito nazista coltivato in segreto.

Un altro aspetto del gioco a rimpiattino tra realtà e apparenza è quello che investe Konrad, il protagonista, allorché è costretto a chiedersi perché Herman e Signe lo hanno accolto pur avendo già un figlio, Klaus, più grande di lui.

Compare qui la credenza religiosa dei due coniugi luterani che li porta a considerarsi persone destinate a prendersi sulle spalle ogni genere di colpa.

L’accettazione di Konrad bambino nella loro famiglia è da essi considerata doverosa.

E un prezzo per colpe che rimangono indefinite per parecchie pagine.

Colpe di chi? Lo scoprirà il lettore con Konrad al momento in cui il romanzo si conclude.

La conclusione  è ben preparata dalla coerenza dei personaggi e dal susseguirsi dei fatti narrati.

Lo stile e il ritmo della scrittura si addicono a una crime story in cui i personaggi non sono solo muscoli.

 

Qualche perplessità rimane sulla moralità dei personaggi.

Il principio del libero arbitrio  e di assunzione delle proprie responsabilità, pienamente rispettato dal protagonista a dai personaggi minori che lo aiutano, funziona a singhiozzi per l’antagonista e i suoi amici.

Alla fine, però, si può dire che l’autore è riuscito a realizzare il suo sogno.

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